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“Art in The Streets”: Quando i writers diventano superstar



Per una mostra d’arte contemporanea, organizzata da un grande museo, riuscire a fare imbestialire i vertici della polizia locale e’ un risultato abbastanza inusuale. Eppure questo e’ esattamente quello che e’ successo a Los Angeles, la scorsa primavera, quando il Museum of Contemporary Art (Moca) ha allestito una mega esibizione intitolata “Art in The Streets”.

“Nelle ultime due settimane abbiamo visto un enorme proliferazione di vandalismo nella zona limitrofa al museo,” ha denunciato Jack Richter, il capo della squadra anti graffiti del Los Angeles Police Department. Per vandalismo lui ovviamente intendeva tags, throwups e pieces. William Bratton, il mitico sbirro di ferro, che a capo della polizia di New York City prima, e di quella di Los Angeles dopo, ha trasformato la lotta al graffitismo in una sorta di crociata permanente, gli ha fatto eco: “Sembra che ogni idiota in circolazione stia cercando di sfruttare questi ammiratori dei graffiti,” ha detto con malcelato disprezzo per gli organizzatori dell’esibizione, aggiungendo che lui mai avrebbe messo piede dentro ad un museo del genere. “Li sbatteremo in galera,” ha minacciato ancora Jack Richter, riferendosi a qualunque writer beccato a “lavorare” fuori dagli spazi del Moca: “Questo non e’ un reato da multa. Saro’ ben lieto di accompagnarli io stesso in galera.”

“Daze”, in una foto del 1982 di Martha Cooper, mentre scrive uno slogan che riassume alla perfezione quarant’anni di evoluzione del graffitismo e della street art: “Art in anything you can get away with…”

Dalla parole ai fatti. A “Space Invader”, il celebre street artist francese, e’ andata bene. Fermato dalla polizia assieme ad un amico mentre scendeva dal tetto di un edificio e’ stato rilasciato, forse perche’ era “armato” solo di piatrelline e cemento, due materiali di cui gli agenti non hanno capito subito l’uso (piu’ tardi, quando le forze dell’ordine si sono rese conto di chi gli era capitato fra le mani, perche’ hanno visto la zona punteggiata di sue opere, e si sono rimesse a cercarlo, lui pare che avesse gia’ lasciato il paese). A Jason Williams, aka “Revok”, graffitista locale di spicco e un altro degli artisti celebrati nella mostra, e’ invece andata malissimo. Gli sceriffi della Contea di Los Angeles lo hanno arrestato per violazione dei termini della condizionale mentre si accingeva ad imbarcarsi su un volo diretto in Irlanda. Un giudice, considerati gli altri due arresti che aveva alle spalle, l’ha condannato per direttissima a 180 giorni di reclusione.

Se questa e’ stata la reazione isterica delle autorita’ di polizia, che si puo’ dire del valore artistico della mostra? “Art in The Streets”, strombazzata come “la prima esibizione sulla storia del graffitismo e della street art organizzata da un grande museo americano”, aveva l’ambizione di documentare 40 anni di evoluzione di quel fenomeno, consacrandolo come un passaggio chiave di tutta l’arte contemporanea. La mostra e’ riuscita davvero in un intento cosi’ ambizioso? La risposta purtroppo e’ complicata. E richiede un minimo di retroterra. Ovvero capire quattro potentissimi fattori in gioco.

Chaz Bojorquez, ritratto nell’Arroyo Seco River nel 1973 da Gusmano Cesaretti, il fotografo di origine italiana che documento’ per primo l’emergere della scena graffitista a Los Angeles e le sue relazioni con la tradizione di marcatura del territorio con script ispirati alle lettere atzeche da parte di gang e gruppi politici ispanici.

La prima e’ che Los Angeles vive piu’ o meno da sempre un forte senso d’insicurezza culturale. A paragone di altre grandi metropoli internazionali, il mondo vede infatti questa conurbazione quasi infinita di villette e autostrade come la capitale dell’effimero, popolata di “nouveau riche” perennemente abbronzati, finte bionde siliconate, mezzibusti dai sorrisi smaglianti e starlette del reality. Nessuno va in pellegrinaggio a Los Angeles per ammirarne l’arte, nuova o vecchia che sia, come a Parigi, New York, Londra, Roma o Firenze. Anche se la citta’ ha ospitato alcuni dei piu’ grandi artisti contemporanei, come Ed Ruscha, John Baldessari, David Hockney o Ken Price, la loro fortuna fu determinata da critici, galleristi e musei newyorkesi.

La seconda e’ che mentre a Los Angeles ci sono sicuramente tanti soldi, non esiste nulla di simile a quella tradizione di mecenatismo pubblico che ha spinto fin dagli inizi del ‘900 molti mega tycoon della costa atlantica americana (i Rockfeller, i Carnegie, i Morgan, i Guggenheim) a “comprarsi” una fama imperitura finanziando musei, biblioteche, teatri e altre istituzioni culturali oggi considerate fra le piu’ autorevoli del mondo. Lo stesso Moca e’ nato solo nel 1980 (e fu in grado di inaugurare il suo primo spazio espositivo solo nel 1983), ed ha stentato a lungo a trovare finanziamenti adeguati, rischiando addirittura il fallimento nel 2008.

Il rapporto fra street art californiana e cultura “low ride”, ovvero la passione molto diffusa fra gli ispanici per veicoli iper accessoriati, modificati e decorati fino a raggiungere effetti altamente barocchi, illustrata in una delle installazioni commissionate dai curatori di “Art in The Streets”.

E’ in quel momento che entra in gioco il terzo fattore, ovvero Eli Broad. Nato nel Bronx, da una famiglia di poveri immigrati lituani, che si trasferi’ a Los Angeles negli anni ’60, Broad e’ oggi, a 75 anni, uno degli uomini piu’ ricchi della citta’ (il suo patrimonio sfiora i sei miliardi di dollari). Famoso per la sua scaltrezza nel condurre gli affari, e per un notevole egocentrismo, Broad si e’ riproposto negli ultimi anni come grande collezionista e benefattore dell’arte contemporanea, forse per fare dimenticare le sue umili origini di contabile che ha fatto fortuna in mercati davvero poco “gloamour” come quello della lottizzazioni a basso costo e dei prodotti assicurativi. E’ lui che a colpi di milioni di dollari ha salvato il Moca dalla rovina, ottenendone indirettamente il controllo, con l’intento dichiarato di trasformarlo in un’istituzione “populista” di fama mondiale.

Infine c’e’ Jeffrey Deitch, il celeberrimo gallerista di New York, che Broad ha voluto come nuovo direttore del Moca. Quella nomina fece gridare molti puristi allo scandalo perche’ uno dei precetti etici su cui tutto il sistema dell’arte si regge in piedi e’ proprio l’idea, o forse l’illusione, che non sia un business come tutti gli altri (e infatti, anche se Deitch prima di assumere il nuovo incarico ha chiuso la sua galleria, non era mai successo che un mercante d’arte finisse a capo di un museo americano). Con un master in business administration, Deitch lavoro’ per quasi un decennio come vicepresidente della Citibank (il piu’ grande colosso bancario degli Usa), dove fu fra i pionieri dell’investimento finanziario in opere d’arte, prima di passare a fare il gallerista a tempo pieno in proprio.

Street art e mercato… A SINISTRA – Keith Hering, al lavoro in una stazione della metropolitana di New York City, in una foto di Tseng Kwong Chi scattata fra il 1982 e il 1984. A DESTRA – La gallerista Patty Astor, in posa al centro della personale di Keith Hering da lei organizzata nel 1983, in una foto di Eric Kroll. L’ormai mitico spazio espositivo creato dalla Astor e’ stato riprodotto all’interno di “Art in The Streets”.

Ora, il rapporto fra graffiti, street art e denaro e’ sempre stato complicato. Da una parte nessuno puo’ negare il diritto degli artisti che operano nel contesto dell’arte di strada ad essere compensati, anche profumatamente, per il loro lavoro. Dall’altra e’ ben noto che quando questo genere di opere e’ sradicato dagli spazi pubblici di cui si e’ illegalmente appropriato rischia di perdere tutto o quasi il suo significato. E non e’ certo un caso che gli street artist di gran lunga preferiti dal mercato dell’arte sono dei morti che hanno lasciato un buon volume di lavori su carta o su tela (come Keith Haring e Jean-Michel Basquiat, due autori che fra l’altro Deitch ha contribuito a promuovere molto attivamente in passato).

A Jeffrey Deitch, che e’ un personaggio eclettico, curioso e complesso, tanto scaltro quanto abilissimo a creare scandalo rompendo vecchie consuetudini, questa dialettica e’ sicuramente ben chiara. Per allestire “Art in The Streets” si e’ quindi circondato di collaboratori molto piu’ giovani, gente con tutto lo “street creed” necessario per fare da ambasciatori verso una generazione di artisti che guarda con diffidenza alle istituzioni museali tradizionali, ma anche oggettivamente piu’ malleabile di dei curatori con una carriera professionale piu’ varia e con una reputazione d’indipendenza critica da tutelare.

Ribelli addomesticati? SOPRA – Un’opera iconica di “Dondi”, tipica di quel surreale periodo in cui i vagoni delle metropolitana di New York portavano a giro per tutta la citta’ i capolavori dei writer, immortalata in una foto di Martha Cooper del 1980. SOTTO A SINISTRA – L’eta’ d’oro del graffitismo newyorkese ridotta ad un collage di “santini” sulle pareti del Moca di Los Angeles. SOTTO A DESTRA – Un murale intitolato “Love”, realizzato su commissione da Andre Saraiva, nel bagno delle donne del museo, in occasione di “Art in The Streets”.

Per riuscire a documentare la storia di un fenomeno cosi’ effimero come il writing e l’arte di strada, Deitch ha poi scelto di dare ampio spazio al lavoro di quei fotografi che sono diventati una sorta di testimoni ufficiali del movimento (come Martha Cooper e Henry Chalfant, i due autori dell’ormai mitico volume “Subway Art”). L’uso di simili surrogati visivi, per quanto potesse essere giustificato in questo caso, rischiava pero’ di sminuire quella che tradizionalmente viene considerata (a torto o a ragione) la ragione d’essere di un museo, che e’ mettere il pubblico a contatto diretto con l’opera. Deitch ha affrontato tale dilemma adottando un approccio ibrido, ovvero suddividendo gli spazi interni ed esterni del Moca e affidandoli ai nomi piu’ rappresentativi del fenomeno street (o comunque a quelli piu’ degni a suo parere di consacrazione) perche’ ci creassero dei lavori o delle installazioni specifiche.

Quattro esempi delle installazioni create all’interno del Moca di Los Angeles, in occasione di “Art in The Streets”, per rendere omaggio al lavoro di “Kenny Scharf”, “Shepard Fairey”, “Rammellzee” e “Revok”

Il risultato e’ che “Art in The Streets” ha potuto mostrare una vasta selezione di opere inedite. Con piu’ di 50 artisti inclusi nell’esposizione ha certamente offerto una panoramica avvincente di un fenomeno sfaccettato e tuttora in divenire. E molti artisti hanno accettato con entusiamo l’opportunita’ di sbizzarrire la loro creativita’ in installazioni e performance, dando all’intera rassegna una connotazione circense che ben si sposa con quella natura irriverente e quella tradizione di contaminazioni multidisciplinari che sono parti integrali del graffitismo e dalla street art.

Eppure non e’ difficle percepire che dietro agli onori conferiti agli artisti dalla santificazione del Moca c’e’ anche il tentativo di cacciarli dentro a una camicia di forza, stringendo poi i lacci fino a immobilizzarli come tante belle mummie innoque e colorate. I curatori di “Art in The Streets” hanno scelto ad esempio di riprodurre dentro al museo alcuni ambienti storici, come la Fun Gallery di Patty Astor a New York (una delle prime gallerie commerciali a esporre i lavori di Jean-Michel Basquiat) o il loft di TriBeCa usato per anni come studio e abitazione da Rammellzee (celebre perche’ era illuminato solo da neon a luce nera, simili a quelli utilizzati in certe discoteche, che “accendevano” i colori fosforescenti delle sue opere).

Si unisca a tutto questo la presenza di reliquie come il cappotto indossato per un decennio dal writer “Freedom” di New York, o la riproduzione della prima tag di “Taki 183”, o la ricostruzione di un mini skate park (completo di ragazzi impeganti a dimostrare mosse acrobatiche), e l’effetto ricorda parecchio quei diorami pieni di animali impagliati che puoi vedere in certi vecchi musei di storia naturale, o forse — visto che siamo in California — quegli animatronic che popolano le attrazioni di Disneyland.

Autentico o virtuale? SOPRA A SINISTRA – Writer teenager fotografati nella metropolitana di New York da Jon Naar nel 1973. SOPRA A DESTRA – “Daze” e “Skeme” si introducono in un deposito di vagoni della “subway” nel Bronx di New York nel 1982. SOTTO – Il brivido dell’illegalita’ imbalsamato in una riproduzione all’interno del Moca.

Per la visione d’arte populista di Jeffrey Deitch e Eli Broad “Art in The Street” e’ stata un enorme successo. In poco meno di quattro mesi la mostra e’ stata visitata da 201.352 persone (un record assoluto in tutta la storia del museo) e ha generato un’ondata di servizi sui mass media (grazie alle polemiche sulla glorificazione del vandalismo), due risultati che promettono di attrarre nuove generose donazioni da parte di altri milionari californiani in certa di gloria come benefattori del Moca.

E alla street art cosa rimane? Beh, l’esperienza di “Blu”, l’unico artista italiano invitato a partecipare, la dice lunga. A lui era stata assegnata una delle grandi pareti esterne del museo. E visto che quella fronteggiava un ospedale militare e un monumento ai caduti americani di origine giapponese nella Seconda Guerra Mondiale, lui ci aveva creato sopra un enorme panorama di bare avvolte in biglietti da un dollaro. La reazione di Deitch e’ stata furibonda. Ha accusato l’artista di mancanza di rispetto nei confronti dei veterani. E ha ordinato l’immediata distruzione del lavoro (il muro e’ stato ricoperto con un bel manto di vernice bianca immacolata).

La conclusione non potrebbe essere piu’ chiara: le grandi istituzioni del sistema dell’arte sono ormai pronte ad abbracciare graffiti e street art. Ma solo se non disturbano troppo lobby potenti, non minacciano di incrinare i rapporti con i politici locali, non rischiano di far scappare benefattori danarosi. O per dirla in un altro modo, solo se esprimono un’esuberanza ribelle ma tutto sommato innocua.