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Narrativa: “Chi non muore”, un thriller a tempo di rock



Gianluca Morozzi è nato il 1971 a Bologna ed è considerato uno degli autori più originali della narrativa italiana di questi ultimi anni. Lontano dagli slanci autobiografici dei suoi coetanei, il suo stile ironico e pungente lo avvicina un po’ a Nick Hornby, anche per il ruolo che entrambi attribuiscono alla musica. Blackout (2004), L’era del porco (2005), Despero (2007), Colui che gli dei vogliono distruggere (2009), Cicatrici (2010)… sono solo alcuni dei suoi precedenti romanzi.

Chi non muore, pubblicato da Guanda, è invece la sua nuova opera creativa. Un noir ambientato in una Bologna surreale e gotica. Un thriller a tempo di rock, tra corrispondenze vere e fittizie che regalano suggestioni degne del miglior fumetto d’autore. Abbiamo avuto occasione di chiacchierare un po’ con lui di letteratura, musica, e ovviamente del suo nuovo libro. Ecco cosa ci ha raccontato…

La Bologna di “Chi non muore” è diversa dalla città che conosco. Sembra una via di mezzo tra Gotham City e Twin Peaks. Il reale e il fantastico convivono, avvicinando il libro alle atmosfere del fumetto d’autore piuttosto che a quelle della narrativa italiana contemporanea. Quali sono le suggestioni che hanno guidato la tua scrittura e come mai questa scelta?

Beh, lo devo ammettere, la Loggia Nera non esiste (al momento… continuo a notare il sorgere di pub e locali che il giorno prima non c’erano o che non avevo mai scorto prima). La sala prove di Flanger, che non si chiama così, esiste eccome. Il fumetto d’autore è un’ottima fonte d’ispirazione… non mi abbevero solo alle fonti della narrativa per scrivere romanzi, ma pesco un po’ dappertutto. In questo caso mi piaceva l’idea del reale fantastico alla Christopher Moore (autore di “Sesso e lucertole a Melancholy Cove”, e di ” Il Vangelo Secondo Biff, amico d’infanzia di Gesù” – ndr) o alla Martin Millar, ma coniugato a modo mio, come mescolando “Almost Blue” a “La casa dalle finestre che ridono”. Il perché della scelta è presto detto: mi piace scrivere cose che siano il più possibile originali. Sperando che oltre che originali siano anche belle, ovviamente.

Dal Punk, al rock progressive, dai Cranberries, a Demetrio Stratos, che ruolo gioca la musica all’interno dei tuoi romanzi?

Ah, notevole ruolo. Dalla band immaginaria di “Despero”, ai palchi visti da sotto di “Accecati dalla luce” o “Nato per rincorrere”, al Bob Dylan di “Bob Dylan spiegato a una fan di Madonna e dei Queen”, al sosia di Paul McCartney de “L’ Era del porco”, all’imitatore serial killer di Elvis di “Blackout”, alla sequenza di note alla base di “Cicatrici”, a “L’ Emilia o la dura legge della musica”…

La musica è cambiata. Soprattutto è cambiato il suo modo di ascoltarla. Oggi i dischi sembrano un gadget per certi nostalgici, youtube e facebook sono i nuovi canali di promozione. Da musicista e scrittore attento alla questione, cosa pensi dei nuovi modelli di business che la musica sembra aver abbracciato?

Io vivo una doppia anima… da un lato amo il supporto fisico, mi faccio fregare dalle edizioni deluxe e dal packaging azzeccato, dall’altro amo l’idea di essere in treno e potermi ascoltare “The lamb lies down on Broadway” o “The suburbs”, se mi va, solo scaricandoli dal mio iPhone!

La rete è uno strumento democratico. Credi nella web-democrazia?

Oh, certo. La fortuna di avere 40 anni è: mi ricordo com’era prima, e posso fare confronti. Sembra incredibile aver vissuto più di metà della vita in un mondo senza web. Come faremmo adesso a ritornare indietro?

Cosa ne pensi della musica attuale? Credi che la qualità sia stata surclassata dalla quantità e dalla promozione?

Io sono molto d’accordo con la tesi espressa dall’ultimo film di Woody Allen, sul fatto che chi vive in un’età dell’oro non lo sa e rimpiange sempre e comunque una mitizzata epoca precedente. A leggere le raccolte di articoli di Rolling Stone si capisce che nessuno sapeva per certo di essere in un periodo magico del rock e del pop. Per cui la qualità forse la capiremo con la prospettiva, come spesso succede.

Quanto sono importanti l’originalità e la creazione di un proprio stile in musica come in scrittura? E, soprattutto, sono ancora determinanti per diventare un buon scrittore?

Per me sono importantissimi. Avere una propria voce, essere riconoscibili, non rientrare in un modello precotto e prestabilito… se hai una tua voce, anzi, meglio, ne hai due o tre, la voce comica, la voce drammatica, la voce surreale, puoi raccontare qualunque cosa e il lettore ti seguirà.