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Goodbye Gheddafi! La Libia festeggia




Una vignetta del disegnatore libanese Habib Haddad. Via Al Hayat

Muammar Gheddafi è stato ucciso ieri a Sirte, la sua città natale, assieme ai figli Motassim e Saif. Le circostanze della sua fine sono ancora poco chiare, ma la notizia della sua morte è stata confermata oltre ogni ragionevole dubbio ed è immediatamente rimbalzata su tutti i mass media del mondo. I capi di stato della nazioni Nato, intervenute militarmente a sostegno degli insorti contro la dittatura, hanno già espresso la loro soddisfazione. E fra i vertici dei grandi colossi petroliferi c’è sicuramente molta gente che in questo momento si frega le mani, al pensiero dei mega affari che una normalizzazione della situazione in Libia promette di mettere in moto.

L’ondata di gioia più euforica e sincera viene comunque dalla Libia stessa. La fine del rais che per quattro decenni li aveva governati con il pugno di ferro è stata accolta dai suoi concittadini con celebrazioni spontanee in tutte le maggiori città del paese. Le immagini in arrivo da Tripoli, Misurata, Benghazi e tante altre località della Libia mostrano folle festanti, che esultano in un tripudio di bandiere e di striscioni improvvisati.

“Voglio vedere Gheddafi morire”, aveva dichiarato poche settimane fà Ahmed Zaydan, un trentaduenne di Tripoli, uno dei tanti testimoni oculari delle atrocità del regime, parlando con un giornalista del New York Times. “E non lo voglio vedere morire una volta sola”, aveva continuato a dire, come se parlasse a nome di un’intera nazione, “lo voglio vedere morire ogni minuto, ogni ora, perchè per 42 anni lui ci ha ucciso ogni minuto e ogni ora”. Adesso la catarsi è compiuta.

Eppure, al di là del macabro spettacolo dei guerriglieri che si sono accalcati in posa accanto al cadavere del dittatore, sorridendo per farsi fotografare con i telefonini (un’altra delle immagini in arrivo dal paese mediorientale), Gheddafi era già morto da mesi. O almeno era morto il suo mito. Si’, quel mito coltivato con ossessione maniacale per decenni, alimentato da stravaganti performance, difeso con il terrore della tortura, era stato sgretolato fin dall’inisio dell’insurrezione da una valanga incontenibile di barzellette, graffiti, caricature, vignette irriverenti e crudeli.


Un poster prodotto dall’ufficio propaganda improvvisato dai ribelli di Benghazi. Foto via Al Jazeera


Un disegno affisso nel quartier generale dei ribelli a Benghazi, con Gheddafi che segue l’ex presidente tunisino Zine El Abidine Ben Ali, e quello egiziano Hosni Mubarak, verso un bidone della spazzatura. Foto via Al Jazeera


Gheddafi diventa un ratto su un muro di Misurata. Foto via Daily Mail


Un guerrigliero cavalca Gheddafi come un asino su un altro muro di Misurata. Foto via Daily Mail

Visti con i nostri occhi da occidentali, valutati alla luce del nostro gusto estetico, che ci vantiamo di considerare tanto raffinato e sofisticato, questi graffiti possono facilmente apparire crudi e banali, quasi scarabocchi infantili. Beh, in un certo senso lo sono. E proprio questo è il punto. In un paese dove fino ad un anno fa’ sbeffeggiare il rais voleva dire rischiare la galera, se non molto peggio, scarabocchiare una caricatura su un muro, stamparla con una fotocopiatrice, pubblicarla su un giornale, è un atto ancora incredibilmente eversivo. E liberatorio.

In tutto il Medio Oriente oggi assistiamo ad un’esplosione incontenibile d’ironia, di sarcasmo, d’irriverenza grafica verso il vecchio ordine costituito. Il modo in cui si esprime questa voglia di far sentire la propria voce a noi ci puo’ far sorridere. Ma anche se alla fine Gheddafi è stato fatto secco dal piombo di una pallottola, la scintilla che scatena una rivoluzione è sempre e prima di tutto un’idea. L’idea che cambiare è possibile. L’idea che il potere non è invincibile. L’idea che il re è nudo…

Come in un cartoon.

Gheddafi in una selezione di caricature e vignette di disegnatori arabi. Via ArabCartoon.net.