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AP2P/All Power To the People: Dance music per la rivoluzione



Il progetto AP2P (All Power To the People) nasce dall’incontro tra Bonnot, beatmaker italiano attivo sia come solista che assieme agli Assalti Frontali, e M1, rapper americano, voce e volto, in duo col compare Stic.man, dei celeberrimi Dead Prez.

E’ la storia di un reciproco rispetto tra militanti che si riconoscono e si stimano, pur provenendo da due background completamente diversi, quello dei centri sociali italiani e quello dei ghetti americani. Entrambe le band di provenienza dei due artisti in causa sono da inserire tra gli esempi più fulgidi di rap militante mai prodotti dalle rispettive sponde dell’oceano, veri e propri inni di fiera indipendenza. Il disco, uscito poco fa, si avvale di un ricco tappeto sonoro, con una trama musicale eterogenea realizzata da personaggi come Paolo Fresu e General Levy, Dj Gruff e Tino Tracanna, Inoki e Roberto Cecchetto.

La chiacchierata con i due artisti si è tenuta durante la presentazione del disco all’interno dello spazio occupato Newroz a Pisa. In apertura di serata, prima del live di AP2P, spazio agli eroi locali Willie DBZ e Long Bridge Familia, che hanno presentato il nuovo lavoro di questo decano della scena, ed alla raffinata selecta di Dj Pezzone.

Cominciamo definendo il progetto AP2P. Come nasce l’incontro tra un beatmaker italiano ed un rapper americano?
Bonnot: Ci siamo incontrati una volta, nel 2005, in un concerto a Roma, ma non ci fu tempo per conoscersi in quella occasione. Ci siamo risentiti nel 2009 per un featuring per “Intergalactic Arena”, il mio primo disco solista. Sognavo un featuring coi Dead Prez e devo dire che loro sono stati molto contenti di fare questa ospitata. Il disco è andato bene, ho fatto quattro presentazioni in Italia invitando vari ospiti tra cui lui (M1) e General Levy. In quel periodo in Italia, nei giorni “off”, abbiamo cominciato a registrare qualche pezzo e da lì è nata “Real Revolutionaries” che è stato il primo pezzo fatto assieme e che vede coinvolti anche Paolo Fresu e lo stesso General Levy, ma che era ancora ascrivibile al progetto AP2P. La primavera dell’anno seguente sono volato a Miami per girare un video per quella traccia. Questa prima release ha fatto il botto e così ci siamo messi d’accordo per lavorare ad un EP di tre o quattro pezzi. Che poi son diventati dieci. Quindi abbiamo fatto un album e ne è nato un bel rapporto, ci siamo trovati bene sia dal punto di vista politico, quindi come compagni, sia dal punto di vista musicale.

Siete riusciti a presentare il progetto in America?
M1: Ok, lasciami dire questo. Prima ancora di parlare di qualsiasi cosa vorrei cominciare parlando del mio legame con Bonnot. Voglio sottolineare quanto sia importante, perché credo che questo sia il primo progetto italiano di questo tipo, con un respiro internazionale. Un qualcosa in grado di superare le barriere, in grado di parlare di prospettive, resistenze, rivoluzioni… da entrambi i lati. Volevo ringraziare Bonnot per la sua competenza, per averci chiamato, e per averci indicato la “vibra” da seguire. Gli Assalti Frontali esistono da 20 anni ed hanno posto le basi per rispondere alla domanda: “Ok, c’è questo problema, come possiamo affrontarlo?”

Questo tipo di movimento ha generato una persona come Bonnot. Questo tipo di movimento è entrato in contatto con un simile tipo di movimento che esiste anche in America e del quale io faccio parte da 20 anni. Questo mi sembra importante da dire. E’ una cosa importante per la connessione degli africani con il Regno Unito, è una cosa importante per la connessione del Sud America con l’Europa. Perché, nel momento in cui cominciamo ad unire i rivoluzionari, specialmente attraverso la cultura e la musica, le cose cambiano. La lingua smette di essere una barriera. A volte pensiamo che le lingue diverse possano essere un ostacolo. Ma se parliamo delle stesse idee, allora parliamo la stessa lingua.

Adesso quindi posso parlare di come AP2P si svilupperà in America. Questo è un progetto nuovo: l’abbiamo registrato lo scorso anno, e lo abbiamo messo in vendita in digitale su iTunes ed in forma fisica soltanto in Italia. Quello che succederà in America sarà un’introduzione alla fusione dei suoni, dato che lui (Bonnot) proviene da un background diverso da quello sul quale io, di solito, rappo. Io vengo da Mobb Deep, Wu-Tang e, credici o no, Luke Skyywalker (2 Live Crew). Ma anche Afrika Bambaataa, John Coltrane e KRS-One. Questa è stata la mia scuola musicale. Quello che lui è riuscito a fare è stato fondere in AP2P elementi di hip hop, reggae, blues, jazz e così via. Questo è quello che trovi sul disco “All power to the people” e credo che questa formula sarà comprensibile non solo agli americani, o agli amanti dell’hip hop, ma a tutti.

Riuscirete quindi a presentare il progetto anche in America? In Italia ho visto che vi spostate all’interno del circuito dei centri sociali. Negli U.S.A. in che tipo di spazi presenterete il disco?
M1: Dunque, il movimento in America si muove in spazi diversi. La repressione è forte. La polizia ci saluta a colpi di manganello, butta giù le porte, ci spara, ci colpisce col taser, che è la nuova forma di repressione. Quindi, solitamente, il nostro movimento non riesce a permettersi centri sociali o spazi per l’educazione politica. Quando siamo in strada a combattere o a manifestare, quello è generalmente l’unico momento in cui esercitiamo la nostra politica. Nel quartiere, nel ghetto, questa cosa non avviene, come ad esempio qui in Italia, all’interno dei centri sociali.

Noi vogliamo presentare la nostra musica a tutti, nello stesso modo in cui potrebbe esser presentato Lil Wayne o Mac Miller. E’ una cosa che ha senso, questa, perché la musica negli Stati Uniti non ha più senso. Per nessuno. E’ solo “party & bullshit” (feste e stronzate) 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana. Capisci cosa intendo? Quando invece proponi musica che ha qualcosa da dire, questa si distingue dal resto. Non c’è neanche paragone. E noi facciamo anche musica dance. Ma non musica dance come Rihanna. La nostra è musica dance per i rivoluzionari. E quindi la presenteremo in America facendo un tour nei club, oppure all’interno della mia comunità, o nelle organizzazioni politiche, nello stesso modo in cui presentiamo un personaggio come Mumia Abu Jamal. Quindi anche in posti prettamente politici, ma non vogliamo escludere nessuno. Club, festival, sedi dei movimenti: non vogliamo escludere nessuno.

Nell’anno 2012, nell’era dei social network e di internet, qual è la chiave della rivoluzione?
M1: Abbiamo colmato il gap, adesso non ci sono più frontiere. Non ci rendiamo conto di quanto siamo simili. Parlavo con Afrika Bambaataa e lui mi raccontava di Annibale in Italia, e della presenza dell’Africa nel vostro paese, molto prima di quanto si pensi. Siamo molto più connessi di quanto si pensi. Abbiamo lo stesso sangue. Io ho ovviamente tanto sangue africano ma anche sangue europeo, sia perché sono stato stuprato dal colonialismo che per qualsiasi altro motivo. Dobbiamo renderci conto che siamo dei mix. Internet ci ha avvicinato. Alla fine useremo la rete non tanto per Twitter o Facebook ma per fini rivoluzionari. Questo è quello che promuoviamo, noi abbiamo una pagina Facebook e continueremo ad usarla. Siamo entrati in contatti con dei compagni africani, ad esempio, e questo non sarebbe mai successo senza internet. Questa è l’era in cui viviamo, l’era dell’informazione.

Quali sono gli elementi comuni che avete trovato nelle vostre politiche?
Bonnot: Sicuramente il modo di pensare da rivoluzionari. Lui è uno dei pochi che realmente si spende per la causa palestinese, che va la a prendersi le bombe. Nonostante tutto, quando gli è stato chiesto “Nel caso di un’eventuale emancipazione palestinese, come ti porresti verso soprusi o vendette?”, lui ha dato la risposta che avrebbe dato chiunque. Ovvero: “Nel momento in cui mi accorgessi che qualcosa o qualcuno per il quale ho sempre lottato va dalla parte sbagliata, sarei il primo a condannarlo.” Sembra una banalità, però quando si sta tanto nel movimento antagonista, capitano tante persone, soprattutto all’estero, con cui è difficile condividere il modo di pensare. Spesso le persone sposano delle cause, ma non hanno la giusta cultura per affrontare la cosa con spirito critico.

Dato che abbiamo parlato di movimento, cosa pensate di Occupy?
M1: Il movimento Occupy, negli Stati Uniti, è il risultato di persone che non hanno più scelta, di persone che non vedono più opportunità nel loro futuro. Questa è stata la mia prospettiva di vita. Io sono cresciuto in povertà, nel ghetto. Ho avuto modo di vedere i ghetti di New York, del North Carolina, della Florida, del Maryland. Ho visto i ghetti degli Stati Uniti e lascia che ti dica una cosa: per tutta la mia vita ho potuto vedere ciò che il movimento di Occupy adesso ha capito. Io capisco la sensazione di non aver abbastanza soldi per l’affitto e quindi dell’esser sbattuti per strada. La mia realtà è mollare la scuola, per cercarsi un lavoro, perché per me non c’erano possibilità per una più alta educazione. Questo è quello di cui Occupy si sta occupando, della mancanza di una scuola pubblica gratuita negli States, o del perché ci sia un ricarico così elevato sull’educazione che poi ti pone in una condizione di debito per il resto della tua vita.

Il movimento Occupy è alle prese con la violenza della polizia, perché tu hai i casi di Sean Bell o di Oscar Grant (due vittime della polizia, uccisi rispettivamente nel 2006 e nel 2009) o quello di Trayvon Martin (17enne ucciso da una guardia privata durante una colluttazione). Veniamo criminalizzati fondamentalmente perché siamo poveri. Il nostro essere poveri viene criminalizzato. Siamo del ghetto e quindi veniamo visti male. Questo è quello che poi va a comporre il movimento Occupy a New York, Miami, Chicago, Houston, Los Angeles, Oakland, dove sono particolarmente attivi.

Quindi io do il benvenuto a questi nuovi soldati, perché questi sono soldati costruiti con l’educazione politica. Sono cose che mancano da noi. Qui vado in giro e sui muri vedo le scritte “anti fascista”, o “anti capitalista”, o i graffiti, e tutte queste cose non le vedi nelle strade dell’America. Quello che dobbiamo fare è continuare in questa direzione, per aumentare il sapere politico di queste persone, anche quando il movimento di Occupy non sarà più di “moda”, alla pari della Nike o di Adidas. Sono felice che ci sia della resistenza, ma ne voglio di più, e la voglio adesso!

Sempre a proposito del movimento Occupy, qualcuno sostiene che questo non sia un movimento spontaneo ma sia in realtà finanziato da privati.
M1: In futuro capiremo tutto. Non posso sapere tutto adesso mentre le cose accadono. Se si guarda indietro alla storia della resistenza americana, c’erano alcune forze che non erano genuine, c’erano agenti del governo che facevano parte di un programma il cui scopo era quello di fermare la rivoluzione. E noi non lo potevamo sapere, fino almeno a 20 anni dopo, quando il Freedom of Information Act (una legge americana che impone al governo di desecretare i propri documenti 20 anni dopo la loro emanazione) non rendeva le informazioni disponibili. Penso a soggetti come J Hedgar Hoover (il primo capo dell’FBI), che formò il COINTELPRO (un programma segreto che aveva lo scopo di aggirare certi limiti legislativi per spiare e fiaccare il partito Comunista, eventuali sobillatori, personaggi ritenuti spie e, in seguito, lo stesso movimento delle Black Panther).

Quindi non sappiamo cosa stia realmente succedendo adesso. Quello che so è che dobbiamo utilizzare tutte le persone che abbiamo. Se il movimento di Occupy è finanziato da privati, io non lo so, e onestamente non me ne frega un cazzo, perché prenderemo il movimento e lo faremo valere oggi, con meno prigioni, meno fratelli e sorelle in prigione, più soldi per il cibo in tavola, e così via. E non me ne frega niente se il movimento è finanziato da Rockfeller o da Obama. Questa cosa sarà vera e tangibile adesso, il resto lo scopriremo in futuro. Quello che so è che la gente vera, i veri rivoluzionari, sono realmente qui.

Stavo per arrivare ad Obama. Nelle tue rime tu lo definisci “una faccia nera per un potere bianco”. Qual’è quindi il tuo giudizio su di lui? E un’altra cosa: il giorno della sua elezione, tu, come persona nera, come ti sei sentito?
M1: Vedi io non “sento” Obama come una persona nera. Io non lo guardo come una persona nera. Lo guardo come il Presidente degli Stati Uniti. E per me, se decidi di sedere su quella poltrona, significa che tu rappresenti quello che gli Stati Uniti rappresentano. In tutto il mondo gli Stati Uniti rappresentano sangue, guerra, brigantaggio, bugie, tradimento. Questo è quello che gli States rappresentano nel mondo. Non c’è un solo posto al mondo che non veda l’America come il parassita del pianeta.

Se Obama desidera cambiare questa prospettiva, deve cominciare con ogni sua singola mossa. Non è che possiamo star qui a sperare che forse un giorno Obama potrebbe, magari, chissà… No! La prima cosa che deve fare è un atto rivoluzionario e lui non è un rivoluzionario. Non è un rivoluzionario nero, non è un rivoluzionario bianco, non è un rivoluzionario cinese, non è a favore della gente. Quindi quando lo guardo, lo vedo come il mio opposto, e penso sia importante che una persona come me, un africano negli Stati Uniti, dica queste cose. Perché a giro sento dire che tutti i neri in America sono a favore di Obama e questo non è vero. Noi vediamo l’America per quel che è: c’è sempre quella stessa polizia nelle strade, c’è sempre la guerra nel mondo, ci sono sempre le truppe disposte ovunque, dall’Iraq all’America del Sud. Lui è un imperialista, il potere bianco con una faccia nera.

Tornando alla musica, come procedono i vostri progetti Dead Prez e Assalti Frontali?
Bonnot: Abbiamo appena fatto una raccolta, un doppio cd che raccoglie tante canzoni di 20 anni di carriera. Non posso chiamarlo “best of” perché ci piacevano tutte! Venti pezzi per vent’anni. Stiamo già lavorando alle cose nuove di AP2P, a settembre uscirà un singolo. Io poi resto sempre attivo nella drum n bass e nell’elettronica.

Ci sarà un seguito per “Intergalactic Arena”?
Bonnot: No. Quello è stato uno passo che un producer deve fare. Mi è servito come palestra, dopo anni di esperienza con Assalti Frontali, poter lavorare con persone dell’area pop come i Punkreas o Caparezza. Però no, i prossimi progetti saranno Assalti Frontali, AP2P, e se possibile aiuterò i Dead Prez nel loro prossimo lavoro, vedremo come e in quanti pezzi. Volevo segnalarti questo altro disco, che è molto più jazz, al quale collaborano anche Tino Tracanna e Paolo Fresu, un lavoro di 10 tracce che coinvolge anche Roberto Cecchetti. Uscirà a settembre. Bonnot.it è il sito da seguire per avere altre info.

Puoi darmi un po’ di informazioni sui Dead Prez?
M1: Stiamo tornando. Continueremo a girare il mondo. Abbiamo visto l’hip hop cambiare da quando abbiamo cominciato noi. Il nostro primo disco è uscito nel 2000 eall’epoca, con canzoni come “Hip Hop”, segnò la rotta per un certo tipo di rap impegnato. Noi continuiamo su quella strada: il mio compare Stic.man sta continuando a crescere, e ad evolversi, e si è focalizzato sui temi della salute e del benessere, in chiave rivoluzionaria. Questo perché negli States combattiamo l’obesità, il cancro e l’ipertensione, che esistono a causa dell’imperialismo. Tutto questo è legato al cibo che mangiamo, che contiene alti valori di zucchero, di carboidrati e di glucosio-fruttosio. Stic è uscito quindi con questo disco intitolato “The Workout”. Come ha detto Bonnot, c’è una possibilità che ci si possa ritrovare tutti assieme a lavorare sul prossimo disco dei Dead Prez. Abbiamo registrato davvero tanto materiale nel corso del tempo, e mi piacerebbe riuscire a fare una sorta di ‘best of”, come hanno appena fatto gli Assalti Frontali, sulla carriera dei Prez. Spero di poter collaborare con artisti hip hop che abbiano la stessa mia mentalità. Quindi, per qualsiasi cosa: deadprez.com.

Un’ultima cosa: hai parlato più volte di Afrika Bambaataa nel corso di questa intervista. Due anni fa ho avuto la fortuna di poterlo intervistare. Lui sostiene che una piccola elite di persone si sia impossessata dei media per prendere il controllo, tra le altre cose, anche dell’hip hop. Questo sarebbe il motivo per il quale gruppi fortemente politicizzati, come i Public Enemy, ad esempio, sono spariti dalla Tv. Cosa ne pensi?
M1: Sono d’accordo, credo sia corretto. Bambaataa è un sognatore, senza di lui l’hip hop oggi non sarebbe così com’è. Pensa se l’hip hop si fosse fondato sulle idee di… che ne so, 50 Cent. 50 Cent si muove solo per i soldi. E’ ok, voglio dire, lo fanno un sacco di persone, non lo incolpo per questo. Ma se tu pensi all’hip hop fondato solo sul concetto di soldi, questo verrebbe sfruttato in qualsiasi modo, come una prostituta. Bambaataa invece ha fondato il movimento sui valori di “love, peace, unity and having fun”, e questa cosa è stata grandiosa, perché ci ha dato i cinque elementi: il b-boying, i graffiti, il deejaying, il rapping e l’informazione. Non credo che 50 Cent ce l’avrebbe fatta e, ripeto, non ho nulla contro 50 Cent.

Afrika Bambaataa è incredibile e noi non saremmo qui a parlare se non fosse stato per lui. Quello che lui dice sui media è incredibilmente corretto. I media sono la mano destra dello Stato, lo Stato è il meccanismo di controllo per il governo, il colonizzatore che ha creato il capitalismo e lo sfruttamento dell’Africa, degli africani per la maggior parte, e che ha dato vita all’America. Attraverso questo sfruttamento, i media hanno fatto in modo che le nostre menti non pensassero a tutto quello. Le nostre menti devono pensare ad altre cose. Tipo: la passera! I vestiti! Il basketball! “Non pensare ai problemi”. Questo è quello che i media vogliono che tu creda ed è quello di cui si rappa al giorno d’oggi nell’hip hop. E non colpevolizzo i rapper. Non colpevolizzo Drake, non colpevolizzo chiunque diverrà il prossimo rapper. Perché loro fanno soltanto quello per cui sono stati programmati a fare. Ma Bambaataa non è programmato: è un pioniere, un pensatore libero, ed io lo appoggio. Questo è il mio pensiero.

Un ringraziamento particolare a Marco di Sanantonio 42, che ha reso questa intervista possibile, ed ai ragazzi del collettivo Newroz, per l’amicizia e l’ospitalità dimostrata. Le foto che accompagnano questo articolo sono opera di Newroz