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È COME BENNY BLANCO DEL BRONX
ARTS

Come uno studente chiamato Keith Haring rivoluzionò l’arte



Alla fine degli anni ’70, in un’epoca in cui l’arte veniva presa anche troppo seriamente, Keith Haring arrivò a New York dalla Pennsylvania con i suoi cartoons, la sua ironia, il suo punto di vista unico sulle cose, e l’intento di rendere l’arte accessibile a chiunque, come un media di pubblico dominio. Influenzato dal padre, disegnatore di fumetti e cartoni animati, e da input culturali pop come i personaggi della Disney e del mitico Dr Seuss, Haring ebbe nella sua breve carriera il merito di affidare ad una semplice linea il potere di emozionare e incuriosire la gente.

Nel 1978, immergendosi in quella che a detta sua era la più elettrizzante città del mondo, inizia a frequentare la School of Visual Arts di New York, avvicinandosi in principio all’Espressionismo Astratto, investigando principalmente patterns e forme geometriche, per poi approdare di nuovo alla composizione di carattere figurativo un paio di anni dopo. Nel giro di poco diventa una presenza fissa della scena artistica e della comunità gay, e nel frattanto continua ad evolvere la sua arte attraverso la sperimentazione e l’uso di diversi elementi formali o media (piuttosto affascinanti sono i video dell’epoca).

Due still dal video “Painting Myself into a Corner” realizzato da Keith Haring nel 1979. Nel periodo in cui frequentò la School of Visual Art, Haring dimostrò un precoce talento come video artist, anche se poi abbandonò completamente quel media per focalizzarsi esclusivamente sulla pittura.

Agli inizi degli anni 80 Haring ha già compiutamente elaborato lo stile per cui tutti oggi lo conoscono, animando letteralmente murales, realizzando e curando mostre di varia natura (da ricordare l’evento che realizzò a Milano presso lo storico negozio Fiorucci, dove coprì interamente tutte le pareti compresi i mobili!), e aprendo un’emporio dal nome “Pop Shop” nell’86 a New York, e nell’88 a Tokyo. Proprio questo percorso giovanile è adesso l’oggetto di una grande retrospettiva presso il Brooklyn Museum (“Keith Haring: 1978–1982”), che celebra la fantasia e il ruolo epico del suo linguaggio visivo e l’energia che trasuda dalle sue opere.

Quattro immagini dell’allestimento di “Keith Haring: 1978–1982” presso il Brooklyn Museum, inclusa una ricostruzione del “Pop Shop”, in versione emporio di cataloghi e souvenir per i visitatori della mostra.

L’attività negli spazi pubblici viene documentata ad esempio grazie alla presenza di alcuni famosi disegni in gesso realizzati sui fogli di carta nera che venivano utilizzati per ricoprire i cartelloni pubblicità nella metropolitana newyorkese allo scadere del contratto di affissione, un progetto che durò dall’80 all’85. Nonostante il gesso fosse un materiale di caducità estrema, questi atti rappresentavano comunque un’oltraggio alla legalità, per cui Haring fu arrestato numerose volte. Ciò non gli impedì comunque di raggiungere con i suoi messaggi una enorme quantità di persone, le quali, una volta riconosciuto il genio di questo folletto dell’arte contemporanea, cominciarono a strappare i poster che affiggeva nella città portandosi a casa quasi inconsapevolmente un pezzetto di storia.


Alcuni esempi del progetto di “arte pubblica”, realizzato da Keith Haring fra il 1980 e il 1985, disegnando centinaia di figure a gessetto sulle pecette di carta nera che coprivano le vecchie pubblicita’ nelle stazioni della metropolitana di New York dopo la scadenza del contratto di affissione.

D’altrocanto Keith si avvalse anche della collaborazione di nomi come Jean Michel Basquiat o Kenny Sharf, e la sua eredità è stata raccolta da personaggi a noi più vicini, come Banksy o Shepard Fairey, o ancora Swoon e Barry Mc Gee, che allo stesso suo modo hanno deciso di dare un contributo al patrimonio culturale collettivo lasciando il segno su strade e muri, e ormai anche nelle sale di affermate gallerie. Il distintivo stile iconico e sintetico del nostro eroe, oltre ad aver radicalmente cambiato all’epoca il panorama urbano, ha contaminato nel tempo sia i campi della moda che del graphic design.

“Il pubblico ha bisogno d’arte, ed è la responsabilità di chi si auto proclama artista rendersi conto che il pubblico ha bisogno d’arte, e non produrre arte borghese per pochi ignorando le masse… Se il pubblico è impaurito dell’arte, non dovremmo noi artisti essere impauriti di quello che abbiamo fatto per rendere il pubblico impautito dell’arte?” Questo scriveva nel ’78 Haring nei suoi diari, album per schizzi zeppi di forme e colori che avrebbero trovato il proprio sfogo naturale su volantini, poster, fotocopie e serigrafie, fino ai colossali murales rimasti nell’immaginario comune, come quello di Harlem che recita “Crack is Wack”, o quello sulla parete della Chiesa di Sant’Antonio a Pisa intitolato “Tuttomondo”.

Una selezione di pagine dai diari visivi, che Keith Haring compilava in modo quasi ossessivo su piccoli album per schizzi, raramente esposti al pubblico ed inclusi nella mostra del Brooklyn Museum.

Due celeberrimi murales di Keith Haring: “Crack in Wack” (Harlem, New York, 1986) e “Tuttomondo” (Chiesa di Sant’Antonio, Pisa, 1989).

Simboli come la piramide, il cane, le vecchie radio “boombox” anni 80, i delfini, o le linee irradianti che indicano il movimento che si espande di un flusso energetico, sono stati i motivi con cui Haring ha catturato gesti, relazioni, stati dell’essere, percepiti come universali e di una risonanza emotiva trasversale a chiunque.

Purtroppo il ragazzo che ha fatto dei contorni e dei colori un utilizzo rivoluzionario a 31 anni si spegne. L’Aids se lo porta via, come tanti dei suoi colleghi, in un’era in cui la vibrante vita notturna dei locali alternativi ha tirato su una fucina di talenti indiscussi, ma in un ambiente piuttosto pericoloso. Il ritmo di quegli anni si è tradotto in movimento per le superfici di Haring, mentre per lui ha significato una morte prematura. Nonostante ciò, il piglio vitale della sua comunicazione resterà nel patrimonio visivo di tutti, poiché ha letteralmente cambiato il paradigma espressivo di un’estetica sociale.

Una selezione di quadri di Keith Haring dei primi anni ’80.

Per saperne di piu’…
Il sito della Keith Haring Foundation: http://www.haring.com