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Il castello errante di Howl



locandina castello errante

La bellezza è un concetto strano, variegato e paradossale. Si può essere esteticamente belli e allo stesso tempo orribilmente deformati da brutture ideologiche e comportamentali. Al contrario si può avere una faccia a culo, ma esser considerati angelici e affascinanti nel modo di agire e nel rapportarsi con gli altri.
Ci sarebbe poi da dire che chi è bello per uno è brutto per altri e ciò vale sia sotto l’aspetto fisico, che sotto quello psichico. In questo ginepraio di teorie eviterò di addentrarmi, un po’ perché non sarei capace di dar coerenza al discorso e un po’ per paura di tirare sfondoni. Sull’estetica ci son già troppi libri, altro inchiostro, soprattutto per le mie leggere elucubrazioni, sarebbe senza dubbio sprecato. Per quanto riguarda l’ultimo caso, cioè quello della perfezione estetica (sempre all’interno del canone universalmente riconosciuto) sia della fisicità sia dell’indole, è materiale che riguarda soprattutto la fantasia.

La favola in questione non si tira indietro e, partendo da tutte quelle componenti banali che popolano la maggior parte delle storie per bambini, riesce a creare una trama ed uno sviluppo che, almeno fino alla fine, si distacca dalla banalità del genere a cui appartiene. Del resto “Miyazaki” ci ha abituato male, viziati dalla sua poetica quasi mai scontata e non sempre a lieto fine, ci troviamo a dover affrontare un mondo fatato dove la magia e la bellezza sono i significanti, un po’ scontati, ma in fondo giusti, intorno ai quali ruotano i protagonisti buoni e meno buoni (perché di cattivi non ce ne sono). Il risultato è un capolavoro d’animazione, interamente fatto a mano. E poco importa se alla fine accade esattamente quello che dall’inizio ci si aspetta che accada, perché finito il sogno, si rimane stupefatti dalla scienza artistica di questo grande disegnatore.