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Ghostpoet: fra intrecci di rime, ritmi notturni, melanconia dance




Foto di Keeho Casati.

Intervisto Obaro Ojimiwe, in arte Ghostpoet, nel cortile antistante la Sala Vanni di Firenze. L’occasione è data dal suo primo show italiano, che si terrà proprio stasera, a Firenze. L’aria è carica di tensione: c’è una sensazione da primo giorno di scuola, subito rovinata dalla perdita di un bagaglio che conteneva parte della batteria. Welcome to Italy, caro poeta…

Ghostpoet è uno dei nomi nuovi della scena inglese, passato nel giro di pochi, pochissimi anni, dalle composizioni in cameretta ai tour (quasi) mondiali, col benestare di un certo Gilles Peterson. E’ proprio lui infatti che, come in una favola, dopo averlo sentito sull’ormai abdicato MySpace, lo va a vedere esibirsi in una serata dal vivo. E’ l’inizio di una collaborazione che lo porterà a pubblicare, dopo l’EP “The Sound of Strangers”, il debutto “Peanut Butter Blues & Melancholy Jam” sull’etichetta dello stesso Peterson, la Brownswood.

Il disco, uscito lo scorso anno, fa subito gridare al miracolo la critica specializzata e non. Quello di idolatrare i propri artisti, per poi – spesso – massacrarli mesi dopo, è un po’ un classico della stampa inglese. Ma in questo caso l’arrosto c’è tutto, non solo il fumo.

Una precisazione: non chiamatelo hip hop. Per decisione arbitraria ed insindacabile dell’autore. Che fa veramente di tutto per cercare di prendere le distanze da questa etichetta. Eppure, il blues da burro d’arachidi del poeta fantasma apre una finestra sul futuro, lasciando entrare spiragli della doppia h che verrà.

Lui però, non ci sta. Look da hipster consumato, voce bassa, nessun proclama, zero arroganza. Anzi: quando faccio per intervistarlo, pare quasi stupito, come se non se l’aspettasse. Altra precisazione: il poeta non viene dalla poesia. Si esprime col rap ma non vuol esser accostato all’hip hop, si autodefinisce poeta senza però provenire da un background di rime. Un tipino particolare, non c’è che dire.

Il live della Sala Vanni, piena per metà, è curioso: il poeta appare teso, il pubblico fortunatamente lo è meno di lui. “We want to dance!” grida qualche avvinazzato dalle retrovie. Ed è questo il momento in cui il buon fantasma, finalmente!, perde il maledetto aplomb britannico e comincia veramente a darci dentro. Mostrando, a tratti, anche di divertirsi! A questo punto il pubblico si divide: una parte resta incollata a sedere, l’altra si distribuisce lungo le corsie delineate dalle poltroncine per lasciarsi andare in danze (semi)scatenate.

Già, perché con queste con rime notturne si può anche ballare. Ma, per favore, non chiamatelo hip hop…

 

Hai qualche tipo di aspettativa per la tua prima serata italiana?
No. Spero solo che le persone si divertano e che… beh, questo. Spero che si divertano. Sai, le aspettative a volte non hanno riscontro nella realtà ed in quei casi…

Questo è il tipo di atteggiamento col quale affronti la vita?
Si, per quanto possibile. Funziona, almeno per me. Cerco di seguire la scia, il flusso.

Il flusso sembra molto buono per te al momento.
Non posso lamentarmi. Sta andando decisamente nella direzione giusta. Spero che le cose continuino così e che possa portare avanti la mia carriera.

E del tuo disco invece che mi dici? Anche lì nessuna aspettativa?
Esatto, nessuna aspettativa. Spero che alle persone possa piacere e che queste lo consiglino ai loro amici. Realmente, sono onesto. Non mi sarei mai aspettato di ottenere tutte queste successo con l’uscita dell’album. E’ una cosa molto, molto, positiva della mia vita.

Questo, ad esempio, è quello che è successo a me: il tuo disco mi fu consigliato da un amico (Ghemon). E sono felice che lui l’abbia fatto, dato che hai scritto un disco grandioso. Non ho avuto modo, invece, di ascoltare il tuo primo EP (“The sound of strangers”). Puoi parlarmene? Quali sono le differenze, a livello stilistico?
C’è qualcosa di diverso. Un paio di brani di quell’EP sono comunque finiti sul disco. Riguardandolo adesso posso dirti che all’epoca in cui lo scrissi, due anni fa, non avevo ancora un’idea chiara sulla direzione da prendere. Però mi rendo anche conto che gli elementi che in futuro avrebbero contraddistinto la mia musica erano già tutti presenti.

Hai prodotto tu l’EP?
Una parte sì, mentre un’altra l’ha prodotta Micachu. C’è anhe una mia cover di “Electric relaxation” dei Tribe Called Quest.

I Tribe hanno mai sentito la tua versione?
Non credo.

Cosa facevi prima di questo EP?
Lavoravo. Classico “9 to 5”. La musica era solo un hobby che perseguivo per alleviare lo stress del lavoro.

Quando hai cominciato con la musica?
Seriamente solo tre o forse quattro anni fa. Per un lungo periodo della mia vita è stato solo un hobby. Diciamo che ho coltivato questa passione nella mia cameretta da quando avevo 18-19 anni.

Che facevi? Scrivevi rime o componevi? Avevi una chitarra o magari un mpc?
Cercavo, fondamentalmente, di capire l’idea dietro alla produzione di laptop bass music. Musica elettronica. Quindi prima scrivevo, dopo cercavo di sviluppare skillz per la produzione.

Quando hai iniziato a scrivere testi, invece?
Probabilmente quando avevo 15-16 anni. Ma non avevo un reale motivo per farlo. Credo si trattasse proprio di una pulsione naturale.

Da che tipo di background provieni, per quel che concerne la scrittura? Da un approccio hip hop o uno magari più legato alla poesia?
Non sono mai stato interessato alla poesia.

Eppure ti definisci poeta.
Lo so. Forse cambierò nome (ride). Ripeto: la poesia non ha mai avuto un grosso ruolo nella mia vita, l’hip hop invece… Penso sia stato il primo genere musicale che in qualche modo mi abbia colpito.

Che tipo di musica ti piaceva quindi?
Hip hop, tanto indie, jungle e drum n bass, garage, l’inizio del grime… cose così.

 

Come sei entrato in contatto con Gilles Peterson?
Attraverso MySpace.

Ah, quindi la storia è vera.
Sì, sì. Un amico di un amico lavorava alla Brownswood, l’etichetta di Gilles. Organizzammo un incontro durante una mia serata e Peterson venne davvero. Ci mettemmo a parlare di musica, di quello che avrei voluto fare col disco, e poi tutto prese forma.

Stai già lavorando a un nuovo album?
Siiii. Non sono ancora in “modalità album”, però…

Magari un altro EP?
Non saprei, ho un po’ di idee per un album, e sto lavorando ad un po’ di tracce che dovranno costituire il prossimo disco. Ma sarà un album.

So che sei anche un dj.
Sì. Beh, non mi definirei un dj, meglio dire un selecter.

Non mixi a tempo quindi.
No, non lo so fare, e mancherei di rispetto a chi invece sa farlo davvero. Conosco troppi veri dj per chiamare me stesso un vero dj. Io amo semplicemente la musica.

Grande, ti stimo per quello che hai detto (risate). Dj è una parola molto abusata di questi tempi.
Amo semplicemente la musica. Mi piace, quando ne ho la possibilità, far sentire la musica che amo.

Che robe suoni?
Di tutto. Vecchio funk, soul, lenti, roba elettronica, jungle, folk, di tutto. Se mi piace, lo suono.

Come scrittore, invece, chi sono i tuoi modelli?
Non so se sono uno scrittore. Ho un atteggiamento voyeuristico verso la vita. Mi limito ad osservare le persone, le loro conversazioni o quello che mi capita attorno, da due persone che litigano per la strada a tutto, veramente di tutto.

In Inghilterra sei considerato un artista hip hop?
Non proprio. Dipende da dove scrivono di me. Mi hanno definito artista hip hop, artista dubstep, artista indie, artista alternativo, artista indie hop…

Indie hop?
Sì, ma sai, non sono cose che posso controllare. Cerco di non pensarci, non voglio essere etichettato in un unico genere. Lascio che siano le persone a scegliere come considerarmi.

Ti da fastidio la cosa?
Cosa? Le etichette?

Sì.
No, affatto. Io so cosa voglio ottenere, musicalmente parlando. Finchè continuerò a fare quel che faccio le persone continueranno a considerarmi in moltissimi modi diversi. Questo è quello di cui mi importa.

In che tipo di serate vieni chiamato maggiormente?
Sicuramente non quelle hip hop. Ma posso dirti che ho un pubblico molto diversificato, tutte le età, tutte le razze, tutti gli strati sociali.

 

Penso che il tuo disco abbia un mood notturno, sei d’accordo?
Per certi versi sì. In buona parte è stato realizzato di notte, perché per me era più facile lavorarci in quel momento della giornata, e credo che questa cosa in qualche modo sia fluita nel disco a livello inconscio. Non lo definirei esclusivamente notturno, ma sì, sicuramente ci sono molti elementi per poterlo classificare come tale.

Quindi è stato scritto di notte.
Per la maggior parte sì, anche se alcuni brandelli del disco sono stati fatti durante il giorno. Era il mood del momento, diciamo che mi sento molto a mio agio in questo tipo di atmosfere.

Sei spesso in tour? Sei andato negli U.S.A?
No, non in America. Ho fatto un paio di tour del Regno Unito assieme ad altri artisti. Sono stato in Russia, in Australia, tanti paesi europei.

Cosa dobbiamo aspettarci dal tuo live? Sul palco ho visto una batteria, una chitarra, un campionatore…
Musica dal vivo. E cose dal disco. Fondamentalmente un tentativo per fare suoni interessanti dal vivo. E’ un’esperienza di ascolto diversa da quella del disco, perché credo che un live show debba appunto essere live, e quindi darti sensazioni diverse rispetto alla tv o all’mp3, e questo è quello che cerchiamo di fare dal vivo e speriamo che la gente lo possa apprezzare.

Per non farci mancare proprio nulla, qui di seguito potete trovare il link per ascoltarvi il podcast compilato da Andrea Mi per la sua prestigiosa trasmissione “Mixology” (Controradio).

http://www.mixcloud.com/andrea_mi/ghostpoet-mixology/

Un ringraziamento particolare anche a Musicus Concentus, Kayak Music ed Angelo Maiorca di Pentagram per la cortese collaborazione.