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Ghemon ci racconta come e perchè “Qualcosa è cambiato”




Foto di Tommaso Gesuato

E’ un momento buono questo per Ghemon. Il telefono non fa che squillare…

Il suo disco “Qualcosa è cambiato/Qualcosa cambierà vol 2” sta ottenendo ottimi riscontri, per una volta non solo di critica. Anche i numeri cominciano a girare, come testimonia iTunes, che in occasione della sua data fiorentina lo mette in classifica davanti al chiacchieratissimo ritorno discografico dei local rockers Litfiba.

Eppure Ghemon quel disco lo chiama”un antipasto”. E’ per questo che la data di uscita di quello che doveva essere il comeback di Gianluca Picariello, “440/Scritto nelle stelle”, è al momento immersa nel più fitto mistero: perchè questo disco sta andando oltre le migliori aspettative.

Originario di Avellino, accasatosi a Roma ed in seguito a Milano (tappe non casuali), Ghemon è uno di quei pochi rapper in Italia ad avere uno stile originale ed inconfondibile, e ad avere un vocabolario che non si esaurisce nel classico “cazzo, culo, erba, troia, puttana.”

E’ uno di quegli Mc che ti costringe a riascoltare i suoi testi, per apprezzarne gli incastri, per percepirne nuove sfumature, differenti significati. E’ il classico artista che rende le definizioni prive di significato: Mc? Cantautore? Poeta? Si, questo ed altro, e la sua discografia, alla quale si è appena aggiunto questo “Qualcosa cambierà vol 2” e prossimamente “440”, sta lì a dimostrarlo.

Entrambi i dischi, quello appena uscito e quello che prima o poi uscirà, sono figli dello stesso periodo, della stessa vena creativa. Eppure, stando a quel poco che ho potuto sentire in anteprima, i lavori risultano essere profondamente diversi. Non tanto da un punto di vista musicale, dato che Ghemon si avvale della collaborazione di molti suoi beatmaker di fiducia, da Shocca a Fabio Musta, da Zonta al sempre ottimo Fid Mella. No, la differenza sta probabilmente nell’approccio lirico, introverso e a tratti ermetico su “Qualcosa è cambiato”, decisamente più esplicito, e forse fruibile, quello tenuto su “440”.

Ma il giudizio su quel secondo disco lo rimandiamo alla data di uscita, dopo un ascolto accorto. Oggi è il momento di raccontare questa avventura, un’avventura scritta un po’ a Milano e un po’ a giro nelle varie date spalmate nello stivale.

Anche questa intervista, devo dirlo, risulta un po’ ermetica. E questo proprio perchè le cose per Ghemon stanno cambiando, se ne è accorto lui e se ne sono accorti coloro che gli stanno attorno. Gianluca gioca in difesa in questa conversazione, ma da vecchio stratega della panchina sa bene che quest’ultima risulta sempre essere il miglior attacco. Il giorno dopo esserci sentiti su Skype, Ghemon mi ha richiamato dicendomi: “C’era una cosa che dovevo aggiungere”. Beh, è quello che trovate scritto nell’ultimo paragrafo e credo che da solo valga tutta l’intervista.

Ah, una doverosa premessa: l’intervista risale all’inizio di gennaio, periodo nel quale il rapper campano pubblicò una nota dove dichiarava che i due dischi, che sarebbero usciti nel 2012, sarebbero anche gli ultimi due usciti a nome Ghemon. Gianluca mi ha chiesto di non fargli domande in proposito ed io ho deciso di rispettare la sua richiesta.

Let’s go…

Io inizio a fare i pezzi e basta. Poi quello che succede lo si vedrà dopo. Fino a poco tempo fa non ero neanche sicuro che questi pezzi sarebbero mai usciti. “Fantasmi” ad esempio rischiava di uscire in free download per conto suo. Poi, gli eventi e le contingenze hanno cambiato le cose. “Magari ci facciamo un video”, ho pensato… perchè i pezzi che stanno in questo disco sono molto intimi, nel senso che esistono degli incastri che…

Suona il telefono.

Di materiale ne faccio sempre un bel po’, poi lo metto da parte. Soprattutto questi pezzi qua per me erano importanti, perchè in alcuni passaggi, alcuni incastri, alcune linee sono un po’ ermetici, anche dentro “Fantasmi”… erano riferite a cose ESTREMAMENTE personali. Siccome non faccio pugilato, il mio unico modo per sfogarmi e mettere le cose assieme era solamente fermare le cose in due dischi, due situazioni separate. Poi decido sul momento no? Bisogna avere entrambe le qualità, vederci lungo ma anche saper cogliere la palla al balzo.

I pezzi come li hai divisi tra un disco ed un altro? Il prossimo disco avrà il tono intimo di questo o si muoverà su un registro diverso?
(nota: l’ascolto privilegiato di “440” al quale accennavo nell’introduzione a questa intervista è avvenuto ovviamente dopo, in occasione del live fiorentino di Ghemon per Local Heroes)

No l’altro non è così personale, per niente. Ritengo che sia un po’ più universale e che “respiri” un po’ di più. E’ meno serrato di questo, ma è la percezione dell’autore: i pezzi, una volta pubblicati, smettono di essere miei ed ognuno ne trova il proprio siginificato. Ritengo comunque che i pezzi sull’altro disco abbiano un equilibrio diverso. Considera questo come una raccolta di racconti e l’altro, il prossimo, come un romanzo.”

Come mai hai scelto di fare il volume due di “Qualcosa”? Avevi lasciato le cose a metà? Avevi ancora cose da dire su quell’argomento?
Come no! Dovevo togliermi ancora qualche sasso dalla scarpa (ride). Poi conta che nel 2007 era uscito “Qualcosa cambierà” all’inizio dell’anno e “La rivincita dei buoni” alla fine. E quest’anno all’inizio esce “Qualcosa cambierà vol 2” e a fine anno “440”. Come una chiusura rituale di un momento storico.

Quindi c’è una sorta di scaramanzia di fondo?
Quasi. Ma direi che la parola “rituale” lo descrive meglio.

Ti sento molto ermetico nel descrivere questo lavoro, già ermetico di per sé.
(ridacchia) Mi rendo conto. Evidentemente ci sono tante cose che voglio che rimangano seppellite.

Vuoi che rimangano seppellite però le tiri fuori.
Nel disco ci sono. Mi piace, quando faccio le cose, dar loro ambi-tri-pluri-valenza. Ho sempre amato quei lavori nei quali potevi trovare qualcosa di nuovo e diverso ad ogni ascolto. Ho la fortuna di avere una serie di persone che sono molto attente a quello che faccio: prima magari già lo facevo ma rischiava di rimanere un grido nel gran canyon. Adesso anche se faccio una cosa un po’ più “serrata” so che qualcuno è appassionato alle mie cose e cercherà di capire dove sto andando a parare.

Sì, direi che è una settimana buona che ci sto provando. Liricalmente è molto complesso.
Si. Non vorrei che gli addetti ai lavori pensassero che io non sappia di aver fatto un disco liricalmente molto complesso. Ma so anche di averne fatto un altro che, pur con la stessa dignità lirica, è molto più chiaro sotto altri punti di vista. Sono curioso di sapere come verrà recepito anche l’altro.

A questo proposito, senza accennare al futuro del tuo percorso, dato che abbiamo stabilito di non parlarne, che aspettative hai per questo disco e anche per il prossimo? Onestamente.
Onestamente? La più grande vittoria che ho nei confronti di me stesso è non avere aspettative per nessuno di questi due lavori. Perchè quando, in passato, ritenevo di aver fatto lavori buoni, competitivi, apprezzabili da chi sta dentro il rap ed anche da chi sta fuori, abbiamo fatto delle cose buone ma io credo che avremmo potuto raccogliere anche di più.

Il fatto di non esserci riusciti, per limiti nostri, e di non esser arrivati a quei canali ai quali volevamo arrivare, senza forzare i tempi, senza bussare a nessuna porta, ha comunque creato uno zoccolo duro. Adesso lo percepisco, e si percepisce anche da fuori. Però prima avevo più aspettative, speravo di più che qualcuno si accorgesse di me. Ora io mi sono mosso in avanti e non ci penso più, ho la testa su altro, sul mio futuro artistico, sul mio voler esser libero, sul poter collaborare con chiunque, e questo ha fatto sì che si accorgessero di me.

Ma davvero, aspettative non ne ho, prendo quello che di buono viene, come ho fatto sempre. Non vorrei far passare il messaggio che non ho aspettative perchè non ritengo validi i miei lavori: no, li ritengo molto validi, ma ho deciso di non avere l’ansia del risultato che avevo in passato, e forse proprio per questo le cose stanno venendo da sole. Perchè sono più libero, a livello di testa, sono più sgombro, ed anche un po’ più sicuro di me, di quello che faccio. Una cosa è l’insicurezza di carattere ed un’altra è dire: “Ho cinque dischi da parte, più un altro in uscita, centinaia di live…” Almeno due cose le ho studiate a fondo, e ce le ho lì, e nessuno me le può togliere. Sono tranquillo e prendo quello che viene.

Mi sembra che giochi molto in difesa.
Si. Sempre. Anche perchè chi si espone come me, chi si mette a nudo, è sempre più attaccabile. Quindi il mio gioco è necessariamente difensivo, data la mia franchezza: è come se camminassi per strada nudo e tutti vedono tutto di te, anche le cicatrici, tutto messo in bella vista. Cerchi di non far passare il messaggio sbagliato, di far capire che sei una persona onesta ma non un debole. Come a dire: sta attento.

Hai la sensazione, o la paura, di non essere capito all’interno della scena? O magari sottovalutato?
Sottovalutato non lo so, nel senso che il mio ego gigantesco non arriva a questo punto, e l’ho scritto nel disco. La domanda è sempre rivolta a me stesso, prima che agli altri. Punto sempre il dito verso di me per capire se il problema possa essere io. Prima di avere l’alibi troppo facile di dire “Gli altri non mi capiscono”, mi domando se ho fatto qualcosa per farmi capire. Quindi non dico che ho paura di esser sottovalutato all’interno della scena. Ho paura, anzi, avevo paura dato che ora non l’ho più, che una cosa fatta con tutti i crismi non venisse “fuori” all’esterno. So bene che, se avessi voluto il consenso dei primi tre posti della classifica, avrei fatto cose diverse. Quindi adesso non ho più paura, ho altre paure, che sono quelle che può avere una qualsiasi persona della mia età. Ma sono cose di cui non faccio mistero.

A proposito dei primi tre posti della classifica, ho visto un video di Fabri Fibra che parla di te. Immagino l’abbia visto anche tu. Che effetto ti ha fatto?

Un bell’effetto. Sono contento e sono andato avanti. Basta. Ho ringraziato a più riprese – ci siamo “sfiorati” in più occasioni – perchè Fabri l’ha fatto senza neanche avermi mai visto in faccia, e quindi io, quelle esternazioni, le ho considerate come fatte in buona fede. Io le ho prese come tali, gli ho mandato i ringraziamenti, attraverso le persone che avevamo in comune, e… basta. Questo è quello che pensavo e tutti i miei pensieri su questa cosa sono finiti su un brano di “440”. Compresa la situazione di Fabri ma non voglio svelare niente.

Usciranno altri video, oltre a quello di “Fantasmi” e a quello de “La luce”, da questo disco?
Si. Uno sicuramente, forse due. Ma non so dirti quando.

Sai dirmi già da quali tracce saranno realizzati?
Stiamo decidendo. Non posso svelare nulla ancora.

Suona il telefono.

A proposito dei featuring sul disco.. Caterfrancers?
E’ una storia molto divertente questa. Caterfrancers fa parte di questo gruppo che si chiama Powerfrancers che ha fatto questo pezzo che si chiama “pompo nelle casse”. Roba da 4 milioni di views, stile french house o elettro, come vuoi tu.

Ti confesso che non so chi siano.
Immagino. Se lo chiedi ad un tuo fratellino di 16 anni ti dirà: “Certo che so chi sono!” Sicuramente un gruppo che su internet ha fatto sfracelli, per un certo tipo di pubblico. Questi ragazzi vengono dal rap, mi citano Kaos come loro prima influenza, per quanto non facciano certo la musica di Kaos. Avevo già avuto imbeccate su di loro, ma di solito non seguo queste genere di “dritte”, preferisco arrivarci da solo sulle cose. E poi il giorno in cui “li ho scoperti” è arrivato davvero, ho capito la cosa dandole il giusto peso. Cioè, ho capito che i ragazzi erano seri, anche se non gli do lo stesso peso che posso dare, ad esempio, a Thelonius Monk. Me la sono sentita tutto il pomeriggio, muovendo la testa e ballandomela in camera, perchè mi prendeva bene, e allora ho twittato “La tipa dei Powerfrancers dovrebbe fare un disco rap perchè spacca molto di più di alcuni miei colleghi maschi.”

Da cosa nasce cosa, il mio messaggio è stato retwittato finchè non è arrivato a loro, e allora abbiamo iniziato a scriverci, ed ho capito che erano dei miei fan e che eravamo la stessa gente. Quando ci siamo visti sembravamo amici da una vita, e loro si sono accorti che io li ho scoperti da me, e non ci sono arrivato grazie ad un’imbeccata arrivata nel loro massimo momento di hype. Avevo da parte una base di Fid Mella, elettro, che lui aveva fatto quasi per scherzo ed era proprio una bomba di beat. Ho pensato di coinvolgere Caterina, la cantante, ma Fid Mella si è opposto con tutte le sue forze e mi ha mandato un altro beat. Inizialmente ero incazzatissimo. Poi, dopo aver sentito il nuovo beat, ti posso dire che dopo un’ora il pezzo era scritto. E questo è quello che è finito sul disco. Uno potrebbe aspettarsi un risultato di tipo house, invece l’ho tirata (Caterina) nel mio mondo e devo dire di essere molto soddisfatto del risultato.

C’è qualcosa che vuoi aggiungere?
Volevo solo riportare questo concetto: se te domattina fai un pezzo giornalistico su, che ne so, Schettino, la nave, eccetera, e dici delle inesattezze sulle delle cose marittime, puoi essere soggetto a delle critiche. Ma se tu fai un articolo su una storia che ti è capitata, al massimo possono darti un parere, dirti se l’articolo sia bello o meno, se sia scritto bene o no. Ma la sostanza no, quella è la tua storia e nessuno la può criticare. Prima mi prendevo male e rendevo possibile la critica, mettendo le persone nella posizione di potermi criticare. Ma io quei pezzi li ho fatti per me: puoi criticare la forma, ma non puoi criticarne la sostanza. Secondo te se domattina un ragazzino di 16 anni mi viene a criticare, perchè non gli va bene che io abbia usato la parola “gineceo” nel pezzo, glielo lascio fare? Se domattina Celentano mi chiede di scrivergli un pezzo, e lo spero vivamente, non sono così scemo da mettercelo, capito?”

Come accennato prima, il giorno dopo la nostra conversazione su Skype, Gianluca mi richiama dicendo che voleva aggiungere qualcosa. Questo è quel qualcosa:

Quello che è cambiato dentro di me non è tanto un cambiamento radicale, quanto un ritorno alle origini. Mi riferisco al periodo in cui ero più giovane ed ho iniziato a stare dietro al rap. Avevo il sogno, prima ancora di fare il mio primo demo, di fare il disco di rap italiano più bello che fosse stato mai fatto. Se uno non mi conosce può pensare che io sia molto presuntuoso, in realtà era l’affermazione di una persona estremamente innamorata. L’idea era di fare il meglio possibile, di cercare di realizzare qualcosa che rimanesse. Poi è passato del tempo, e mi sono un po’ seduto, mi sono forse accontentato, dicendomi: “Di cosa mi lamento, se questo è lo spazio che mi viene concesso?”

Quasi come se l’ambiente in cui stiamo mi avesse tolto l’ambizione, come se mi fossi abituato allo stato delle cose: “Vabbè, questa è la situazione, il pubblico non c’è, chi può capire non c’è, faccio cose difficili, è colpa mia, con chi me la prendo?” Poi una sera, dopo un concerto, ho avuto questa illuminazione, ho capito che questo pensiero non mi era mai appartenuto. Avevo cambiato la strada e l’avevo messa su un binario negativo. Questo perchè, coloro che sono attorno a te, soprattutto se cerchi di fare cose diverse, tendono sempre a metterti nell’angolo. E allora tu non ti ci devi mai abituare.

Se ti abitui a stare nell’angolo perderai le ambizioni. E allora mi son detto: “Sai che c’è? Non hanno ragione loro”. Per quello che mi riguarda sento che le cose attorno a me possono cambiare, se io mi impegno e continuo a lavorare, non sono un pazzo. Perchè un sognatore non è necessariamente un pazzo. E questo è stato il grosso cambiamento di consapevolezza, quando ho detto: “Non importa, tanto diranno sempre che non si può fare, diranno sempre che non c’è il pubblico, diranno sempre che se fossimo in America forse… ma tanto siamo in Italia”. Non importa. I segnali che mi arrivano dalla gente sono di segno opposto, e di quello m’importa. Ho come l’impressione che gli altri tendano sempre ad essere scettici, se non gli dimostri che ci credi fino in fondo. Allora il tipo fa sul serio! Fa veramente sul serio! Allora se fa sul serio, lo prendiamo seriamente anche noi.

E’ fantastico che tu mi abbia detto questa cosa senza costringermi a farti la marzulliana domanda “Gianluca, che cosa è cambiato?”
Esatto, te l’ho detto io. E ti ringrazio di avermi ascoltato.

Ci mancherebbe. Ciao.
Ciao.