Cinema
Oltre il dedalo digitale: il vuoto reale lasciato da Federico Frusciante
di Omar Rashid16 Febbraio 2026
In questo periodo, prevalentemente mosso da come venivo ripreso da Iris quando stavo al telefono (sempre, come sa bene chi mi conosce), sto cercando di allontanarmi dallo smartphone. Dato che da un po’ di tempo a questa parte l’algoritmo dei social ha l’unico scopo di triggerarti, sono stati proprio questi la prima cosa che ho cercato di “togliere” dalla mia quotidianità.
È un’operazione difficilissima, che ho provato a gestire come si fa con alcune dipendenze: ovvero scalare, sostituendo l’abitudine con qualcosa di meno tossico. Nel mio caso, si è trattato di rimpiazzare il momento “notifica-prendo lo smartphone-leggo-do un’occhiata a Instagram-rimango invischiato nel dedalo digitale” con un blocco parziale delle app. Ora, quando l’istinto mi spinge a controllare i feed, il sistema mi rammenta il rischio di infossamento a tempo indeterminato e io, da buon tossico, prendo il mio Kindle-Metadone e leggo qualcosa, tendenzialmente romanzi.
A parte il fatto che in pochi mesi ho letto più libri di quanti potessi immaginare di inserirne nella mia routine (circa due o tre al mese, contro i due o tre l’anno su cui mi ero assestato da troppo tempo), produttivamente è stata una svolta: ho guadagnato un sacco di tempo che non credevo di avere, semplicemente perché prima si disperdeva.

Ma io non ho un problema con i social, anzi li adoro. Mi hanno consentito e mi consentono costantemente di scoprire e conoscere persone, più che cose, che incrociano i miei interessi e il mio pensiero. Sin da quando sono arrivati, ho sempre cercato di far convergere il mondo virtuale con quello reale, portando le relazioni digitali nella vita vera. Federico Frusciante era una di queste.

L’ho conosciuto, come molti, attraverso i video pubblicati dai Licaoni quando ancora la critica sul web era un territorio vergine. Mi colpì immediatamente il suo modo di raccontare il cinema: un approccio che definirei “punk estremo” ma profondamente consapevole, sostenuto da una conoscenza della materia che mi ha sempre attratto.
Federico incarnava quel modo di approcciarsi al lavoro mantenendo un lato giocoso e un’identità fortissima senza mai sacrificare la competenza. È un tratto che mi ha sempre affascinato in tutte le forme d’arte: fin da piccolo ho visto negli Elio e le Storie Tese un gruppo di riferimento non solo musicale, ma come attitudine alla vita. Quello che facevano era divertirsi e fare musica a livelli altissimi, e Federico parlava di cinema esattamente così: a tratti volgare, spesso divertente, ma traboccante di una preparazione mostruosa.

Da lì a poco mi venne voglia di conoscerlo. È una spinta che mi caratterizza da sempre: usare i social in modo virtuoso per trasformare i contatti in rapporti di amicizia reali o collaborazioni professionali. Decisi di andare a trovarlo a Livorno, e nacque un legame autentico.
Scoprimmo punti di contatto inaspettati legati alle mie conoscenze livornesi del periodo del Polimoda, intrecciando i percorsi accademici con quelli umani. Federico è stato un punto di riferimento che mi ha accompagnato per una fase lunghissima della vita, allargando il mio sguardo e aiutandomi a credere di poter trasformare la mia passione per il cinema in un percorso professionale, proprio mentre venivo dal mondo dell’abbigliamento.
Mi ha accompagnato in tutti i miei progressi nel VR, da quando scoprii il linguaggio fino ai miei primi esperimenti con No Borders, che gli mostravo regolarmente, fino al lavoro sul lockdown che gli portai da vedere poco prima della chiusura definitiva del mitico Videodrome.

Vedere ieri apparire su Facebook il ricordo di otto anni fa, quando eravamo insieme a Firenze proprio il giorno prima della sua scomparsa, è stato un colpo durissimo. Anche se negli ultimi tempi le nostre vite si erano consolidate su binari diversi e ci sentivamo meno (l’ultimo contatto era stato per farsi gli auguri a Natale, a dispetto del suo ateismo convito) il dolore è reale e profondo.
Per molti Federico era un “personaggio”, per me è stato anche l’uomo che, attraverso i suoi video e la sua furia, mi ha fatto scoprire aspetti del cinema che non conoscevo e ha contribuito a formare il mio gusto. Mi ha insegnato che si può essere autorevoli senza essere istituzionali.
La sua scomparsa lascia un vuoto bruttissimo perché con lui se ne va una voce onesta e fuori dal coro, in un momento in cui il mondo digitale sembra fatto solo di specchi e algoritmi. Forse l’unico modo per onorarlo è continuare a cercare quella stessa verità, magari alzando lo sguardo dallo schermo e ritrovando, tra le pagine di un libro o nel buio di una sala, quella passione pura che lui non ha mai smesso di urlare.

Un abbraccio enorme alla moglie Eleonora e a tutti i suoi cari che, come noi, da oggi si trovano un faro in meno per illuminare il viaggio della vita che, come questi momenti drammatici ci ricordano violentemente, va vissuta al massimo perché può finire quando meno te l’aspetti.
Ciao Fede!