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“Notti di provincia”: Ivan Stray, Depsure e Giovanni Paura raccontano Campobasso



Foto in alto: da sinistra Giovanni Paura, Depsure, Ivan Stray

C’è una provincia che viene raccontata solo quando qualcuno decide di andarsene. E poi ce n’è un’altra, più silenziosa ma molto più viva, che continua a produrre storie, suoni, visioni. È la provincia di chi resta, di chi torna, di chi prova a trasformare le notti apparentemente uguali di una piccola città in qualcosa che somigli a un progetto.

È dentro questo spazio – geografico ma soprattutto emotivo – che si colloca “Notti di provincia“, il nuovo singolo di Ivan Stray, Depsure e Giovanni Paura. Tre voci nate e cresciute a Campobasso che hanno scelto di trasformare l’immaginario spesso stereotipato della provincia in materia narrativa: non un confine, ma una combustione lenta, una “benzina” capace di alimentare visioni e ostinazioni creative.

Nel loro brano la notte non è soltanto un fondale romantico: è il luogo in cui le parole nascono prima di diventare musica, dove le conversazioni tra amici si trasformano in barre e le frustrazioni quotidiane trovano una forma. È una notte fatta di macchine parcheggiate, di type beat cercati su YouTube, di progetti immaginati quando tutto il resto sembra fermo. Una dimensione sospesa in cui malinconia e ambizione convivono senza contraddirsi.

Per chi, come me, viene dalla stessa città, ascoltare un racconto simile ha inevitabilmente un peso diverso. Campobasso è un luogo che spesso resta ai margini delle mappe culturali più rumorose, ma proprio per questo ogni tentativo di raccontarlo con autenticità merita attenzione. Sostenere chi prova a costruire una traiettoria artistica partendo da qui significa anche rivendicare la dignità narrativa di una terra che troppo spesso viene ridotta a semplice sfondo.

In questa intervista, Ivan Stray, Depsure e Giovanni Paura raccontano come è nato Notti di provincia, cosa accade davvero in quelle notti che precedono le canzoni e perché, a volte, restare fedeli alle proprie radici può diventare la scelta più radicale. Non un racconto nostalgico, ma un piccolo manifesto generazionale: quello di chi prova a immaginare il futuro partendo esattamente da dove si trova.

Nel brano parlate di notti che diventano barre prima ancora di diventare canzoni. Cosa succede davvero in quelle notti? Sono più momenti di fuga, di confronto, di frustrazione o di progettazione lucida del futuro?

Diciamo che sono tutte queste cose. Si dice che la notte porti consiglio ed è verissimo. Qualche volta ci si scambia idee a vicenda, qualche notte la si passa ad immaginare un futuro condiviso, un’altra ci si sfoga per le varie problematiche che la vita presenta. La notte, se passata in compagnia, pesa un po’ meno.

Avete parlato di provincia come “benzina” e non come limite. Ma qual è stato il momento preciso – un episodio, una delusione, una notte in particolare – in cui avete capito che restare o tornare a Campobasso non era un ripiego, ma una scelta identitaria?

Non pensiamo ci sia una notte specifica in cui si capisca. Vivendo in questa realtà da anni siamo sempre stati legati visceralmente alle nostre radici. Forse, paradossalmente, è quando si passa un serata in una realtà diversa dalla nostra che capiamo il vero valore della nostra zona e quanto in realtà sia quella l’identità che ci appartiene.

Siete amici prima ancora che colleghi: com’è nato concretamente “Notti di Provincia” in studio? C’è stato uno di voi a dare la prima scintilla o il brano si è costruito in modo corale, tra confronti, revisioni e magari anche qualche scontro creativo?

In realtà l’idea del brano non è nata da nessuno dei tre. Ci trovavamo, durante una classica notte di provincia, nella macchina di Alessio e, un nostro amico, esterno al mondo della musica, ci ha chiesto il perché non avessimo una canzone in cui comparissimo tutti e tre, nonostante ci conoscessimo da tanti anni. Abbiamo iniziato ad ascoltare qualche type beat su YouTube e, dopo aver trovato quello giusto, siamo tornati a casa. Il giorno dopo avevamo la canzone.

Il brano viene raccontato come un manifesto della nuova scena molisana. Se tra qualche anno un ragazzo o una ragazza di Campobasso ascolterà “Notti di Provincia”, cosa sperate che senta davvero: appartenenza, ambizione, consolazione, responsabilità?

Con questo brano abbiamo voluto dare una visione malinconica della nostra realtà, ma allo stesso tempo carica di speranza. La frase cardine del ritornello “sei la stessa di anni fa” puó avere una doppia valenza: da un lato è bello che nulla cambi e tutto resti uguale, come se quella magia non si perdesse mai, dall’altro, peró, è abbastanza demoralizzante constatare come determinate problematiche siano ancora fortemente presenti. Speriamo che questa canzone dia la forza alla persone per trovare la propria strada e trovare, anche in un posto che non offre troppe possibilità, il coraggio di costruirsi la vita che hanno sempre desiderato.

Una domanda per Fausto Franchi, sceneggiatore e regista del video: il videoclip traduce in immagini un brano che è già molto cinematografico. Qual è stata la tua chiave di lettura visiva di “Notti di Provincia”? Hai scelto di mostrare la provincia così com’è o di costruire una provincia simbolica, quasi mitica? E che tipo di racconto per immagini volevi lasciare a chi guarderà questo video tra dieci anni?

La chiave di lettura è stata cercare le connessioni tra la mia generazione e quella dei protagonisti. Sapevo che una volta trovata quella congiunzione, avrei potuto sviluppare un racconto sincero.

In corso d’opera poi ho scoperto che i punti di contatto erano molti. Nonostante gli anni di differenza, tutto ciò che riguarda le loro abitudini ci rappresenta profondamente, noi facevamo praticamente le stesse identiche cose. Mi sono accorto che esiste proprio un linguaggio universale che attraversa le generazioni. Quindi ho cercato di costruire la provincia che abbiamo vissuto qui, che vorrei fosse anche intesa come spazio condiviso, un terreno comune sui cui coltivare.

Per coerenza spero che chi guarderà il video tra dieci anni possa riconoscere la stessa connessione. Mi piacerebbe pensare che quella ricerca, cioe l’urgenza di approfondire passioni, di coltivarle e interrogarsi sul mondo rimanga viva nel tempo.