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We love Lebowski



Sono una femmina e, come il 90% delle femmine, del calcio non mi importa granchè.

Certo, quando ci sono i Mondiali o gli Europei, insomma, quando gioca la Nazionale, mi si risveglia un fervore calcistico-patriottico, diffusissimo tra il gentil sesso, per cui la partita diventa un pretesto sociale di condivisione, una tantum, con l’altra metà del letto (o era del cielo?).

Se dovessi poi dire cosa mi piace del calcio, direi che non è il gioco in sé, quanto la contagiosa emozione, perfettamente in soncrono con una ola, che si propaga tra il pubblico durante una partita, che sia allo stadio o davanti ad uno schermo.

Un sentimento semplice e puro, quasi ancestrale, da branco, il senso di appartenenza ad un gruppo, calciatori, allenatore, ultras, tutti tesi verso il comune obiettivo della vittoria, un entusiasmo infantile, nel senso buono del termine.

Sono un’entusiasta ed empaticamente sostengo chi si entusiasma.

Immaginatevi una squadra di terza categoria, ultima in classifica, zero seguito, zero riscontri.

Un giorno, durante una partita, si vedono comparire sugli spalti, dal nulla, una banda di sedicenni, striscioni alla mano, cori, una tifoseria in piena regola, inneggiano alla loro squadra, che porta il nome di uno dei miti del cinema contemporaneo: Lebowski.

We Love Lebowski - immagini dal film

Questa è la storia che hanno deciso di raccontare Andrea D’Amore e Gian Luca Rossetti, in arte Ciboideale, nel loro video documentario che porta appunto il titolo di “We love Lebowski”.

È la storia di un gruppo di adolescenti che decidono di saltare la scuola e di snobbare il Grande Calcio in favore di quello dilettantistico.

L’amore non è vero amore se non è disinteressato e incondizionato.

Il loro spirito critico li porta ad analizzare ed a prendere le distanze da certe meccaniche “sbagliate” delle serie A, un processo di depurazione, di sublimazione della fede calcistica, che li spinge dove gli interessi economici ed il denaro non involgariscono la passione.

E volgare non è neppure il fatto di intitolare la loro curva a Moana Pozzi, ma anzi schiettamente quest’icona ben rappresenta il sogno adolescenziale, innocente e naif.

Bel lavoro hanno fatto i Ciboideale, un documentario per nulla noioso, per nulla didascalico, nonostante il titolo si prestasse molto bene, non sono caduti nella ridondanza della citazione cinematografica: solo un soffio di vento, passato a rallenty tra i capelli dell’allenatore durante l’intervista, come un’immagine subliminale, come un brivido, ricorda le atmosfere del Big L.

Se non c’eravate sabato scorso e avete un’ora di buco, fate un salto all’Ex3, andate a conoscere i ragazzi dell’URL, Ultimi Rimasti Lebowski, che vi piaccia il calcio o no, un bel messaggio vi aspetta.

CiboIdeale

Bloody Strudel