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Kiave



“Sono cresciuto a Cosenza, un paesone con 80mila abitanti e questo è importante, perchè anche il mio modo di fare hip hop è impostato sulla provincia.”

Nella galassia del rap italiano Kiave è una certezza. Un punto fermo mentre tutto gira. Lui ed il collettivo Blue Nox, del quale fa parte, rappresentano, secondo il sottoscritto, un piccolo imprescindibile angolo di qualità all’interno della doppia h tricolore.

Attivo sulla scena dalla metà circa degli anni ’90, il rapper di Cosenza ha avuto Lugi e Dj Marcio come fari musicali all’inizio della propria carriera. Carriera che lo ha poi portato a spostarsi a Roma (dove al momento risiede) e forse, in futuro, a Milano, oltre ad avergli fatto mettere sul mercato una gran quantità di materiale: 3 dischi, due EP (di cui l’ultimo, con Macro Marco, di freschissima pubblicazione) ed una quantità incalcolabile di featuring.

Per non parlare, ovviamente, delle sue universalmente riconosciute qualità di freestyler che lo hanno visto battagliare sul palco del 2thebeat e su moltissimi altri.

Quando chiamo Kiave lo trovo in quella che mi sembra essere una fase transitoria. Nonostante siano passati anni, lo spostamento dalla vita di provincia a quella della metropoli non è stato facile. Eppure il prossimo passo per il rapper di Cosenza potrebbe esser un’altra metropoli, Milano.

“Roma è una città particolare. Mi ci sono trasferito nel 2007. È bellissima, è come vivere dentro un’opera d’arte, una sensazione che ho vissuto anche a Firenze e a Siena. Però è anche una città molto dispersiva, da un punto di vista fisico. Gli spostamenti sono lunghissimi e questo finisce per influenzare tutto, dai rapporti umani, a quelli sociali, a quelli amorosi. E questo lo dico col massimo rispetto, non sputo nel piatto dove mangio.”

A che età ti avvicini all’hip hop?
Ho iniziato presto, avevo 15,16 anni. Ho conosciuto l’hip hop grazie al fermento culturale che c’era a quei tempi: c’era un grosso centro sociale che era il Gramna. C’era un’ottima scuola di writing che poi si è dimostrata anche longeva. Quindi io nasco come writer. Poi un giorno ho visto Lugi fare freeestyle e mi sono completamente innamorato di questa cosa. Da lì è nato tutto il resto: ho cominciato a dipingere per un bel po’ fino a quando non mi sono dedicato totalmente al rap. Cosenza ai tempi era veramente un centro attivissimo, eravamo tutti uniti: chi ballava, chi dipingeva, chi faceva il freestyle, chi le basi. Poi c’erano Lugi e Dj Marcio che, purtroppo, ci ha lasciato un anno fa. Era davvero un centro vivo.

Mi hai detto che i tuoi spostamenti sono dettati dalla musica. Quindi cinque anni fa già credevi molto in questo tuo percorso.
Ti dico, io ho sempre lavorato. Ho fatto 500 lavori, ed ero arrivato ad un punto in cui avevo lavorato un bel po’ in un service. Coi soldi messi da parte decido di spostarmi a Roma: era il momento in cui avevo appena fatto “Dietro le cinque tracce” (primo EP di Kiave ndD) ed in quel periodo io suonavo molto con Turi. Avevamo bisogno di un luogo più “centrale” perchè stare a Cosenza, in un periodo un cui gli aerei ancora costavano tanto, non era semplice. A Viterbo avevo molti amici come Turi, Franco, Impro, Rafè e quindi mi spostai.

Ok, quindi per tornare alla domanda, tu già ci credevi molto?
Si, si ma sai cosa? Io non credo di poter svoltare con questa cosa, non è che sono venuto qua per quello: l’ho fatto perchè sono convinto che se uno ha un sogno o un ideale è giusto perseguirlo altrimenti non ha proprio senso continuare a vivere o lasciare la mia città o i miei parenti. Considera che io non ho, e non avevo, nessuna qua a Roma, nemmeno un parente, solo qualche amico. A volte gli amici sono meglio dei parenti. Per me no: diciamo che quando le famiglie hanno poco da spartirsi vanno molto più d’accordo. Un po’ è anche una cosa mia, dopo un po’ devo andarmene dai posti altrimenti impazzisco, e questa cosa sta capitando di nuovo. Per me all’inizio non è stato facile, i soldi son finiti quasi subito. Ho cominciato a fare un po’ di lavori, non era facile, poi è uscito “7 respiri” e man mano ho cominciato a suonare sempre di più. Con quel disco ho potuto comprarmi un po’ di attrezzattura, un po’ di ragazzi han cominciato a venire a casa per registrare, poi è uscito “Il tempo necessario” e poi live, live, live. Negli anni ho capito una cosa: che tanti di qulli che adesso guadagnano col rap, quelli che hanno avuto la fortuna, il culo, di potersi permettere un investimento monetario di base molto grosso, quindi fare tot video in una volta sola, fare determinate cose in una volta sola.. io ci tengo a sottolineare questa cosa perchè ormai c’ho 30 anni e ci tengo a sottolinearlo. Tutto quello che ho fatto o che ho avuto me lo sono creato io da solo con dei sacrifici, anche soffrendo, tra virgolette, la fame. Questo cosa comporta? Che sei rallentato, perchè devi mangiare, devi pagarti un affitto, devi renderti indipendente e ci sono stati tempi in cui col rap, in Italia, questa cosa non era possibile. Molti ragazzi come me, non parlo solo per me stesso, si sono dovuti concentrare su queste cose anziche poter investire il loro tempo in altri modi.

Ok, abbiamo tirato fuori un bel po’ di argomenti. Questo ci porta a parlare del rap di oggi. A questo proposito io comincerei con “Fuori Moda” brano tuo in compagnia di Macro Marco estratto dal vostro ultimo EP “Fuori da ogni tempo ed ogni spazio”. C’è una tua strofa che va così: “Io sono fuori moda. La gente vuole quel che va. E quel che va, va perchè va.” Puoi spiegare meglio il ragionamento che c’è dietro questa frase?
Ritengo che viviamo in un’era in cui c’è poco gusto personale. Nel senso, le persone hanno poco spirito critico e questo è dovuto ad internet. Io la chiamo “l’onniscienza a portata di smartphone”.
Sei convinto di averla, non hai la curiosità di informarti, tanto, dici, se ho bisogno “guardo su wikipedia o su google”. Cosa succede quindi, che la gente ha perso il proprio spirito critico nei confronti dell’arte, questa cosa è come un muscolo che va allenato. Avendo perso questo, si punta all’appagamento artistico tramite la ricerca dei “numeri”, di quello che va, da qui il business dei clic e delle visualizzazioni. La gente va ad un concerto non per l’artista, ma perchè ci trova gente. Fino a cinque, sei anni fa, le domande che tu facevi all’amico che si era visto il concertone erano “ma che pezzi ha fatto? Ma freestyle l’ha fatto?” Se il tuo amico andava al concerto di Kaos chiedevi “ma Cose Preziose l’ha fatta?” Ora invece al tuo amico chiedi “ma gente c’era? Quanta?”
Questo è, quindi va quello che va.
Io invece non voglio puntare a fare numeri. Perchè puntare a fare numeri è facile. C’è la solita formula del rap italiano, che ti porta a fare 200mila visualizzazioni in una settimana ed io non critico chi lo fa, perchè c’è gente che lo sa fare, lo fa bene e deve farlo. Però non è quello che voglio fare io, io voglio creare qualcosa di nuovo. Che a me mi accusano sempre di esser “classico” perchè purtroppo in Italia non c’è la cultura musicale per capire che noi stiamo cercando di cavalcare un suono che c’è in America e che è tutt’altro che classico. Perchè un Black Milk non è classico. Un Torae non è un classico. Però in Italia c’è questa cosa che se non hai il suono che va, allori suoni classico e vecchio. Quindi mi ritengo assolutamente fuori moda. E poi ti dico anche un’altra cosa: l’essere fuori moda, e questo è quello che la gente non capisce, è l’unico modo per crearne di altre. Non sono qui per cavalcare un’onda. Sono qui per evolvermi. Io devo rischiare e, se rischiando faccio un flop, sticazzi. Anche James Brown ha floppato i dischi, anche Curtis Mayfield. Come dice Giuliano Palma “io sto cercando un suono” ed io, fuori moda, sono fiero di esserlo nel 2011.

Anche io ti darei l’etichetta di “classico” ma più per un discorso di attitudine che non per il suono. Mi riferisco al rispetto per le quattro arti che è un tematica che ricorre spesso nei tuoi testi. Sei d’accordo?
Assolutamente si. Stiamo parlando di una cultura, può piacerti o non piacerti ma devi rispettarla perchè è radicata e poi non è nemmeno così vecchia da sembrare obsoleta, ha 30 anni. E poi le mie passioni sono queste: se c’è qualcosa che mi colpisce di solito sono i graffiti e quindi torniamo all’hip hop, oppure la break e ancora torniamo all’hip hop. E’ una combinazione continua e quindi la gente non deve rompermi i coglioni perchè le mie passioni sono queste. Quello che io non capisco della rete e dei commenti, ed io non sono uno tanto “haterato” per fortuna, o purtroppo visto che quelli maggiormente “haterati” sono quelli maggiormente seguiti, è l’accanirsi della gente. Che bisogno c’è? Se ti piace qualcun altro, ascoltati qualcun altro. Se ti piace Vacca, sentiti Vacca. E non tirate in mezzo me quando dovete tirare in mezzo l’hip hop, perchè io faccio il mio. Una volta ho trovato un commento sotto un video di Marra, che è una persona che io stimo tantissimo artisticamente perchè secondo me è un grande rapper.. poi probabilmente abbiamo gusti musicali diversi però è uno che sa scrivere benissimo, è un rapper coi controcoglioni. Comunque, per tornare al discorso, ho trovato un commento che diceva “non vi sentite questo, sentitevi Kiave”. Ma che cazzo vuoi? Perchè devi tirare in mezzo me, per criticare un’altra cosa: queste cose, nella scena, io francamente non le capisco.

Ok ma, di fondo, questo era un complimento, no?
Era un complimento ma non devi usarmi per screditare una persona che io stimo. Tu che ne sai se io mi sento il disco di Marra a casa? Che poi è vero, me lo son comprato su Itunes. Perchè contrapporci? Perchè contrapporre, a forza, Blue Nox, ad altre realtà italiane? Noi facciamo il nostro, non siamo qui a dire “noi siamo la verità”. Noi facciamo la nostra ricerca e prendiamo la nostra direzione. Tutto qua. Non capisco l’accanirsi.

Beh un po’ c’è sempre stato l’accanimento. Fa parte del gioco, se vogliamo. Anche quando eravamo pischelli noi ci si accaniva contro qualcun altro, magari non era Marracash.
Si. Vero. Però è diverso.

Parliamo di Blue Nox, che è un bel collettivo, molto interessante e, soprattutto, ben delineato all’interno della scena.
Sono contento di questo. Siamo i soliti 8 e siamo soddisfatti, sia di come va il sito che del riscontro che abbiamo ottenuto. Cerchiamo di essere abbastanza omogenei nella scelta del suono ma allo stesso modo abbiamo stili diversi. Io suono diverso da Ghemon che a sua volta suona diverso da Mecna. Ci sono dei punti cardine però che descrivono lo spirito che ci accomuna, ad esempio il divertirsi quando si va ai concerti, il “keep it real” il fatto di mantenere comunque una certa musicalità anche nell’hip hop, una certa espressione artistica e culturale, la ricerca di una forma di rispetto per il movimento e la cultura. C’è dell’amicizia, c’è la stima artistica ma soprattutto l’amicizia. Poi ogni mese tiriamo fuori il Blue Nox Party a Roma e sta andando molto bene. La gente si diverte, rimane a ballare dopo i concerti e noi, lo sottolineo, passiamo certo rap o certo punk. Siamo contenti dell’atmosfera, oltre ai numeri, che ci stanno, e non nego che anche da noi qualcuno verrà perchè “c’è gente”. E’ una grossa famiglia.

Parliamo del freestyle, disciplina dove eccelli. Immagino ti chiamino spesso a fare il giurato, qual è la tua idea dei contest nel 2011?
Non ne faccio più. A breve parteciperò ad una sfida grossa, che sarà su Mtv e si chiamerà “Spit”. La prima puntata la registreremo il 29 novembre, non so quando sarà messa in onda. Ci saremo io, Ensi, Clementino e Rancore. In questo caso ho deciso di rimettermi in gioco. Forse farò la giuria al Tecniche Perfette perchè devo un favore a Mastafive. (ride) Però ti dico, non mi interessa molto giudicare gli altri ragazzi anche perchè il freestyle è cambiato da come lo intendo io. Sicuramente se becco Ensi ancora mi da le mazzate, perchè è l’unico: ogni volta che ci sfidiamo esco potenziato dalle sfide con lui.

Hai detto che il freestyle è cambiato. In cosa?
Si è perso un po’ di vista la tecnica, si pensa solo a fare le rime ad effetto. E’ rimasta questa cosa della punch line quando io invece conosco freestyler bravissimi che hanno un mega flow, un mega carisma, un mega impatto, grandi tecniche di improvvisazione. Quello è importante. Io ormai ho perso quella verve di far gridare a tutti i costi il pubblico perchè so che il pubblico che grida spesso non ascolta nemmeno quello che stai dicendo. Preferisco cercare di infilare un’idea nell’ascoltatore tra i suoi due lobi, come fosse un’ascia infuocata, che non cercare di strappare al pubblico il “blow” a tutti i costi. Mentre i nuovi purtroppo pensamo tantissimo a questa cosa.

Hai visto 8 mile?
Certo. Al cinema, quando è uscito.

Ti è piaciuto?
Cinematograficamente si, si vede Detroit e poi comincia col pezzo dei Mobb Deep…

Il film è piaciuto anche a me. La mia domanda è: il film, sul freestyle, ha avuto un’influeza positiva o negativa?
Beh, sicuramente a volte tocca sporcarsi le mani. Traendo le somme però direi che è stato positivo, perchè tanti ragazzi si sono avvicinati a questa disciplina. Io, prima che uscisse il film, facevo freestyle nella mia città e la gente non sapeva neanche cosa stessi facendo. Non capiva neanche che io stavo improvvisando. Logico, alcune cose son sbagliate, Eminem come artista è una figura un po’ particolare, tutto quello che vuoi, però sarebbe ipocrita dire “no è una merda”. Non può essere tutto perfetto anche perchè la perfezione si ammira, l’imperfezione si ama.

So che hai anche lavorato con i sordi, nuovamente col freestyle. Puoi spiegare come funziona la cosa?
Non ho la smania di arrivare a tutti. Dietro agli sguardi di molti di questi ragazzi però ho letto un interesse nei confronti di quello che avevo da dire. Quindi abbiamo coinvolto delle ragazze che traducevano in tempo reale il freestyle nel linguaggio dei segni. Ed anche delle dattilografe che riportavano in diretta, su uno schermo alle spalle di tutti, quello che ci stavamo dicendo. Abbiamo portato loro una specie di sfida di rapper contro i cantori dell’ottava rima (l’abbiamo visto anche a Scandicci, al Teatro Studio, un paio d’anni fa col Generale, Jesto e Clementino) e poi uno show semplicemente rap. Il mio motto in quei giorni era: “mentre tutti cercano di fare i soldi col rap noi l’abbiamo portato ai sordi”. Abbiam cambiato una consonante. Quando molti puntavano alla televisione io ho avuto la fortuna di farmi applaudire da un pubblico di sordi. Quell’applauso silenzioso è stata magia pura. In quel momento mi sono reso conto di una cosa: molti miei colleghi si fissano sull’arrivare in televisione. Che palle. Si può arrivare in mille altri posti. Non c’è solo il clic sul tuo sito, si può arrivare in molti altri posti con questa cultura.

Ok, abbiamo parlato di tante cose, torniamo sulla musica e su quello che stai facendo adesso. Quindi sei uscito con un EP con Macro Marco e questa dovrebbe essere l’ultima cosa che hai fatto, giusto? Che altro c’è nel tuo futuro?
Ufficialmente si. Poi andrò a fare questo “Spit” su Mtv. Ci tengo molto perchè porterò l’underground in un posto dove l’underground è sempre stato visto come il male. Quindi io sono il kamikaze che andrà là a farsi esplodere. Rappresenterò il keep it real. A me di Mtv non frega un cazzo, però c’è la possibilità di farsi esplodere dall’interno, e questa è una cosa importante.

Ok grazie.
Grazie a te.

Per maggiori informazioni:

www.mirkokiave.com
www.blue-nox.com