MUSIC
Serni e illVeno: l’equilibrio (in)stabile di un rap nato per fame
di Filippo Bernardeschi19 Gennaio 2026
Con i suoi 50 chili non la fermi Serni. Fugge via, non la afferri: è veloce come una Ferrari, sferragliante come un treno. Non la inquadri. È feroce e malinconica, ma anche auto-ironica, e se la offendi una scarica di rime ti sommerge. Serni prende i suoi stili – elusiva come un camaleonte in questo gioco del rap – e ti lascia stordito fra le corde del ring. La ritrovi in una stanza, assediata da brutte notizie e storie d’amore complicate. Il tutto mentre si prepara a zittire l’ennesimo sucker convinto di poterle scippare il palco. Dolce-amara come una Red Bull con lo Jägermeister, tellurica come un cuore matto e vendicativo, Serni scrive anche per il successo. Ma se questo non arriva, be’, pazienza: si china sul foglio e spreme la prossima rima.
L’urgenza espressiva affiora mentre canta: “Scrivo solo quando sono di malumore”. Lo fa tra le pieghe di un dolore che, se descritto, “fa meno paura”. Perché Serni è una boxeur in caduta libera, una poetessa decadente in salita, consapevole che “per scrivere bene non serve una terza” e decisa a rovesciare ogni presunta debolezza in altrettanti punti di forza. Questo suggeriscono di lei alcune sue vecchie canzoni. Il resto ce lo racconta di persona davanti a una birra, in una fredda serata dicembrina, seduti al tavolo di uno storico pub pisano in compagnia del suo socio in affari, produttore, nonché amico fidato Marco Venè, noto come illVeno.
Questa coppia, tutta pisana – lei di Cisanello, lui di San Giusto – che ora lavora a distanza, sta cercando di disegnare una propria geografia hip hop da anni. Un rap, per la precisione, studiato nei minimi dettagli benché lontano da ogni virtuosismo, che affondi le radici nel punk ma non disdegni le sfumature pop in un ritornello, se necessario. Insomma, una musica aperta alle più disparate influenze ma consapevole delle proprie origini. Questa ricerca musicale si è concretizzata in una scia di singoli per approdare nel 2023 a un primo album dal titolo “(In)stabile”. Quello che Serni definisce il loro «Disco fritto-misto» perché frutto di una gestazione molto lunga. Oggi la coppia lavora a un nuovo album che potrebbe vedere la luce nel 2026.
Di primo acchito Serni, 25 anni – all’anagrafe Sara Bellini – si definisce «’Na cazzara», subito scatta la risata e l’atmosfera si stempera. Ma solo per tornare seria quando Serni dice: «Faccio musica per fame, è la mia valvola di sfogo». La rapper studia Chimica organica a Bologna, è alla fine del percorso di studi e si prepara a un dottorato. «Al momento sono troppo qualificata per certe mansioni – sottolinea – e troppo poco qualificata per altre». Questo scacco generazionale affiorerà anche nel nuovo album.
Un album impegnato, promettono Serni e illVeno, che affronterà tematiche politiche e sociali. «A un certo punto mi sono ritrovata appiccicata in fronte l’etichetta di autrice romantica – racconta Serni – ma ora mi sento abbastanza matura per affrontare argomenti che un tempo sentivo lontani da me». Serni crede infatti che si debba scrivere solo di cose che si conoscono a fondo: vuoi per conoscenza o studio, vuoi per esperienza diretta sulla propria pelle. Dimostra coraggio e onestà intellettuale nell’affrontare un argomento spinoso: «Mi piacciono le ragazze – riconosce – e ho constatato che il rap italiano, con le dovute eccezioni, ha da sempre una sfumatura omofoba. Sento l’esigenza di dare spazio anche alla comunità queer e se questo potrà far sentire qualcuno meno solo, avrò raggiunto il risultato».
Serni prosegue con le rivelazioni: «Un altro argomento toccato nell’album sarà la questione sicurezza per le donne che vogliono vivere una serata in una città all’apparenza sicura». Qui il duo svela come lavora all’atto pratico: «Non mi limito a sfornare basi e a inviarle a Serni, sarebbe troppo banale – spiega illVeno, che ha 27 anni ed è impegnato all’Università in Ingegneria biomedica a Pisa – quello che faccio è studiare il modo in cui Serni canta, adattare i suoni all’utilizzo di certe sue consonanti e poi recepire i suoi consigli». Nel caso del brano in questione, che avrà come titolo “Portici“, illVeno si è ispirato al celebre “Shook Ones” dei Mobb Deep, alla ricerca di un singolare contrasto fra una base “piena” e un tema delicato.
Ciò che emerge dalla nostra conversazione, a questo punto, sembra essere una salda (in)stabilità creativa fra i due, una sorta di dialogo a distanza che vuole analizzare musica e concetti da angolature diverse, come due musicisti che improvvisano seguendo i rispettivi strumenti, finché una nuova, stabile melodia ne scaturisce.
Già. Perché tutto è nato da una band punk, e alla band si ritorna: «Lavoriamo da band in un contesto hip hop – ribadisce illVeno – che rispetto al punk è molto più versatile, ha un aspetto organico non limitato ai singoli strumenti, con l’atto intrigante e un po’ bandito del campionamento». «I pezzi nuovi vengono testati live – aggiunge Serni. – Se al pubblico piacciono, andiamo avanti su quella strada».

Prima, però, viene l’espressione personale: «Cosa cerco mentre scrivo? – dice Serni – voglio soddisfare una mia esigenza espressiva e terapeutica. Inoltre voglio restituire all’hip hop quello che mi ha dato: per me è stato un terzo genitore, mi ha plasmato come essere umano. Devo molto a tanti artisti ma se dovessi fare un nome, direi Primo Brown».
E la scena bolognese? Qui Serni cambia tono e scuote la testa mentre si accende un drum. «A Bologna purtroppo il rap si è fermato al 1994: se nel pezzo inserisci un sintetizzatore o azzardi una linea di ritornello più melodica, sei l’anticristo». Altrimenti si va all’estremo opposto: «Ti chiedono le rime da supermercato». C’è un’altra questione che amareggia Serni: «Se non sei un bravo freestyler (e io non lo sono) è davvero difficile inserirsi nel panorama di jam che costellano la vita bolognese». Una nota positiva: «Per fortuna il pubblico è caldo, non come quello di Pisa».
Per la prima volta la convergenza dei due sembra incrinarsi e illVeno dissente: «A Pisa il pubblico c’è, lo abbiamo sperimentato. Mancano le occasioni». Quelle vanno create. E illVeno è all’opera già da tempo, avendo lui ideato, insieme a un collettivo, un format generoso (e tutto sommato vecchia scuola) denominato Flows, con un muro adibito a tag (a proposito: Serni si è avvicinata all’hip hop passando proprio per il writing) battle di scratches, un momento jam con musicisti che accompagnano strumentali, rappers, breakers sul pavimento e uno special guest a serata. L’ultima si è svolta al Cantiere San Bernardo.

A questo punto la nostra birra ghiacciata è quasi a secco, la chiacchierata sta per esaurirsi, perciò mi diverto a chiedere a Serni quali siano le sue bevande preferite. Serni sorride e mi spiega che oggi il suo rapporto con l’acool è all’insegna della sobrietà. La sua risposta è professionale e spiritosa: «Un’ora prima dei live non posso mangiare, né bere o fumare, altrimenti vomito. In altre circostanze posso dirti che la variante invernale dei miei drink preferiti prevede un Americano, quella estiva un Moscow mule». Lo Jägerbomb, che ritroviamo in una sua canzone viene liquidato come un «peccato di gioventù». Leggenda narra che lo staff di un centro sociale pisano, dopo un’esibizione, abbia dedicato loro un nuovo drink: Amaro Purum e Cola. «Lo ribattezzammo Branco drink, in onore del nostro vecchio gruppo – conclude Serni. – Ci siamo sciolti, ma siamo ancora in contatto, tutti amici, e ancora legati alla musica».
Li saluto, le mani sono fredde.
Sono due: Serni e illVeno.
Eppure sembrano più che solidi nel freddo che ci avvolge.
Sembrano quasi un piccolo branco.