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Candidi, intricatissimi, onirici: I trionfi classicisti di Kris Kuksi



Se avete un minimo di dimestichezza con i canoni estetici americani, vi renderete conto che in quel paese il culto della classicità, connesso all’eco della cultura antica greco-romana, è ancora un mito indiscusso. Il merito di alcuni grandi artisti contemporanei è quello di avere saputo coniugare proprio quell’iconografia con le ossessioni e le paure Made in USA di tutti i giorni.

Per capire questa perfetta commistione bisogna dare uno sguardo alle opere dell’artista Kris Kuksi, che di recente ha esposto una strabiliante personale presso la galleria Joshua Liner di New York, con il titolo emblematico di “Trionfo”. Il lavoro di Kuksi si concentra su sculture estremamente complesse — in genere di media dimensione, ma questa volta invece imponenti — che hanno la forma di piccoli, candidi altari in 3D.

Si tratta di aggregati di personaggi molto articolati, assemblaggi di piccole figure reperite ovunque (dai soldatini di plastica classici, passando per teschi, bambole, oggetti ritrovati di ogni tipo e foggia), che insieme compongono delle strutture estremamente intricate, ricche di ulteriori significati simbolici. La ricerca di Kuksi infatti è ispirata ad una critica dell’arroganza e dalla cecità umana, con molteplici riferimenti all’occulto e alla religione, auspicando una sorta di rivoluzione spirituale tramite i suoi silenziosi messaggi di protesta visiva.

La sua angoscia personale — racconta Kris — derivata molto probabilmente dall’infanzia trascorsa in solitudine con la propria fervida immaginazione, trova espressione nella ricerca del grottesco, dello stravagante, declinato come mania del dettaglio. Kris si autodefinisce un “costruttore”, poiché la sua più grande passione è appunto dare vita a costruzioni barocche, ma le sue capacità artistiche si sono dimostrate eccezionali anche nel campo della pittura, dove eccelle sempre per ricercatezza, eleganza, e uno stile votato a un realismo quasi maniacale.

Il lavoro dietro a queste opere di natura così scenografica, al punto da lasciare lo spettatore allibito dalla loro unicità, prevede un processo altamente meticoloso, che dalla raccolta, fino alla riorganizzazione del tutto, si caratterizza per una coesione stupefacente, senza soluzione di continuità a livello estetico. Ogni scultura, pur presentando parti di natura del tutto diversa fra loro, si compone come un unicum dalla forza narrativa inquietante, e allo stesso tempo affascinante.

Oltre ai numerosi riferimenti a divinità classiche in chiave simbolica (eco dell’iconografia di quel periodo), è presente anche una condanna più aperta, contro il potere di istituzioni come la Chiesa, che si ritrova a essere rappresentata nella corazza e nei cingoli di un enorme carro armato, in modo da infondere nello spettatore un tipo di consapevolezza nuova, spostando lo sguardo sulla forza pervasiva, e spesso schiacciante, di queste realtà autoritarie.

La capacità narrativa di questi altari barocchi, che si affacciano dalla parete con una prepotenza delicata (l’aspetto latteo di queste concrezioni tutte particolari dona loro un’ulteriore ieraticità), ha valso a Kuksi il successo nazionale ed internazionale, guadagnandogli una fama meritata, non solo grazie all’opulenza maestosa delle sue creazioni, ma anche all’impronta critica della sua ricerca.