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Rap

Luca Barcellona aka Bugs Kubrick: Hakanai, ovvero il rap come linguaggio per dire ciò che si ha da dire

Partiamo da un assunto: il rap è un linguaggio.

Chi mi conosce sa quanto io sia appassionato di linguaggi, e il rap è da sempre presente nella mia vita. Ho anche realizzato un documentario sull’argomento, Street Opera, che prende il titolo da un pezzo di Fritz Da Cat e Lord Bean, e devo dire che da allora, un po’ perché durante la produzione ho vissuto i ritmi della vita da rapper e ne ero saturo, un po’ perché il rap è diventato il mainstream del presente, più focalizzato sul prodotto da consumare rapidamente che su quello che rimane, fatto sta che per un lungo periodo ho proprio perso il contatto con quel mondo che tanto amavo.

Ma quest’anno due dei miei rapper preferiti, oltre che due grandi amici, hanno pubblicato dei dischi che mi hanno rimesso in contatto con questo medium potentissimo: Danno con Aka Danno, il suo primo album solista, uscito a febbraio, e, quasi a sorpresa, Luca Barcellona aka Bugs Kubrick con Hakanai, uscito il 23 ottobre.

Con Luca il rapporto è nato in modo molto semplice: io ero un fan. Lo conoscevo prima come writer, dalle pagine di AELLE, e poi come rapper, proprio grazie a Street Opera. Quando aprii Gold me lo presentò Fritz Da Cat e gli proposi di fare la grafica per una maglietta. Io stavo conoscendo un mio mito del writing, lui si stupiva che qualcuno volesse pagarlo per il suo lavoro. Da lì è nata un’amicizia che si è incrociata proprio spesso con il lavoro, senza praticamente mai riuscire a raccogliere ciò che avevamo seminato. Ma alla fine della fiera abbiamo fatto un sacco di cose super fiche: le magliette di Gold, la collaborazione con Zoo York, i live painting, la calligrafia in realtà virtuale, il murale per Tiziano Terzani a Firenze, fino a Generazione Fumetto. Le trovate tutte qui.

Come dicevo, sono entrambi prima di tutto amici e sicuramente sono di parte. Infatti non mi interessa dirvi quanto questi dischi siano potenti (sono entrambi due bombe), mi interessa parlare di come finalmente questi due album parlino a me.

Il discorso del Danno però è leggermente diverso da come voglio affrontarlo, perché Simone è un rapper e ha sempre continuato a fare rap in tutti questi anni. Semplicemente, il fatto che sia il suo album solista mette al centro Simone Eleuteri più che il Danno, cosa assolutamente non scontata in questo momento storico, in cui la maschera pubblica che adottiamo la adottiamo per la maggior parte del nostro tempo. Ma appunto, Simone è un rapper che ha sempre vissuto di musica, e fare rap è il suo lavoro.

E qui arrivo al punto del linguaggio. Il rap è una forma di comunicazione potentissima e Luca, che di lavoro fa l’artista e il calligrafo, a un certo punto decide che quello che ha da dire lo può dire con un linguaggio diverso dalla calligrafia, utilizzando un altro linguaggio che conosce benissimo: il rap. Lo scrive lui stesso nel post che ha accompagnato l’uscita: a volte un solo mezzo espressivo, quello che usa ogni giorno, non basta.

E in questo disco viene fuori ciò che vuole dire Luca Barcellona, che è sicuramente diverso dal Lord Bean ventenne, perché come tutti noi, crescendo, siamo diventati persone diverse da quelle che eravamo nel nostro prime. E infatti è il disco di Bugs Kubrick. Un nome che peraltro non è nuovo: Luca lo aveva già usato qualche anno fa per The Grip Tape, un disco strumentale pubblicato sul suo Bandcamp.

Come ha specificato nello stesso post, non rilascerà interviste e non farà live, perché quello che doveva dire lo dice abbondantemente nel disco e per vivere ha un altro lavoro che sfortunatamente (o fortunatamente) è incompatibile con quello del rapper.

C’è stato un momento in cui lo convinsi a tornare a suonare, in occasione del decimo compleanno di Gold. La cosa gli piacque e per un periodo tornò a suonare, ma appunto quello stile di vita si sposa male con quello del calligrafo.

Ma queste sono speculazioni. Come dicevo, tutto ciò che Luca ha da dire viene detto in un album denso di parole, che affronta temi maturi nei quali finalmente mi riconosco, esattamente come nel disco di Simone.

E poi c’è un altro aspetto. Hakanai si ascolta sulle piattaforme e si compra in vinile come ogni disco, ma senza live, senza interviste, senza promozione, è un disco fatto per noi e consegnato così, quasi come un regalo, in un momento in cui tutto deve essere promosso e venduto. Questo dà un valore ancora più potente al medium.

L’idea di affidare tutto ciò che si ha da dire a uno o più linguaggi, ma comunque solo a quelli, è un tema che mi piace molto. Anche perché è un tipo di operazione atemporale: non segue un calendario di uscite, una stagione, una campagna. Arriva quando c’è qualcosa da dire, e proprio per questo resta. Ed è lì che sta la libertà.

Ho detto più volte personalmente a Zerocalcare quanto secondo me sia sufficiente ciò che dice con i suoi medium di riferimento, il fumetto e l’animazione, rispetto a tutte le volte in cui deve esporsi pubblicamente. Lì è sempre altrettanto puntuale nei contenuti, ma semplicemente è meno potente di quando usa il fumetto o l’animazione per dire ciò che vuole dire. Basta pensare ai suoi fumetti animati con le vocette, quando deve spiegare scelte totalmente coerenti con il suo essere e il suo pensare, come quando ha deciso di non andare a Più Libri Più Liberi, o quando ha dovuto difendersi dalle polemiche, per niente oneste, sul suo lavoro animato con Netflix.

Un’altra persona che ha scelto di usare il rap come linguaggio per dire ciò che vuole dire, quando lo vuole dire, è Elio Germano, che con le Bestierare suona da più di venticinque anni mantenendo un profilo bassissimo, proprio per preservare quella dimensione di libertà artistica. Quando entri nella dinamica lavorativa, per forza di cose, l’energia creativa tende a indebolirsi, o perlomeno così la penso io.

Che sia un fumetto animato con le vocette, un disco delle Bestierare o un disco di Luca Barcellona, il meccanismo è lo stesso: si usa il medium quando si ha qualcosa da dire, e quella cosa non scade.

È esattamente il modo in cui uso questo spazio su Goldworld da più di vent’anni: scrivo quando ho qualcosa da dire. Ho provato più volte a trasformarlo in qualcosa di più strutturato, ma alla fine ho sempre pensato che, anche solo come voce, mi fosse sufficiente. E diciamo che in questi giorni si è anche rifatto il look.

Ma comunque fare un disco è un lavoro. Il rap è sicuramente un linguaggio che si scrive da soli, ma la musica è un medium che si fa in tanti, e anche Hakanai deve la sua nascita ad altre persone oltre a Luca. Soprattutto, come hanno ampiamente sottolineato sia Luca che Simone, a DJ Craim, un altro grande amico che, in un modo o nell’altro, è la persona che tutti dovremmo ringraziare per l’esistenza sia di Aka Danno che di Hakanai.

Forse è questo il punto. Ognuno di noi ha un linguaggio in cui si sente a casa, a volte più di uno. Il presente ci chiede di parlare sempre, ovunque, con ogni mezzo, e così quello che abbiamo da dire si diluisce. Luca ha fatto il contrario: ha messo tutto in un disco e si è fatto da parte. In giapponese hakanai indica ciò che è fragile, effimero. Eppure le parole sono lì, e bastano. Ed è per questo che il rap, per me, è tornato a essere quello che era: non un prodotto da consumare, ma un linguaggio, da usare quando si ha qualcosa da dire.

Foto di Gabriele Micalizzi