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Assurdo, ridicolo, imperdibile… E’ il wrestling live della WWE!!!



Tutto ebbe inizio con l’Uomo Tigre e con la sua sigla super funky. Ma la prima volta che vidi il wrestling in tv, questo era molto diverso dallo show che è oggi. Non andava sui grandi canali, ma sulle piccole tv locali. Non era ambientato in America, ma in Giappone. E si chiamava catch.

Anche il feeling dello show era abbastanza diverso: i lottatori nipponici apparivano assolutamente seriosi in quel che facevano, lontani anni luce dal mood macchiettistico che accompagna i wrestler odierni. Per fortuna che a far da contraltare a quel truce spettacolo c’era la voce di Toni Fusaro, mitico commentatore autore di improbabili telecronache.

Poi, un giorno, tutto cambiò. Il catch divenne wrestling, le tv locali divennero Mediaset, Toni Fusaro lasciò il posto a Dan Peterson e, devo riconoscerlo, mai scelta fu più azzeccata.

Tutto lo spettacolo cambiò di tono, i seriosi lottatori di cui sopra cedettero il passo a personaggi incredibili e buffoneschi, assolutamente carismatici (almeno per un italico bimbetto come il sottoscritto) come l’imponente Undertaker, il coloratissimo e scatenato Ultimate Warrior, l’arrogante Macho Man ed ovviamente Hulk Hogan. Più una miriade di altri, impossibile citarli tutti.

A far da collante al tutto le incredibili telecronache di Dan Peterson, col suo accento così marcato e quelle esilaranti interviste prima del match. In un attimo lo sport, o presunto tale, divenne circo.

La mia strada e quella del wrestling si sono presto separate, salvo poi rincontrarsi l’estate scorsa, al Mandela Forum di Firenze. Lo show della WWE (la World Wrestling Entertainment, come si chiama adesso la fantomatica federazione di questo sport) arriva in città ed io non voglio perdermelo. Voglio vedere coi miei occhi cosa diavolo succede su quel ring.

Comincio a tampinare insistentemente l’ufficio stampa (grazie Riccardo!) ed alla fine sono dentro. Non c’è la possibilità di intervistare nessuno (un mio vero e proprio sogno bagnato) ma riesco ad infilarmi, per vie traverse, al meet & greet con i fan. Assieme a me ci sono una decina circa di ragazzi, ed anche Max Gazzè, col figlio (identico!)

Entra il primo wrestler per fare le foto coi fan. Non ho idea di chi sia, per cui mi giro verso un giovane amico che, ad occhio, ha la metà dei miei anni per informarmi su chi sia il virgulto. “Mai visto prima,” mi risponde. Andiamo bene. Mi giro quindi dall’altra parte, verso il giovane amico che invece ha un QUARTO dei miei anni e rilancio con la stessa domanda. “E’ Daniel Bryan.”

Beh almeno ha un nome. Terminato il rito delle foto e degli autografi, aspettiamo il prossimo wrestler. Entra in scena una visione paradisiaca che prende il nome di Alicia Fox. Per decenza non mi cimento in ulteriori commenti e lascio che siano le foto a parlare. Diciamo solo che, in questo caso, del nome non importava niente a nessuno.

Salutata Alicia è il momento dello show, perchè di questo si tratta. Se pensate che il wrestling sia una cosa da ragazzini, beh, pensate di nuovo. E’ vero, il palazzetto è gremito di famiglie ma sono tanti, e intendo TANTI, gli over 30 presenti questa sera.

Quello che vedete in tv c’è tutto, ma è stato ricostruito in versione “junior” per ovvie necessità di spazio. Il ring è chiaramente presente, ma è leggermente più piccolo rispetto a come appare in tv (è più simile a quello della boxe). Il corridoio dove i wrestler fanno le loro appariscenti entrate esiste, ma è più corto. I numerosi cartelloni scritti a mano ci sono, ma in misura minore – qualcuno scritto in italiano, qualcuno in inglese, qualcun altro in una simpatica commistione di idiomi.

Poi le luci si spengono ed è il boato. Ogni wrestler è introdotto da una specifica canzone, un pezzo hard rock o metal che annuncia l’ingresso dei vari lottatori. Il pubblico conosce i pezzi e capisce subito chi sta per entrare. Non io, ovviamente. Gli incontri sono molti, una decina circa, per due ore e mezzo di spettacolo. Lo show è preciso al secondo, come un orologio svizzero, non c’è mai una pausa, mai un tempo morto.

Dopo averlo visto dal vivo, da pochi metri di distanza, grazie ai miei preziosi posti a bordo ring, l’idea che mi sono fatto del wrestling è la seguente: è un balletto fra ciccioni palestrati. Una lunga coreografia tra due simpatici energumeni, dove uno è “buono” e l’altro è necessariamente il “cattivo”. Perchè nel mondo fiabesco della Wwe così funzionano le cose: ci sono i cattivi che se ne approfittano, barano ed insultano il pubblico, ma niente paura – prima o poi arriveranno sempre i buoni a cinghiarli di mazzate.

La cosa buffa è che il pubblico adora TUTTI i lottatori, e quindi incita anche i cattivi, non riuscendo a schierarsi apertamente per uno o per l’altro. Questo porta i wrestler ad improvvisazioni di tipo teatrale. Ecco quindi che tale Alberto Del Rio, che avrebbe dovuto impersonare il ruolo del bad man, è costretto ad insultare apertamente il pubblico pur di diventare il “cattivo”. Solo a quel punto, una volta sommerso dai fischi e ristabilite le parti, potrà fare il suo ingresso il wrestler buono che rimanderà in Messico il dolorante Del Rio a forza di prese e di calci volanti.

Lungo l’arco di tutta la serata si alternano sul ring, tra gli altri, Sheamus, Big Show, Cristian, il campione Randy Orton, Sin Cara, Cody Rhodes, Mark Henry e Chavo Guerrero.

Altri dettagli sulla serata: ho l’impressione che sotto al ring – ma, ripeto, e’ un’impressione – sia stata posta una lastra di metallo, o qualcosa di simile, perchè ogni volta che il wrestler di turno viene sbatacchiato per terra, il rumore che ne consegue è enorme, dopato, anabolizzato come certi lottatori anni ’90. E’ bellissimo osservare i ragazzini più piccoli che guardano i lottatori come veri e proprio idoli. Appena l’incontro finisce, tutta questa colorata massa informe di ragazzini corre verso il ring per cercare di salutare, o almeno di “dare il cinque” al proprio campione preverito, salvo poi venir puntualmente rispedita indietro in malo modo da un’enorme hostess posta “a guardia” del ring. Forse è l’unica nota stonata di tutta la serata.

Si accendono le luci, ed è il momento di salutare i miei compagni di viaggio. Un sincero ringraziamento all’ufficio stampa, Riccardo Basile, ed ai fotografi, Emanuela Nuvoli e Marco Borrelli. Io mi sono divertito. Come un bambino.