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CON LA LUCE FLUORESCENTE SEMBRA UN QUADRO DI JACKSON POLLOCK
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L’infernale Quinlan



locandina

Regia: Orson Welles
Produzione: Usa 1958
Durata: 90’ (V.O. del 1958) 112’ (director’s cut del 1998)

Capolavoro riconosciuto del cinema noir, “Touch of Evil” (scusate ma preferisco usare il titolo originale piuttosto che la sua idiota controparte italiana), sesto ed ultimo film Hollywoodiano di Orson Welles, racconta una fosca indagine di polizia iniziata male e finita peggio.

La storia si svolge a Los Robles, città di confine tra gli Stati Uniti ed il Messico, e vede protagonisti Charlton Heston nel ruolo di Vargas, giusto poliziotto messicano, e lo stesso Orson Welles nella parte di Quinlan, corrotto detective americano dal fiuto infallibile.

Assieme a loro anche Janet Leigh nella parte della moglie americana di Vargas e brevi cameo per Zsa Zsa Gabor e Marlene Dietrich nella parte di una corvina matresse con l’hobby della cartomanzia.
La scelta di una città di confine come ambientazione della storia non è casuale: il tema del doppio è il soggetto del film, che contrappone Vargas e Quinlan come due facce della stessa medaglia, entrambe vere e necessarie.
Ancora una volta (come anche nel Mostro di Düsseldorf di Lang) viene preso in esame il tema della giustizia e del suo esercizio contrapponendo quella ordinaria e regolare a quella marcia e sommaria: un tema decisamente ancora in voga viste anche le recenti notizie di cronaca di questi giorni.Volendo, si potrebbe allargare il discorso alla dicotomia Usa/Messico come ordine/caos e non è detto che uno dei messaggi che Welles voleva comunicarci non fosse proprio questo.
I protagonisti si trovano spesso a scavalcare il confine da un luogo all’altro ma la sostanza dei personaggi e delle situazioni non cambia molto mantenendosi su toni cupi e dark ed annullando di fatto qualsiasi speranza per una (eventuale) fuga salvifica.

Il film, nel ’58, fu un mezzo fiasco: nato male fin dal principio, tra copioni riscritti, scene (ri)girate da altri macchinisti e tagli a film finito imposti dalla produzione, fu riproposto al pubblico nel 1998 nella versione voluta da Welles seguendo un suo libretto di appunti ritrovato in casa di Charlton Eston.

E’ passato alla storia il lungo piano sequenza (quasi 3 minuti e mezzo), con cui si apre il film che mette in moto l’intreccio e presenta i personaggi. Sembra invece figlia del destino, guardandola a posteriori ovviamente, la sequenza di Janet Leigh nel motel sperduto in mezzo al nulla: nel 1960, soltanto due anni dopo, la Leigh, durante una doccia da urlo (è proprio il caso di dirlo!) in un altro sperduto motel, farà la conoscenza della famiglia Bates nel film “Psycho” di Alfred Hitchcock.
Veramente azzeccata, e da un maestro del genere non poteva essere altrimenti, la colonna sonora di Henry Mancini fatta da un rock latino a tinte scure che ben accompagna l’atmosfera decadente del film condita di prostitute e droga, bordelli e vecchie balere, dinamite e vetriolo, corruzione e scarsa moralità.
Nerissimo.