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La rivoluzione degli indignados: Dal 15 di Ottobre si ricomincia



L’appuntamento per la rivoluzione è fissato per il prossimo 15 ottobre. Da Madrid a Parigi, da Bruxelles ad Atene, le manifestazioni degli “indignados” ricominceranno in pompa magna, con sit-in che potrebbero durare ad oltranza anche più giorni, secondo un copione sempre pacifico e partecipativo che durante quest’anno di crisi ha spopolato un po’ in tutto il mondo, anche se la sua fonte d’ispirazione resta comunque la Puerta del Sol di Madrid

Proprio in quel luogo, la primavera scorsa, è nato infatti il “Movimento 15-M” (ovvero 15 maggio: in Spagna hanno una vera e propria passione per gli acronimi delle date), quando migliaia di persone si accamparono in strada per settimane, proponendo tavole rotonde, workshop, assemblee pubbliche e manifestazioni. Il loro intento comune – espresso appunto nell’aggettivo “indignato”, che e’ diventato un nome e uno slogan – era dire basta alla dilagante pochezza e inettitudine dei politici che, per far fronte alla crisi finanziaria che rischia di far recedere mezza Europa, hanno messo in campo poche idee e nemmeno buone, visto che puntano solo su tagli al settore pubblico e “austerity” a livello nazionale.

Seguendo l’esempio di Madrid, tutta la Spagna si è mobilitata, con grandi manifestazioni a Barcellona e nelle altre principali città, occupazioni simboliche di uffici pubblici e piazze. Da lì il grido degli “indignados” e’ dilagato quindi oltre confine. A New York c’e’ chi ha voluto reagire al grave momento di crisi etica e finanziaria che il mondo sta attraversando, e lo ha fatto sfilando davanti al simbolo principe dei nuovi Gordon Gekko e Berny Madoff, la Borsa di Wall Street. Persino in Israele, all’inizio di settembre, decine di migliaia di persone di tutti i tipi (ma sopratutto tantissimi giovani) hanno manifestato, proclamandosi anche loro “indignados” verso la vecchia classe politica che governa il paese.

Adesso, dopo una pausa estiva di sorta, dal 15 ottobre si ricomincia, con una nuova “acampada” in Puerta del Sol e nuovi progetti di lotta. Ma non in Italia, dove purtroppo la storia cambia.

Non è che da noi non ci sarebbe da indignarsi, anzi! Lo si fa e lo si fa molto. Ma è ancora troppo forte il campanilismo politico, così forte da far nascere spaccature anche fra quelli che la pensano alla stessa maniera. E’ di pochi giorni fa (28 settembre) la notizia che in Piazza Montecitorio a Roma gruppi di precari siano venuti a male parole, non scaturite in rissa forse solo per la presenza delle telecamere, con i simpatizzanti del Popolo Viola.

“Siamo in sciopero della fame da giorni, dove siete stati voi?”, dicevano i precari. Dall’altra parte gli rispondevano: “Ma con quella pancia? Chi ci crede che siete in sciopero della fame?”. Infamate reciproche, insomma, prima di ripartire in corteo, ognuno dietro al suo striscione, ognuno con i suoi slogan; non sia mai – per carità – che qualcuno possa pensare che anche in Italia ci sono cose per cui vale la pena di combattere tutti insieme.

Da noi pochi hanno capito la scelta degli indignados di non portare bandiere o simboli di partito alle manifestazioni, e quelli che hanno provato a richiederlo non sono stati ascoltati. “Forse per voi italiani non è ancora arrivato il momento di riunirvi sotto una sola bandiera, quella della pura indignazione, e di protestare compatti contro il marcio che esce fuori dai palazzi del potere”, mi dice Miguel durante un’assemblea a Madrid. “Ma fino a quando ci saranno divisioni dentro ai vostri movimenti, verrete ghettizzati, come comunisti, o come agitatori, o come violenti”.

“Noi sappiamo bene quanto conta l’immagine”, gli fa eco Cristina: “Se sul giornale appare una foto con i simboli dei partiti che campeggiano sopra alla gente, quella gente verrà subito identificata con quelle bandiere, spostando l’attenzione su quella problematica. Per questo gli indignados non hanno e non vogliono avere identità politiche.”.

Facile da capire no? Un cittadino che vota a destra può avere gli stessi problemi di uno di sinistra, gli stessi motivi per indignarsi, ma di certo non parteciperà ad un corteo o a un assemblea dove si viene etichettati politicamente in un modo che non è il suo. In Spagna il movimento è esploso quando la gente ha capito che, per risolvere qualcosa, si dovevano mettere da parte le ideologie e le diversità, per dare vita a qualcosa di più grande.

A quando il turno dell’Italia?

Le foto che illustrano questo articolo sono di Paolo Sapio, un fotografo italiano che vive fra Barcellona e Campobasso.