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Viaggio dentro ad un trauma: “Io, il terremoto e lo tsunami”




 
Il surrealismo della tragedia: una colossale nave per il trasporto dei container depositata dall’onda dello tsunami in mezzo ad una strada di Kamaishi, nella prefettura di Iwate del Giappone nord orientale. Foto di Yuko Sugeno.

“Cercate qualsiasi oggetto personale che possa avere il valore di un ricordo, come ad esempio una fotografia. Ricordate che anche l’oggetto apparentemente più insignificante può avere un valore inestimabile per un superstite dello tsunami”.

Dinanzi alla distruzione che ci circonda, a quei grovigli di metallo accatastati l’uno sull’altro, che mi fanno venire in mente certe sculture estreme d’arte moderna, l’idea di poter trovare un oggetto ancora integro, qualcosa che possa essere identificato con un nome, è quasi inimmaginabile. Figuriamoci una foto, un oggetto per definizione così fragile e sottile…

Eppure nessuna di noi volontarie – siamo una ventina di ragazze, di cui io l’unica straniera; un’altra ventina di ragazzi sono stati dislocati a circa 500 metri di distanza per svolgere lavori più fisici, come trasportare da una parte all’altra le macerie – azzarda un commento o mostra un segno di turbamento nell’ascoltare quelle parole del responsabile dei gruppo.

Alla vista della distruzione più totale forse entra in gioco una strana legge della compensazione: sei come preso da una sorta di delirio di onnipotenza, ti convinci che possa davvero accadere un miracolo, o se non proprio un miracolo almeno qualcosa di inaspettato e gradito, come la scoperta appunto che un frammento della vita di qualcuno è sopravvissuto alla tragedia. E questo è lo stato d’animo con cui, il 18 giugno 2011, inizio la mia giornata di volontariato a Baba e Nakayama, due piccole frazioni della cittadina costiera di Minamisanriku.


 
Tre immagini, scattate dall’autrice con il suo telefonino, documentano la scala della devastazione.

Minamisanriku, situata nella parte settentrionale della prefettura di Miyagi, un anno fà poteva vantare una popolazione di circa 17.500 persone. Oggi è una delle cittadine simbolo della tragedia dell’undici marzo scorso, e una delle principali destinazioni del flusso di volontari, insieme ai centri subito vicini, ormai altrettanto tristemente famosi, come Onagawa e Kesennuma a nord e Ishinomaki a sud. A Minamisanriku, secondo gli ultimi dati ufficiali, sono morte 565 persone, 333 risultano ancora disperse, mentre 3.299 case sono state completamente distrutte o comunque rese inabitabili.

Qui il terremoto ha toccato un’intensità dell’ottavo grado (secondo la cosidetta Scala Macrosismica Europea) e l’ondata dello tsunami ha raggiunto i 16 metri, superando e distruggendo gli argini di cemento armato che erano stati costruiti all’ingresso del porto dopo lo tsunami di sei metri del maggio 1960. Questa volta è stato calcolato che la forza d’urto della massa d’acqua sia stata pari a quella di un camion di quattro tonnellate che viaggiava a 30-40 chilometri all’ora.

Le immagini della devastazine di Minamisanriku le avevo già viste e riviste in Tv. Il palazzo del centro per la gestione delle calamità naturali, costruito in memoria della tragedia del 1960, oggi è ridotto a una mera intelaiatura di ferro rosso ed è diventato una delle icone visive del disastro. Proprio qui un’impiegata di 24 anni, del servizio della protezione civile, ha contribuito alla salvezza di molte persone, incitando via radio fino all’ultimo momento gli abitanti della zona ad abbandonare le proprie case, e a rifugiarsi su un’altura vicina, prima di perdere lei stessa la vita. Non molto lontano, oltre la collina, c’è l’ospedale da campo e il centro d’accoglienza donato dal governo israeliano per far fronte alla distruzione di tutte le strutture mediche della città.

A prima vista, osservandolo di persona, tutto questo mi appare identico alle immagini trasmesse frequentemente dai mass media, come se la colossale portata dell’evento avesse fermato lo scorrere del tempo, e non fossero invece trascorsi tre mesi. In realtà, guardando meglio, mi rendo conto che il fango che aveva sommerso l’area è stato rimosso, ovunque sia stato possibile e necessario.

Con il fango è scomparsa anche quella puzza di salsedine e pesce inputridito che, come mi fà notare una ragazza che il giorno precedente ha lavorato come volontaria a Kesennuma (un paesino costiero famoso per i suoi prodotti ittici come filetto di pescecane, ostriche e costardella, con un bilancio di 1.029 morti, 351 dispersi e 15.274 case distrutte), è forse la sensazione che rimane più impressa in molte zone disastrate, perchè non c’è video o fotografia che la possa comunicare a distanza.


 
Un’altra immagine, scattata nei pressi di Iwaki, nella prefettura di Fukushima, documenta la forza indescrivibile dell’onda d’urto dello tsunami. Foto di Matthias Frey (komakino.ch).

Anche Baba e Nakayama erano due frazioni che dovevano la loro ricchezza alla pesca e alla coltura delle alghe wakame. Qui lo tsunami ha fatto “solo” dieci vittime, su una popolazione di circa 400 persone, ma i due agglomerati sono stati completamente distrutti, assieme a tutti i pescherecci che davano da vivere agli abitanti.

Dinanzi a me, e anche un po’ oltre, sulla collina limitrofa, ci sono solo case ridotte a ruderi inabitabili. Del porticciolo resta solo una vaga parvenza. La devastazione è tale che la mia mente associa la vista un edificio più grande, ormai nudo e informe, con il monumento alla bomba atomica di Hiroshima. A colpirmi ancora di più non è pero quello, ma una casetta qualsiasi che mi ritrovo direttamente davanti agli occhi, la casa del signor X, con la targhetta con il suo nome ancora intatta, ma con le mura frontali divelte, e con gli oggetti ancora appesi alle pareti, ma storti, come se fossero in procinto di cadere da un momento all’altro.

Quello spettacolo d’intimità domestica, esposto alla vista dal crollo della facciata, è come se invitasse lo spettatore ad entrare. Contrariamente ad ogni logica provo un moto di speranza per il futuro di quella casa, forse perché ha ancora il tetto. La vedo come un disegno con uno strappo, come se l’architetto avesse cambiato idea in corso d’opera, e avesse voluto stracciare il progetto originario, ma non ci fosse completamente riuscito, non fosse altro perchè i vetri rotti della credenza in fondo al soggiorno, le assi di legno sparse sul pavimento, la polvere sui materassi sudici, sembrano annullare ogni buon proposito.

Il rischio di nuove scosse di assestamento è tuttora un pericolo da non sottovalutare. Eppure, in questa specie di museo della quotidianità, spezzata e spazzata dallo tsunami, penso che possa esserci ancora un oggetto importante per qualcuno. Così entro nella casa del signor X, per una visita fulminea e tentennante, scorgo ai miei piedi una medaglia, forse il trofeo di una partita di golf, e la metto in salvo.


 
Ancora una prospettiva nei pressi di Iwaki, prefettura di Fukushima. Foto di Matthias Frey (komakino.ch).

Nel pomeriggio veniamo trasferiti insieme ai ragazzi a lavorare su un terreno dove ci sono ancora resti di tegole, assi di legno, mattoni e altri detriti infossati che noi strappiamo alla terra e suddividiamo. Una delle immagini di quelle ore che mi è rimasta più vivida è quella di un geco rosso che improvvisamente fà capolino dal terreno, con il suo colore vivido, quasi a volerci rassicurare della continuità della vita anche dinanzi alla distruzione. E poi una scarpa spaiata appartenente a un adulto, e uno stivale rosa di taglia piccola appoggiato su una carriola, e i resti di un tronco d’albero trascinato dallo tsunami in mezzo a un campo, che nessuno di noi osa spostare. La sera, verso le nove, dopo che sono rientrata in albergo a Sendai, il capoluogo della prefettura di Miyagi, c’è una scossa di assestamento, ma lieve, fra il quarto e il quinto grado.

La mattina seguente, mentre faccio colazione, l’anziana proprietaria dell’albergo fà capolino all’improvviso e appena mi vede mi parla con una voce piena di gratitudine sincera: “Grazie per essere venuta ad aiutare Sendai.” Mi spiega che nonostante nell`area centrale adesso tutto possa sembrare normale (il terremoto ha fatto crollare una parte del tetto della stazione, ma fortunatamente non ha provocare vittime), all’interno di molte case, e ai piani altri del suo stesso albergo, ci sono stati danni significativi (secondo le ultime stime ufficiali le abitazioni di Sendai afflitte dal sisma sono 4.031). Mi racconta inoltre con tristezza che da allora i visitatori stranieri sono spariti, mentre molti studenti che alloggiavano nel vicino campus universitario hanno cominciato ad abbandonare la città.

Poche ore dopo mi trovo di nuovo sulla costa, a Ishinomaki (3.279 morti, 651 dispersi), che ho raggiunto con il servizio temporaneo di autobus, dato che la linea ferroviaria Sensekisen qui è fuori uso. L’odore di pesce putrido è lieve ma costante. Dalla collina Hiyori scendo verso il porto, attratta da un paesaggio tristissimo. Cammino per una mezzora attraverso un deserto di macerie, che sembra protrarsi all’infinito, o almeno fin dove il mio sguardo riesce ad arrivare. Qua e là si intravede un edificio miracolosamente intatto, e i miei occhi ci si soffermano sopra, come se avessero trovato un’oasi dove riposare.


 
Un peschereccio finito in mezzo ad un campo, vicino a Sendai, nella prefettura di Miyagi. Foto di Matthias Frey.

La visione che si è impressa in modo indelebile nella mia memoria non è però tanto quella di villaggi o cittadine a sè stanti – come Baba e Nakayama, Minamisanriku o Ishinomaki – ma quella del tragitto di andata e ritorno in autobus verso Ishinomaki, ovvero la vista dal finestrino di chilometri e chilometri ininterrotti di aree distrutte dallo tsunami e dal terremoto, di campi ancora coperti di detriti, di case integre ma storte, di paesi ridotti a “ghost town”, di barche in mezzo alla terra ferma, dell’orologio della stazione di Nobiru fermo alle 14:46, dell’ufficio postale con la facciata sventrata come la casa del signor X, dei pali storti delle ferrovie…

Perchè sono venuta a fare volontariato? Certo, sono stata spinta dal desiderio di dare una mano a un paese dove vivo da quasi un decennio, un paese a cui devo tanto. Ma vorrei anche capire, cercare di dare un senso – ammesso sia possibile e lecito farlo – a tutto quello il terremoto dello scorso marzo ha rappresentato per me. Perchè anche se io l’ho vissuto ben lontana dall’epicentro, a Tokyo, dove è stata registrata una scossa di “soli” sette gradi, anche se io l’ho vissuto con una certa distanza emotiva, in quanto non ho perso nessuna persona a me cara, un segno profondo me l’ha comunque lasciato…


 
Il silenzio di una zona evacuata alla periferia di Sendai. Foto di Matthias Frey (komakino.ch).

Undici marzo 2011, ore 14:46. Sono al lavoro, seduta alla mia scrivania, al settimo piano di un edificio di quattordici. Al mio lato c’è una grande finestra, da dove si vede una parte dei giardini del Palazzo Imperiale e il Viale di Salici Piangenti. Quando il terremoto comincia, all’inizio non ho alcun dubbio. Penso che non sia nulla di grave. Forse una scossa di assestamento legata ai tremori sismici che pochi giorni prima hanno colpito la zona di Sendai. Sono tranquilla e convinta che basterà aspettare qualche decimo di secondo e tutto finirà.

Invece i secondi passano ma le scosse aumentano. Vedo una collega, che lavora nella stanza accanto, scappar via dall’ufficio. Le ante dell’armadietto dinanzi a me si aprono da sole. Sento vari rumori fuori nel corridoio: qualcosa deve essere caduto. Capisco che muovermi non è prudente. E per la prima volta decido di fare come sono addestrati a fare i giapponesi: mi accovaccio sotto la scrivania. Le persiane si muovono. Per un momento ho il timore che il pavimento ceda. Le macchine lungo la strada, che vedo dalla finestra, si sono tutte fermate. E comincia a sfiorarmi qualche pensiero più tragico, ma ormai il terremoto è finito.

Nella stanza più grande, che occupa il centro dell’ufficio e dove ci ritroviamo perchè è anche la più vicina all’uscita, tutti i colleghi sono stupefatti. Nessuno è in preda al panico, ma percepisco un’ansia decisamente anormale. Abbiamo tutti la sensazione che sia successo qualcosa di molto grave. Indossiamo i caschi e gli zainetti di emergenza, che sono una dotazione standard in molti luoghi di lavoro giapponesi e che contengono cerotti, guanti, garze, cibo precotto e altri generi di prima necessità. L’ascensore è bloccato e dobbiamo scendere a piedi per le scale. Altre due scosse seguono la prima a circa venti minuti di distanza. Alle quattro tutto il palazzo è stato evacuato.

Nessuno sa bene cosa sia successo, ma la gente si è tutta riversata in strada, sembra una scena da film. Non ci sono ancora notizie sicure: si sa che l’epicentro del terremoto è a Sendai e si sente parlare di tsunami. Ma in una situazione del genere – tutti i mezzi di trasporto pubblici sono fermi, è impossibile trovare un taxi libero, e anche se uno lo trovasse le strade sono congestionate – la prima e sola preoccupazione di ognuno è come tornare a casa. Per fortuna, nel mio caso, l’ufficio non è troppo distante dalla mia abitazione, e arrivo a casa a piedi due ore dopo.


 
Il terremoto dell’11 marzo scuote gli scaffali di un supermercato a Tokyo.

Alle sette, guardando il telegiornale, mi rendo conto per la prima volta che non si tratta solo di terremoto. Le immagini dello tsunami che cominciano a scorrere sullo schermo mi lasciano stupefatta. Si teme anche per i reattori della centrale nucleare di Fukushima. A un certo punto il presentatore allerta il pubblico di una forte scossa di assestamento in arrivo. Altre scosse la seguono. A ogni annuncio flash dato dalla televisione esco di casa e incontro la vicina. Dopo due annunci flash lei dice che va vicino al tempio perchè lì è più sicuro. Decido di unirmi a lei. Hanno allestito del tè, del riso, si può stare quanto si vuole. Ci sono madri con bambini piccoli.

Ma siamo stanche e dopo un po’ decidiamo di tornare a casa. Mi sento con un’amica e alla fine decido di trascorrere la notte a casa sua. Quando finalmente i telefonini ricominciano a funzionare, riesco ad accertarmi che i miei parenti e i miei amici di Tokyo stanno bene, e tranquillizzo quelli lontani e i miei familiari in Italia.

La tragedia in video diretta globale…

Certi episodi forti dell’esistenza sono destinati a influenzarci per molto tempo, forse per sempre. La distanza temporale, assieme alla distanza spaziale, li possono far lentamente maturare. Ma ci sono degli accostamenti spontanei e inaspettati, delle associazioni automatiche di immagini, che sembrano confermare come dentro di noi quell’esperienza non sia mai veramente finita.

A me, ad esempio, questo succede il 14 ottobre, mentre sono in Italia, sul treno fra Pescara e Bologna. Guardando fuori dal finestrino vedo una macchina che corre lungo una strada che costeggia il mare. E provo un senso d’ansia indescrivibile, perchè associo subito l’immagine di quella macchina a quelle innumerevoli altre auto scalvalcate in pochi attimi dalle ondate dello tsunami in Giappone…

Provo nuovamente qualcosa di simile il 20 novembre, a Tokyo, quando la sera di una domenica apparentemente tranquilla torno a casa, accendo la televisione, e scopro che la mattina c’è stata una scossa di sesto grado nella prefettura subito a nord della metropoli (io, probabilmente, non me ne sono accorta perchè ero in treno). Il giorno dopo una scossa della stessa intensità viene avvertita a Hiroshima, cioè dall’altra parte del Giappone, e io ne sono allertata in diretta, un momento prima, quando nel bel mezzo del telegiornale il cronista dice all’improvviso: “Attenzione, nella zona di Hiroshima è prevista una forte scossa. Prendete le precauzioni necessarie per proteggervi. Allontanatevi dagli oggetti a rischio.”

In altri paesi, scosse di assestamento di medio livello come queste avrebbero potuto facilmente provocare danni svariati. In una nazione ben preparata come il Giappone non diventano nemmeno una notizia che merita di occupare le prime pagine dei giornali. E la mia sensazione di un’esperienza senza fine viene rinforzata quando un’agenzia immobiliare, con cui ho una relazione di lavoro, mi invita ad una specie di seminario d’aggiornamento e sento parlare per un’ora delle precauzioni antisismiche che l’azienda ha adottato per proteggere i suoi edifici.


 
SOPRA – Una barca “arenata” in un mare di detriti a Otsuchi (foto di Yuko Sugeno, come tutte le successive). SOTTO – Altre immagini di devastazione a Kamaishi, Miyako e Yamada. Nell’ultima foto si vede come lo tsunami abbia letteralmente abbattuto le barriere di protezione in cemento armato costruite sulla riva del mare.

La probabilità che nei prossimi trent’anni si verifichi un terremoto di grande entità a Shizuoka, la prefettura a sud di Tokyo, viene calcolata attorno all’80 per cento. Nella stessa Tokyo la probabilità di un evento del genere è del 70 per cento. Queste stime, dopo la tragedia dell’undici marzo (che fin dal 2008 era stata data come probabile al 90 per cento, anche se poi l’entità del terremoto e quella del conseguente tsunami hanno superato di gran lunga ogni previsione), hanno acquisito un significato molto più concreto e attuale. In breve, la convivenza con il rischio sismico è diventata un fattore inevitabile della vita quotidiana.

Oggi si può dire che in Giappone esiste un pre undici marzo e un post undici marzo. Quella che l’ex primo ministro Kan ha definito come la più grande crisi che il paese ha vissuto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale è diventata uno spartiacque. E come ogni spartiacque è destinata a plasmare gli individui e i loro comportamenti. A tale proposito ci sono già delle ricerche statistiche secondo cui, dopo il terremoto, è aumentato il desiderio di stringere rapporti più stretti con il vicinato, c`è stata una riscoperta del valore della salute e della famiglia, e si è registrato persino un maggior numero di matrimoni. In sintesi, anche in un paese dove la dedizione al lavoro è leggendaria, una gran parte della popolazione sembra aver riscoperto il valore del sociale, nel senso più ampio della parola.

I terremoti, dice un’antica leggenda giapponese, sono provocati dalle arrabbiature di un grosso pescegatto. In un contesto in cui le scosse di assestamento continuano, e la situazione della centrale nucleare di Fukushima è ancora lungi dal poter essere considerata risolta, un crescente pessimismo verso il futuro, e quindi un maggiore bisogno dell`altro, è una reazione del tutto comprensibile. Speriamo solo che queste tendenze non siano confermate da un’eccessiva attività futura del pescegatto.