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Cinema

Il cinema ha sempre ragione, anche se a volte lo scopriamo in ritardo



C’è una cosa che il cinema fa meglio di qualsiasi altro medium: ha sempre ragione. Solo che spesso lo capiamo anni dopo, quando è già troppo tardi per fare qualcosa o, peggio, quando quello che credevamo fantascienza è già diventato cronaca.

Partiamo da un esempio recente e, almeno in apparenza, facile da spiegare. M – Il figlio del secolo, la serie Sky diretta da Joe Wright con un Luca Marinelli che si è rasato la testa e preso venti chili per interpretare Mussolini, è uscita il 10 gennaio 2025. È stata girata a partire da novembre 2022, presentata fuori concorso a Venezia nel settembre del 2024, e racconta l’ascesa del fascismo dall’Italia del 1919 al discorso parlamentare del 1925. La storia si sapeva. Quello che non si sapeva ancora, mentre giravano, era che Trump sarebbe stato rieletto. Eppure la serie ammicca chiaramente a lui (c’è addirittura un momento in cui Marinelli rompe la quarta parete e dice in camera “Make Italy Great Again”, nel caso qualcuno avesse dubbi).

E però guardandola oggi, con la galassia che elegge i suoi dittatori pop, i social che amplificano ogni delirio, i corpi d’élite che manganellano gli studenti e il mondo che guarda, la serie sembrava parlare del presente in modo più lucido di qualsiasi editoriale. Lo stesso regista Joe Wright ha raccontato che inizialmente la sceneggiatura era piena di parallelismi espliciti con la politica contemporanea, e che a un certo punto hanno deciso di toglierli: troppo didascalici, quasi paternalistici. Hanno raccontato i fatti e lasciato che il pubblico ci facesse quello che voleva.

Ovviamente in questo caso è quasi “facile” cogliere il perché. La storia si ripete ciclicamente, lo sappiamo tutti. Ma fa molto più impressione quando questo meccanismo si attiva sul cinema pop, su quello di genere, supereroistico, fantascientifico. Su quello che guardi per staccare il cervello e invece ti ritrovi a pensarci su per giorni.

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Prendiamo il Marvel Cinematic Universe. Verso il termine della Saga dell’Infinito, Thanos schiocca le dita e metà degli esseri viventi dell’universo scompare. Il Blip, lo chiamano: cinque anni di assenza, e poi il ritorno improvviso di tutti, come se niente fosse. La critica e il pubblico hanno ironizzato molto sulla credibilità narrativa di quella scelta. Come fai a far sembrare plausibile che dopo uno shock del genere il mondo si rimetta in piedi e vada avanti quasi normalmente?

Beh. Nel 2020 è arrivato il Covid. E nel 2026, a sei anni dall’inizio della pandemia, sembra quasi incredibile ricordare quello che abbiamo vissuto. I lockdown, le mascherine, i morti contati ogni sera al telegiornale, i mesi a fissare le pareti. Il trauma collettivo più grande della nostra generazione e già adesso stentiamo a ricordarlo con lucidità. La rimozione collettiva di quello che abbiamo passato è esattamente il Blip. Solo senza la tuta da supereroi e senza quella sensazione di vittoria.

Andiamo ancora più indietro, e usciamo dal MCU per entrare in Star Wars – Il risveglio della forza (2015). JJ Abrams prende la Galassia, la fa vincere contro l’Impero, e poi nel giro di un film ci ritrova un Primo Ordine identico all’Impero, con un’altra Morte Nera gigante e un altro dittatore col mantello. La critica lo ha massacrato: troppo derivativo, troppo pigro, sembrava un requel senza fantasia.

Eccoci qui, però. L’Italia ha appena celebrato il centenario della fondazione del fascismo con un governo che porta quella storia nel DNA. L’America ha fatto il bis con un uomo che litiga con alleati storici e fa il bullo con il mondo, e il mondo glielo sta facendo fare. Abrams non era pigro. Stava solo descrivendo come funziona la storia: il Male non si sconfigge davvero, si rimette in giacca e cravatta, aspetta una generazione che non l’ha vissuto e si ripresenta.

Ma il cinema che guarda più lontano, quello che fa più paura a rivedersi oggi, non è quello dei blockbuster. È quello di John Carpenter.

Essi vivono (1988) racconta di un operaio disoccupato che trova un paio di occhiali speciali. Quando li indossa, vede la realtà per quello che è: pubblicità che dicono OBBEDISCI, CONSUMA, NON PENSARE. Alieni che si camuffano da umani e controllano l’economia, i media, la politica. Il film è nato come critica feroce all’edonismo reaganiano, ai messaggi subliminali del consumismo, alla classe dirigente che depreda i lavoratori mentre li convince di vivere nel migliore dei mondi possibili. All’uscita lo bocciarono in molti: troppo schematico, troppo didascalico.

Oggi Essi vivono sembra un documentario. Hai presente quella rissa infinita in cui il protagonista cerca di convincere il suo amico a mettere gli occhiali, e l’amico si rifiuta con una violenza sproporzionata? Quello siamo noi ogni volta che proviamo a parlare di qualcosa che conta con qualcuno che non vuole vedere.

E poi c’è il territorio che Carpenter ha esplorato in modo più sottile ancora: Videodrome (1983) di Cronenberg, per esempio, o l’intera poetica di Black Mirror, che negli anni è passata da serie distopica a documentario ottimista.

A proposito: Meta ha appena brevettato, a fine dicembre 2025, un sistema di intelligenza artificiale che può simulare un utente sui social anche dopo la sua morte. Il brevetto è stato depositato nel 2023 e tra i firmatari c’è Andrew Bosworth, CTO dell’azienda. L’idea è un Large Language Model addestrato sui tuoi post, commenti, reazioni, messaggi, che continua a pubblicare, rispondere, interagire per te quando non ci sei più. Black Mirror ci aveva fatto un episodio intero. Noi ci stavamo facendo il meme. Adesso è un brevetto ufficiale.

E su Idiocracy (2006) non mi dilungo, ma vi ricordo solo che il presidente degli Stati Uniti nella commedia di Mike Judge era un ex wrestler e attore di film porno che governava urlando. Non so se vi ricordate i trascorsi di Trump con il wrestling o i suoi trascorsi con le pornoattrici. Non aggiungo altro, se non che da commedia scema e divertente è diventata drammaticamente qualcosa che non fa più ridere.

Il punto non è che il cinema sia profetico nel senso letterale del termine. Non ci sono veggenti con la macchina da presa. Il punto è che il cinema è un’arte collettiva, forse la più collettiva che esista. Centinaia di persone che lavorano insieme per mesi, anni, su una storia. Sceneggiatori, registi, attori, produttori, tecnici. E nonostante ce ne dimentichiamo di continuo, siamo animali sociali che funzionano meglio collettivamente. Collettivamente riusciamo a vedere il presente meglio di quanto lo vediamo da soli. E a volte, senza nemmeno rendercene conto, vediamo anche il futuro.

Poi ovviamente il film esce, lo votiamo su Letterboxd, lo dimentichiamo, e quando la realtà ci raggiunge non ci ricordiamo nemmeno di averlo visto.