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L’ennesimo pippone sull’Intelligenza Artificiale



Riprendendo il discorso sull’intelligenza artificiale, uno degli aspetti che più mi stranisce in questo periodo è la resistenza da parte della stragrande maggioranza della popolazione nei confronti di questa innovazione tecnologica.

Non sto parlando di chi ne fa una battaglia sui diritti, sacrosanta e troppo complessa per essere banalizzata con un “giusta” o “sbagliata”, ma mi riferisco soprattutto a chi è totalmente ostile e fa di tutto per sminuire ciò che è: la più grande innovazione dalla rivoluzione industriale. 

Chi mi conosce sa che sono anni che sostengo che siamo nel mezzo di una rivoluzione informatica, intesa proprio sul tema dell’informazione e della comunicazione, ma se questa è iniziata forse con la prima stazione radio (o se preferite con l’arrivo di internet, ma personalmente collocherei l’inizio molto prima) sicuramente ha raggiunto il suo apice con l’avvento delle AI (e credo che ne vedremo ancora delle belle).

Sicuramente l’impatto di queste tecnologie è ancora troppo immaturo e vicino perché si possa vedere, ma non è detto che non sia proprio davanti ai nostri occhi. Un po’ come le sopracciglia.

Come detto anche altre volte, riguardo al tema della proprietà intellettuale, la questione è davvero controversa e complessa e, nonostante mi sforzi costantemente, non riesco ancora ad avere un’opinione chiara sul tema, se non che, come quasi tutti i problemi della società di oggi, le colpe principali vadano cercate in primis nel modello capitalista, perché fondamentalmente si parla di soldi. Ma proprio perché viviamo in questa società, il tema è da affrontare.

Qualche tempo fa, quando non avevo capito la velocità con la quale il fenomeno si stava muovendo, pensavo di poter fare un mini documentario sull’argomento, ma dopo appena pochi giorni capii che qualsiasi momento documentato sarebbe diventato obsoleto nel giro di pochi giorni (basti pensare che nella settimana in cui è stata lanciata la versione 5 di Midjourney è stata annunciata la 6 a distanza di due mesi).

Ad ogni modo, mentre mi sembrava ancora una buona idea, andai a fare due chiacchiere con Emiliano Pagani (il genitore 1 di Don Zauker) che definì le AI generative di immagini «un predatore che si avventa su un animale morente». Penso che sia la definizione perfetta anche allargando il discorso sulle AI generative di testo. 

Emiliano, sostiene che l’AI si sta approfittando di una società già debole e vulnerabile, dove il nostro senso critico ed estetico si è atrofizzato a causa del consumo veloce dei contenuti sui social media. Questa situazione ha portato a una riduzione della qualità e dell’attenzione per i dettagli nei prodotti di intrattenimento e artistici, anche al di fuori dei social media.

Ma ripeto, il tema è sicuramente controverso ed è giusto che venga dibattuto e affrontato, ma quello che mi lascia perplesso in realtà è un altro aspetto.

Forse più che di resistenza dovrei parlare di spaesamento, perché quello che noto è come l’approccio nei confronti dell’AI sia vissuto nel modo più respingente possibile, quasi di sfida.

Soprattutto con ChatGPT (ma anche con le AI generative di immagini), moltissimi utenti si sono posti nei confronti di questa tecnologia come di fronte a una magia.

Si cerca sempre di sminuirne i risultati perché non risponde correttamente a questioni di cuore o consulenze esistenziali, quando non si è capito un concetto fondamentale: le AI non hanno coscienza. 

Qualche settimana fa nel podcast Tintoria è stato ospite Rocco Tanica (puntata strepitosa, tra l’altro) che tra le tante ha raccontato anche del suo ultimo libro “Non siamo mai stati sulla terra” (scritto a quattro mani con GPT3 e di cui presto scriverò qualcosa) e mentre raccontava la realizzazione ha detto una cosa che definisce perfettamente il problema: la parola intelligenza artificiale è un falso perché l’intelligenza è la coscienza di sé che la macchina non ha.

Tralasciando questo approccio a ChatGPT che è al limite del tragicomico, l’altro altrettanto sbagliato è quello di utilizzarlo come una sorta di oracolo o motore di ricerca (se volete usarlo così è meglio che andiate su Bing) perché presuppone un altro errore di comprensione di fondo, cioè cosa fa un’intelligenza artificiale generativa.

Ecco, questo è un tipo di risposta che può essere generata da ChatGPT, e infatti:

Un modello di AI generativa è un tipo di intelligenza artificiale che crea nuovi contenuti o dati in base ai dati di addestramento che ha ricevuto. Questi modelli sono in grado di produrre testo, immagini, musica e altro ancora, imitando lo stile e la struttura dei dati di esempio. L’obiettivo è generare risultati realistici e convincenti che possono essere difficili da distinguere dai dati originali creati da esseri umani.

Mentre molto probabilmente sbaglierà o mi fornirà una risposta poco soddisfacente a una domanda su una questione personale o di attualità, ma proprio perché si tratta di un modello di AI generativa, sicuramente mi fornirà una risposta. Perché è programmato per generare testo, non rispondere a questioni (trovo abbastanza ridicola la notizia di questi giorni di un politico americano che vuol fare causa a OpenAI perché un risultato di ChatGPT ha detto qualcosa di falso e diffamatorio).

Lo so che è molto complesso, che posso risultare antipatico e che è molto più facile approcciarsici come se fosse un essere senziente, ma proprio perché è un fenomeno così impattante (lo sarà sicuramente) è importante cercare di capirlo e accoglierlo il prima possibile, perché il rischio è di fare come quelli che non volevano il cellulare e oggi sono i più grandi agenti inquinanti di Whatsapp con le loro immagini del “buongiornissimo caffè”.