FRANCAMENTE ME NE INFISCHIO

MUSICA

Pierpaolo Capovilla, operaio dell’intelletto

Con Pierpaolo Capovilla ci siamo seduti in due. Io per parlare di cinema, Alessandro Sansovini per parlare di musica (osservati a distanza da Lorenzo Pedri che ci faceva foto e video).

L’idea era alternarci, una domanda a testa, e vedere dove ci portava.

Ci ha portato sempre nello stesso posto: la domanda su a cosa serve chi fa questo mestiere, che sia su un palco o davanti a una macchina da presa.

Sono partito da Le città di pianura di Francesco Sossai, un film che mi è piaciuto tantissimo. Gli ho fatto la domanda che gli avranno fatto mille volte: quanto c’è di Capovilla in Doriano. La risposta è arrivata senza pause. “Siamo la stessa persona.” Sossai lo aveva osservato nel tempo e sapeva chi stava chiamando. Capovilla parla del proprio alcolismo con una franchezza che spiazza, e dice che il film lo ha aiutato a togliersi di dosso il senso di colpa.

Per uno che viene da trent’anni di palco, da One Dimensional Man e Il Teatro degli Orrori, da una presenza scenica strabordante ed espressionista, il cinema chiede il contrario: lavorare per sottrazione. Gli ho chiesto come ci si è trovato. Mi ha risposto da debuttante, e non per modestia di maniera. Si è imposto di seguire ogni minimo suggerimento di Sossai, ne ha parlato con Sergio Romano e Filippo Scotti, e si è ripetuto una frase semplice: stai imparando un mestiere.

Quello che racconta del set è una cosa che chi fa cinema riconosce, quando capita. La chiama comunione di intenti. Zero competizione, solo cooperazione, dagli autisti dei camion al regista. Un passo indietro per farne tanti in avanti insieme, verso un obiettivo che nessuno conosce davvero ma che tutti vogliono raggiungere. Aggiunge che per lui, vicino ai sessanta, quel mese e mezzo è stato formativo e in parte terapeutico: gli ha restituito un po’ di fiducia in sé.

La chimica con Sergio Romano, che nel film è l’amico di sempre, non esisteva prima. È nata in una decina di pomeriggi di preparazione con Sossai, passati a guardarsi negli occhi e a dirsi la verità. “Non è il metodo Stanislavskij, è più una psicoanalisi.” Da qui arriva la sua idea di cinema, che condivido più di quanto mi aspettassi: il cinema non deve costruire finzioni, deve costruire verosimiglianza. Il bersaglio polemico è Hollywood, “la fabbrica dei nostri desideri” come dice Žižek. John Wayne e i cattivi indiani, il contrario dei processi storici.

A quel punto Alessandro ha riportato il discorso alla musica. Lui Capovilla lo segue dai tempi della Flog, e gli ha chiesto da dove fosse cominciato tutto. Non dalla famiglia, ma dalla radio. Da bambino, in casa, c’era un apparecchio sempre sintonizzato su Radio Capodistria, la radio della Jugoslavia socialista che trasmetteva in italiano. Passava Battisti e Umberto Tozzi accanto a De André e Gaber, e poi il prog inglese: Genesis, Yes, King Crimson, Van der Graaf Generator. Un’educazione sentimentale arrivata via etere da oltre confine.

Poi, a quattordici o quindici anni, quello che lui chiama “l’incidente”: il punk. La prima band con gli amici, i primi Meat Puppets ascoltati fino a consumarli. E con il punk l’educazione musicale diventa educazione politica. La musica, per Capovilla, deve contribuire a costruire un immaginario collettivo che stia dalla parte della povera gente e non degli sfruttatori.

Alessandro gli ha chiesto se la musica che ascolti a sedici anni si possa riascoltare con la stessa profondità. Capovilla ha risposto con un ricordo: Nick Cave al Manila, qui vicino a Firenze, ai tempi di From Her to Eternity. Un concerto che gli ha cambiato la vita. Oggi non riesce più ad ascoltarlo, ma per anni rimettere quel disco sul piatto voleva dire ritrovare chi era a sedici anni. Riannodare il filo. Per questo, dice, la musica è più potente del romanzo e della poesia.

La conversazione con Alessandro è scesa nel dettaglio di quella scena americana di metà anni Ottanta che Capovilla considera la sua origine: gli Scratch Acid di Just Keep Eating, registrato malissimo e bellissimo, con Crazy Dan in apertura, poi i primi Jesus Lizard e i Rapeman. “Perché faccio questa musica? Per quello lì.” Dei generi, post hardcore, noise rock o altro, non gli importa niente.

La domanda più bella di Alessandro è stata questa: cantare d’amore sopra un muro di rumore non rischia di scivolare nel grottesco? Capovilla ha risposto che ha sempre scritto canzoni d’amore, tutte autobiografiche. Ma la sua autobiografia la vive con gli altri, quindi raccontare i propri giorni significa raccontare quelli di tutti. “Sono cattolico e sono comunista, ho tutte le disgrazie ideologiche possibili.” Nelle canzoni ci mette l’eros, ma anche la pietas, la fratellanza, la speranza cristiana. E ci ha consigliato un ascolto, Bartees Strange, in cui sente un cristianesimo sincerissimo e la prova che negli Stati Uniti si fanno ancora grandi dischi.

Sono tornato al cinema per chiedergli se, dopo il set, guarda i film in un altro modo. Per forza, ha detto. Conoscere un po’ la tecnica cambia lo sguardo. Ha riguardato Faces di Cassavetes e gli è piaciuto più di prima. Il cinema americano lo ama quando sta fuori da Hollywood: storie semplici che vanno dritte al punto, e il punto è la nostra esistenza e la nostra resistenza in un mondo fatto di ingiustizia e prevaricazione. Come la canzone popolare, dice, il cinema può essere decisivo nell’educazione sentimentale di un popolo.

Gli ho chiesto se sia più efficace la musica o il cinema per arrivare alle persone. Ha risposto che, con un po’ di buona volontà, lo sono entrambi, e ha citato Umberto Eco: chi non legge romanzi vive una vita sola, chi li legge vive anche quella degli altri. Allora ho corretto il tiro e gli ho chiesto se un film renda il messaggio più facile da raggiungere. “Non sono le cose facili che cerchiamo.” E qui è arrivato Majakovskij, i versi scritti per la morte di Esenin: quale grande ha mai scelto la strada già battuta? Il suo sentiero lo vuole difficile. Niente scorciatoie.

Intanto il cinema e il teatro continuano a cercarlo. Vinicio Capossela ha visto il film e lo ha voluto nel suo nuovo spettacolo: venticinque repliche entro fine anno, e un’ansia da prestazione che Capovilla non nasconde.

L’ultima domanda l’ha fatta Alessandro, partendo da una frase che entrambi sottoscrivono: la vita è troppo breve per ascoltare cattiva musica. “E anche cattiva gente”, ha aggiunto Capovilla. Che cosa rende cattiva una canzone oggi, tra algoritmi, playlist e intelligenza artificiale? La mancanza di spirito pedagogico. Non didattica, ma l’intenzione di lasciare qualcosa a chi ascolta. Qui si è tolto qualche sassolino contro una parte della trap italiana, che secondo lui racconta solo quanto è bello consumarsi la vita e non si occupa di nient’altro. “È come vivere sul divano.” Polemiche a parte, ha detto, e ha cambiato registro.

Scrivere, per lui, è imparare: il processo creativo è un processo di conoscenza. Una canzone non deve descrivere la realtà, deve volerla cambiare. Ha chiuso di nuovo con Majakovskij: l’arte non è la descrizione della realtà, è lo scalpello dello scultore. Per lui vale più del Padre Nostro. È un’esortazione, quasi una preghiera.

Non gli piace sentirsi chiamare artista. Si definisce un operaio dell’intelletto, con un ruolo sociale di cui bisogna essere consapevoli. Qualcuno, dice citando De Gregori, se n’è dimenticato. I soldi rovinano tutto.

Alla fine ci siamo guardati con Alessandro e ci siamo resi conto che le nostre domande, partite da due direzioni diverse, avevano avuto la stessa risposta. Per Capovilla musica e cinema non sono due carriere. Sono due attrezzi per lo stesso lavoro.