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Don Kaos




Foto di Francesco Pistilli

Mi è venuto in mente anche di scrivere esclusivamente il suo nome e chiudere lì: probabilmente sarebbe stato sufficiente.

In più in questo periodo oltre ad ascoltare i pezzi di Kaos che magari non conoscevo e a ricercare video inediti o difficili da trovare, ho guardato interviste vecchissime, letto articoli su di lui e ne ho parlato con chi ne ha maggiore conoscenza di me.

Fatto tutto ciò, sono arrivata alla conclusione che scrivere una sorta di percorso biografico è praticamente impossibile data la mole di produzione, movimenti musicali, crew e aneddoti vari.

Quindi, ho deciso di non esaltare qualcuno che è già stato soggetto di infinite parole, elogi, ammirazione e stima, ma di dare una visione personale di ciò che lui ha fatto e descrivere la percezione del suo personaggio, poiché effettivamente posso parlarne non come persona, ma come personaggio frutto di informazioni che ho ricevuto da terza persona.

Kaos è stato uno dei primi artisti hip-hop che ho cominciato ad ascoltare, subito dopo i Colle.

Il primo pezzo in cui ho sentito la sua voce è stato “Ciao Ciao” dell’album “Odio Pieno” del 1995.

Fu perciò, risultato successivo di uno studio musicale sui Colle Der Fomento.

E chiaramente, ogni studio va discusso.

Durante una telefonata, in cui l’argomento era l’album sopracitato, improvvisamente il mio interlocutore (molto più ferrato di me musicalmente), si focalizza su quel pezzo e quella voce.

“Vatti a sentire Kaos. Sì, quello con la voce roca.”

E così ho fatto.

Ho iniziato ad ascoltare “Fastidio“. Tutto. Intensamente.

Primo album da solista. Io non sapevo che prima di questo c’era un bagaglio musicale decisamente ampio, di più di dieci anni di carriera.

Successivamente ho scoperto anche della sua incertezza nel cominciare a cantare in lingua italiana, perché il suo esordio iniziò con i “Radical Stuff“: hip-hop old school inglese in drastico nigga style.

E di intonare boom-boom-cha in italiano, non è che gli suonasse poi bene.

Fatto sta, che la sua voce è inconfondibile e dopo questo la carriera in lingua italiana è stata un’ascesa inarrestabile, nonostante le sue perplessità.

Kaos è Kaos.

Che dire, più di ciò che è già stato detto?

Io non so un cazzo.

Non cercherò di essere originale o di trovare qualche particolare interessante, perché chi più di me lo conosce (davvero, face-to-face) ha già saputo descrivere il personaggio nel profondo.

Ha fatto percepire l’essenza. “E’ proprio così”.

Cupo.

Complesso.

Con pensieri compressi.

Silenzioso per momenti interminabili.

Avvolto da una coltre spiraliforme di fumo delle sigarette, che una dopo l’altra, accende.

E’ l’immagine che ho di lui. E’ l’immagine che quando ascolto la sua voce mi appare.

Come la vignetta di un fumetto in cui il segno grosso, non definisce il dettaglio e il viso è nascosto dall’ombra, dal fumo, dal mistero.

Tutto è scuro. In bianco e nero non scorgi altro che la visione d’insieme.

Una figura seduta su una poltrona logorata dagli anni, il posacenere sul bracciolo sovrastato da mozziconi e cenere.

Un uomo che s’intravede. La posizione irriverente: il piede sull’altro bracciolo, la scarpa quasi in primo piano. La diagonale che forma il corpo per arrivare alla barba e poi… fumo.

Non esalterò Kaos, perché non ce n’è nessun bisogno. Perché la stima nei suoi confronti è già andata in rosso.

Cos’è Kaos?

E’ fastidio. Ehssì. Perché?

Ascolta uno dei suoi pezzi. Uno qualsiasi.

Non ti armonizza la vita, la inquieta.

E’ la voce.

E’ il modo in cui la gestisce che reca… Fastidio.

Ed è perfetto.

E’ perfetto in un giorno di pioggia, in cui il freddo avvolge le pareti e le membra, in cui la società non ti condivide, in cui il malessere esistenziale pervade l’atmosfera.

Kaos è rauco.

Lo riconosci sempre in tutti i suoi pezzi.

Le strofe convulse di violenza che ti descrive la vita. La mia, la tua, la sua.

Sempre in previsione di un ultimo atto.

Sono suoni che mordono“.

Tutto è una merda.

Non c’è riuscita.

E’ un nirvana che non riusciremo mai a raggiungere e il mandala che giorno dopo giorno accuratamente si costruisce per adempiere ad uno scopo, una vita in cui vi è successo, viene distrutto ancora prima di essere concluso.

La zona morta in cui viviamo o sopravviviamo non dà soddisfazioni, ma disfatte.

Il paziente è morto“.

Ma adesso guarda… Lui.

Non è morto. Non è fallito. Non è caduto.

Psicosi pura“.

E’ il genio che si accosta alla follia?

Perché è geniale.

Kaos è di un’acutezza che sbigottisce.

Le parole accurate, ben scelte, ben misurate.

O forse no, non sono misurate.

Niente equilibrio: è l’onda.

Lo stream of consciousness che travolge.

Le strofe che ti attaccano, che ti entrano in testa con violenza, perché vanno capite.

Non necessariamente apprezzate.

Ma sono frasi di filosofie ancestrali, personali.

Aneddoti in rima di una vita piena, vissuta in uno stato di ossessione in cui i superstiti sono pochi e chi rimane è indifferente ai sentimenti.

Gente perduta in un baratro, che si ricorda in un flusso di pensieri in beat.

La quiete è il mio contrario“.

Lo stato di para è lo stato di Kaos.

Racconta ciò che affligge l’animo, racconta sè stesso nei meandri dell’inquietudine.

Ma Kaos è uno dei pilastri dell’hip-hop. Neanche questo dà appagamento?

La malasorte non perseguita

Bella lì.