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Tutta la storia del graffitismo. Distillata in due chili di carta…



La prima cosa che ti colpisce quando prendi in mano The History of American Graffiti e’ la mole: 400 pagine di grande formato, due chili di peso, rilegatura con copertina cartonata da biblioteca, un numero totale d’immagini che deve superare abbondantemente il migliaio (contarle tutte e’ decisamente impossibile).

Subito dopo, appena cominci a sfogliarlo, l’eccitazioe e’ generata proprio da quelle foto, che risucchiano i tuoi occhi in un orgia visiva apparentemente senza fine, non solo perche’ sono riprodotte con la cura certosina solitamente riservata alle piu’ suntuose monografie d’arte, ma perche’ nella stragrande maggioranza dei casi sono degli inediti che non hai mai visto prima.

Infine, quando cominci a leggere, arriva la sorpresa finale: ti rendi conto che qui non hai a che fare con un testo raffazzonato in fretta e furia da qualche casa editrice in cerca di profitti facili, magari zeppo di banalita’ riciclate, o di sofismi teorici che lasciano il tempo che trovano, o di aneddoti personali che possono interessare solo all’autore e quattro suoi amici. The History of American Graffiti e’ una ricerca colossale e metodica, che riassume i frutti di cinque anni d’intenso lavoro, i risultati di dozzine di viaggi in tutta l’America, il senso di oltre 500 interviste (si’, cinquecento!) con i protagonisti di questa forma d’arte.

Due esempi del materiale iconografico d’incredibile qualita’ raccolto dai due autori di The History of American Graffiti. SOPRA – Pennarellone indelebile a punta larga, meglio noto come “magic marker”, nelle mani di Don One, presidente della crew Mafia (Master Administration For Incredible Artists) nel Queens di New York, nel 1977. SOTTO – Un piece “nazionalista” di Bisaro, a San Francisco, nel 1987.

Il risultato e’ che The History of American Graffiti e’ un lavoro assolutamente senza precedenti. E’ un compendio storico di levatura accademica. E’ un documento visivo di valore eccezionale. E’ un’enciclopedia densa d’informazioni affascinanti ed erudite. O per usare le parole di Shepard Fairey (citate non a caso nei materiali promozionali diffusi dalla casa editrice) e’ “la prima storia veramente completa della cultura illegale e segreta dei graffiti. Se ci fosse un corso di laurea sul graffitismo, questo sarebbe il suo libro di testo.”

Eppure, dopo aver letto e riletto con grande piacere questo librone, dopo averlo posato da parte e ripreso in mano dopo parecchie settimane, devo ammettere che mi ha lasciato in testa delle sensazioni abbastanza contradditorie. Che senso ha infatti immaginare che il writing possa aver bisogno di un “libro di testo”, quando quel fenomeno nacque in palese contrapposizione a tutte le norme del sistema scolastico tradizionale? Non e’ forse ovvio che compilando l’enciclopedia di un’arte “segreta” si finisce per stemperarne automaticamente l’impatto? E che dobbiamo pensare quando la piu’ grande casa editrice commerciale degli Usa (Harper Collins, una proprieta’ del famigerato tycoon Rubert Murdoch) si mette a promuovere un prodotto patinato che glorifica una cultura “illegale”?

East coast, west coast… A SINISTRA – Un writer non identificato di Chicago in una foto di Pengo del 1987. A DESTRA – Un autoritratto di “Risk”, uno dei personaggi di spicco della scena di Los Angeles, scattato nel 1989.

Ora, se proprio qualcuno doveva scrivere un’opera di questo genere, Roger Gastman e Caleb Neelon, i due autori del libro, hanno sicuramente tutte le credenziali giuste per farlo. Entrambi si sono sporcati le mani di vernice da ragazzi per taggare i muri delle citta’ dove vivevano (Bethesda nel Maryland e Boston rispettivamente). Roger e’ quindi diventato un autore e un editore, inventando periodici altamente innovativi come “While You Were Sleeping” e “Swindle”, e piu’ di recente ha lavorato come consulting producer per il film di Banksy “Exit Through the Gift Shop”, oltre che come uno dei curatori della mostra “Art in the Streets” al Moca di Los Angeles. Nelson, dopo aver conseguito un master in scienza dell’educazione all’universita’ di Harvard, e’ invece rimasto attivo come artista, oltre a curare almeno una dozzina di libri sull’evoluzione della street art in varie parti del mondo.

In The History of American Graffiti i due usano una prosa asciutta ed essenziale, preferendo puntare sull’accuratezza dei fatti che sulla retorica poetica. Nei capitoli dedicati alla prima era del writing newyorkese (quella che personalmente conosco meglio) ho trovato una ricostruzione degli eventi incredibilmente precisa e piacevole da leggere, che posso solo raccomandare ha chi non ha vissuto dell’epoca. Le sezioni successive, dedicate alle scene locali di dozzine di citta’ americane, sono altrettanto stupefacenti per la completezza e la serieta’ della ricerca (e i commenti di chi le ha vissute in prima persona sono stati tutti positivi).

Preistoria del graffitismo Usa… SOPRA – Una foto scattata nel 1972 in una stazione della metro di Philadelphia, una citta’ dove il fenomeno del tagging si diffuse ancora prima che a New York, anche se non raggiunse la stessa fama mediatica fino a ben piu’ tardi. SOTTO – Classici newyorkesi: una “whole car” di Tack del 1982.

Il libro e’ anche zeppo di informazioni meno note, dalla storia di “Cornbread”, il ragazzino di Philadelphia che puo’ essere considerato il precursore del tagging (comincio’ a scrivere in suo nome dappertutto nel 1965!) a quella di “Stay High 149”, il veterano dell’Old School di New York che continua imperterrito ancora oggi a marcare le strade del Bronx (all’eta’ di 65 anni!). Una breve introduzione, che racconta come i precursori del writing si possono trovare fra gli “hobo” degli anni ’30 (i vagabondi che marcavano con i loro soprannomi i vagoni dei treni merci che usavano per viaggiare senza biglietto), fra i soldati americani della Seconda Guerra Mondiale (che marcarono mezzo mondo con il misterioso graffito “Kilroy was here”) e fra le gang dei ghetti etnici (che marcavano il territorio con i loro simboli), e’ da sola un piccolo capolavoro.

Ma il turbinio di sensazioni contradditorie rimane. Da una parte Roger e Caleb sono infatti animati da un entusiasmo sincero per la longevita’ del graffitismo, che vedono ancora fiorire in molte localita’ periferiche degli Stati Uniti. Ma dall’altra e’ chiarissimo il loro desiderio di documentare un fenomeno effimero, che dopo quasi mezzo secolo di storia rischia di perdere la memoria, con la scomparsa di molti protagonisti della prima ora.

SOPRA – “The Best of Both Worlds”, realizzato da “Dream” a Oakland in California nel 1987, celebra la ricchezza dell’evoluzione stilistica del graffitismo americano. SOTTO – Una tag di “Revs” e “Cost”, fotografata a Manhattan nel 1993, illustra invece la regressione estetica di questi due artisti, che reagirono ad un clima di crescente criminalizzazione del writing punteggiando la citta’ con volume enorme di interventi rapidissimi e vistosi.

In una bella intervista pubblicata dalla rivista Juxtapoz, i due hanno raccontato che l’aspetto piu’ struggente del loro progetto e’ stato proprio incontrare centinaia di artisti, facendo il possibile (armati di registratore, laptop e scanner Usb) per “salvare” le loro storie e le immagini dei loro lavori (in genere oggi distrutti per sempre), frugando fra vecchi album e scatole da scarpe piene di foto analogiche (centinaia di migliaia in totale).

La cura affettuosa con cui Roger e Caleb hanno condotto questa ricerca a me ricorda il lavoro di quegli entomologhi che viaggiano nelle giungle piu’ remote del mondo per catalogare strane specie di insetti a rischio di estinzione. Quando visiti un museo di storia naturale degno di questo nome, il risultato di quel tipo di lavoro, con distese di vassoietti di velluto affollati di scarabei o farfalle multicolori infilzate con lo spillone, e’ uno spettacolo capace di mozzarti il fiato. Ma sei anche perfettamente cosciente che e’ un miserissimo surrogato della vitalita’ degli ecosistemi tropicali da cui quegli insetti arrivano. “The History of American Graffiti” e’ un po’ la stessa cosa.

Amarcord e tragedia… A SINISTRA: La Central High School di Philadelphia, uno dei covi d’incubazione del tagging, in una foto del 1974. A DESTRA – Un ritratto dei primi anni ’80 di “Iz The Wiz”, uno dei writer piu’ prolifici e ossessivi del periodo d’oro del graffitismo newyorkese, morto nel 2009 dopo una lunga battaglia con gravi complicazioni mediche, dovute a decenni di inalazione senza protezioni dei fumi tossici di vernici aereosol.

Roger e Caleb sono i primi ad ammettere che in tutte le metropoli dove il potere politico ha deciso che i graffiti dovevano scomparire, costasse quello che costasse, la scena del writing alla fine e’ stata uccisa (l’esempio piu’ clamoroso e’ proprio quello della “subway” di New York City, che dopo una lotta durata vent’anni e’ ormai da piu’ di due decenni completamente “graffiti free”). I due sostengono anche che in un momento e in un luogo molto specifico, ovvero a New York fra il 1971 e il 1975, il writing segno’ una svolta senza pari nella storia dell’arte, perche’ non si era mai visto l’emergere di un linguaggio estetico, definito esclusivamente da un manipolo di minorenni emarginati, con la capacita’ di conquistare in pochi anni l’immaginario visivo globale come e’ successo in quel caso.

Ecco, The History of American Graffiti e’ la piu’ suntuosa e autorevole celebrazione mai pubblicata su quel fenomeno. Ma non e’ difficile vederlo anche come il suo epitaffio. La sua pietra tombale. Il tappetino di velluto dove centinaia di writer sono infilzati con lo spillone come tante farfalle colorate.

Rest in peace?

 
Per saperne di piu’…

Roger Gastman, Caleb Neelon
The History of American Graffiti
2010, New York, Harper Design