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Gli schiaffi ai figli degli altri



Meno di un mese fa il presidente del Senato Ignazio la Russa ha detto in un’intervista negli studi televisivi de «L’Aria che Tira»:

Io ci ho provato coi miei 3 figli maschi e credo di aver fatto un buon lavoro. Il rispetto per le donne nasce in famiglia, sin da quando i figli sono piccoli. Se vedi che tuo figlio manca di rispetto a una ragazza, tiragli un ceffone. Ma tiraglielo forte, vedrai che se lo ricorda.”

La frase mi lasciò molto perplesso.

Per un caso di mancanza di rispetto, più in generale si parlava di violenza contro le donne e femminicidi a cui il padre, come buon esempio, doveva menare (un ceffone) il figlio.

Mi è venuto in mente, così come flusso di coscienza, il rapporto degli spartani con i figli, mio nonno che mi raccontava che il maestro lo metteva in ginocchio sui ceci secchi e bacchettava le mani con un’asta di legno, mio padre che non mi ha mai picchiato, la madre del mio compagno di classe Alessio che menava con furore con la ciabatta di sughero.

Poi mi sono venute in mente, le discussioni, con chi, inesorabilmente, mi dice che i figli sono tutti viziati.

Che ci vogliono gli schiaffi per educare.

Che “qualche volta ci vogliono”.

Invece mi è sempre tornato alla memoria la differenza che mi spiegò un professore di filosofia all’università, tra autorità e autoritarismo.

La prima si riconosce dal valore morale che fa da esempio, e non se ne ha timore, ma rispetto.

Il secondo invece, usa le “maniere forti”, per incutere il terrore.

La differenza passa dall’educazione e il rispetto.

Illustrazione realizzata da intelligenza artificiale

La settimana scorsa è salita alla cronaca perché Il Corriere della Sera ha fatto uno scoop su un’indagine del figlio Leonardo Apache accusato di aver stuprato una ragazza di 22 anni.

Non mi aspettavo una difesa della ragazza da parte del presidente del Senato.

Non mi aspettavo neanche una difesa del figlio da parte del baldanzoso Ignazio.

Non so veramente cosa mi aspettavo. Quello che di sicuro ha detto Ignazio è stato:

«Di sicuro lascia molti interrogativi una denuncia presentata dopo quaranta giorni dall’avvocato estensore che – cito testualmente il giornale che ne dà notizia – occupa questo tempo per rimettere insieme i fatti. […] Lascia oggettivamente molti dubbi il racconto di una ragazza che, per sua stessa ammissione, aveva consumato cocaina prima di incontrare mio figlio. Un episodio di cui Leonardo non era a conoscenza. Una sostanza che lo stesso Leonardo sono certo non ha mai consumato in vita sua»

e dopo:

«Mi dispiace essere frainteso. Lo dico sinceramente. Io non accuso nessuno e men che meno la ragazza. Semplicemente, da padre, dopo averlo a lungo sentito, credo a mio figlio».

E quale padre non crederebbe a suo figlio?

O almeno spererebbe di credere a suo figlio, in modo che la faccenda finisca con conclusioni meno pesanti possibili verso il figlio stesso.

Mio padre, per la cronaca, ha detto che mai mi difenderebbe.

Capisco la disperazione di un padre nel vedere un figlio accusato di un reato così grave.

Ma rimango stupito della presunzione e la supponenza con cui prima si attacca, usando anche una violenza necessaria verso chi non ha rispetto per le donne, e poi si prodiga in difesa del figlio.

Gli schiaffi verso i figli altrui sono sempre più facili da dare.