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For the Love of God




Damien Hirst è pittoresco.

Quando saliamo al terzo piano di Palazzo Vecchio, ci accoglie in una sala superpittoresca che dà su una terrazza da cui si gode di una delle viste più pittoresche della città.

È seduto ad una tavola imbandita, dove campeggiano in primo piano un caravaggesco cesto di frutta e delle fiamminghe brocche d’argento.

La mia mente mi rimanda immagini tipo: lui, tondo e bianco, sdraiato nudo su un drappo di broccato rosso, mentre gentili fanciulle gli imboccano acini di uva nera…

Volutamente uso il termine pittoresco e non kitsch, perché Damien ha una sofisticata maniera di proporci immagini “pop”.

Potrebbe essere un principe rinascimentale come una rock star, invece, è “solo” un artista.

L’artista vivente più quotato al mondo.

Mr. Hirst non è certo l’artista fragile e bohemien che si fa infinocchiare da dealers e galleristi.

Nein! Mr. Hirst maneggia il mercato dell’arte con l’abilità di un economista e l’acume di un imprenditore.

Chi di voi ha visto il documentario di Ben Lewis (l’irriverente ideatore di Art Safari per intenderci) dal titolo “The Great Contemporary Art Bubble” sa di cosa parlo, se non lo avete visto, vi consiglio di farlo.

For the Love of God, citando Da Empoli, è una bomba!

E lo è in tutti sensi possibili, tranne per il fatto che non è destinato ad esplodere.

Hirst ha preso la sua ossessione per la morte, l’ha glassata con platino e diamanti e ne ha fatto l’opera d’arte più costosa del mondo, pubblicata persino nel libro dei Guinness.

Insolito per un’opera d’arte.

Insolita è anche la venerazione intorno a questo oggetto. In fila nello studiolo di Francesco I, sembriamo tanti pellegrini in attesa di baciare lo stinco del santo.

Devo ammetterlo, l’operazione mediatica, le polemiche, la fila, l’allestimento in una sorta di dark room, contribuiscono probabilmente molto, ma la visione del teschio ammutolisce ed io, per quanto non condivida appieno questo modo di fare arte, umilmente abbasso il capo di fronte alla forza di questo contemporaneo memento mori.

Approfondimenti:

bloody strudel