Finalmente ho potuto vedere in sala il nuovo film di Richard Linklater (uno dei miei autori preferiti per la sua follia e versatilità) che era presente alla scorsa edizione di Cannes: Nouvelle Vague.
Il film è splendido: girato in francese, in bianco e nero e in 4:3, racconta la realizzazione di Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard, illustrando parallelamente uno dei movimenti cinematografici più rivoluzionari del secolo scorso.
La Nouvelle Vague nasce in Francia a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando il cinema transalpino stava diventando sempre più stantio e ripetitivo, fatto perlopiù dentro i teatri di posa, con strutture narrative classiche e un’età media dei registi che non lasciava spazio a nulla di nuovo.
A rompere tutto questo ci pensò un gruppo di giovani critici dei Cahiers du Cinéma (Truffaut, Godard, Chabrol, Rivette, Rohmer) che decisero di passare dall’altra parte della macchina da presa portando in dote una conoscenza profonda del cinema, un budget ridottissimo e una voglia feroce di raccontare il presente, quello vero, quello delle strade e delle stanze degli appartamenti, con la telecamera in spalla e gli attori che improvvisano. Fuori dai teatri di posa, fuori dalle convenzioni, dentro la vita.
Il loro manifesto, per molti, è proprio Fino all’ultimo respiro del 1960, che Godard girò con quella libertà formale che ancora oggi fa impressione (sempre in tema, impossibile non citare il capolavoro di Truffaut, Effetto Notte).

Come dicevo, il film di Linklater l’ho trovato splendido. Certo, non ha un granché dello spirito della Nouvelle Vague, se non la forma (ed è questa una delle critiche più ricorrenti sulla pellicola), ma sinceramente non è assolutamente ciò che cercavo in un film del genere.
Personalmente ho sempre amato il cinema che racconta il cinema, sia quando lo fa raccontandone lo spirito, sia quando racconta, come in questo caso, una storia specifica, ma anche quando, partendo dalla professione di un lavoratore del cinema, prende poi una tangente diversa per raccontare storie più intime e personali (penso per esempio ai film di Woody Allen, dove un regista o uno sceneggiatore porta in scena le sue fragilità e le proprie idiosincrasie).

Probabilmente è la mia passione per il cinema che, quando viene rappresentata sullo schermo, mi accende qualcosa dentro. Non so, ma di sicuro quando vedo un film che parla di cinema sono quasi sempre soddisfatto, esattamente come quando guardo film con i viaggi nel tempo, per esempio.
E qui la faccenda si fa dolente, perché in Italia il cinema è fermo, letteralmente fermo, da quasi due anni.
La legge Franceschini del 2016 aveva creato un sistema virtuoso basato sul tax credit, un meccanismo che aveva portato a una vera stagione d’oro per il cinema italiano, attirando anche produzioni straniere e generando occupazione. Poi è arrivata la riforma Sangiuliano, il decreto del 2024 che ha riscritto le regole del finanziamento pubblico, penalizzando soprattutto i piccoli produttori indipendenti, quelli che fanno il cinema che poi i festival selezionano. I bandi sono stati bloccati per tutto il 2024, le produzioni si sono fermate, il 70% del settore ha lavorato a singhiozzo o non ha lavorato affatto. Piccoli produttori, registi emergenti, maestranze: tutti a casa. Con ricorsi al TAR, un settore paralizzato e un governo che, almeno fino a poco tempo fa, sembrava non rendersi conto della portata del disastro o, peggio, non interessarsene più di tanto.

Eppure, proprio mentre l’Italia si bloccava, mi è capitato di vedere due film che possono stare sotto lo stesso cappello del metacinema, molto diversi tra loro, ma che mi hanno colpito e spinto a riflettere su cosa significhi fare cinema quando ci credi davvero.
I film sono diametralmente opposti, sia per tematica che per provenienza: Sentimental Value di Joachim Trier e I supereroi di Malegaon di Reema Kagti, rispettivamente norvegese e indiano, che parlano di due approcci al cinema completamente diversi.
Nel film norvegese vediamo le difficoltà comunicative di un padre regista (interpretato da Stellan Skarsgård) che riesce a esprimere i propri sentimenti alle figlie quasi solo attraverso il cinema, in particolare recuperando un vecchio film che aveva girato anni prima con loro bambine. È un film sulla memoria, sulla distanza emotiva, su quanto sia difficile dire le cose che contano, e su come il cinema possa diventare paradossalmente l’unico spazio dove farlo.

Nel film indiano invece viene raccontato un approccio completamente diverso, più naïf ma straordinariamente vitale: si tratta della dramatization di un documentario che racconta la stessa storia, ovvero quella di una comunità di appassionati nella città di Malegaon che, con mezzi quasi inesistenti, realizza parodie dei grandi blockbuster hollywoodiani e di Bollywood per il proprio quartiere. È un film sulla gioia del fare cinema, ma affronta anche con intelligenza le complessità relazionali che si creano quando un lavoro collettivo come il cinema viene riconosciuto solo a una persona, il regista, e su questo punto devo dire che il film racconta bene vari aspetti e punti di vista, senza semplificare.
Ora, per quanto molto diversi, entrambi i film raccontano la potenza espressiva del medium cinema, e questo è esattamente ciò che hanno fatto Truffaut, Godard e soci quando guidarono la Nouvelle Vague.
In questo momento storico invece, o meglio dire fino a poco tempo fa, sembra che ci siamo dimenticati delle potenzialità del medium, spostando drasticamente l’attenzione sul fatto che il cinema sia prima un prodotto e poi un’opera d’arte.

Premesso che il cinema, per come lo vedo io, è qualcosa che sta in equilibrio tra i due aspetti (proprio perché è un’arte collettiva e tutti i lavori che coinvolgono tante persone hanno costi importanti, quindi è difficile non tenerne conto), basare un sistema produttivo solo sui finanziamenti pubblici, come abbiamo fatto in Italia e di cui ora stiamo pagando le conseguenze, non è proprio la scelta più scaltra per sviluppare un’industria.
Sicuramente anche il fatto che il contenitore del medium si sia spostato dalla sala al salotto (quando va bene; quando va male, direi in tasca) ha fatto perdere di vista un pezzo fondamentale dell’esperienza cinematografica stessa, ovvero la visione condivisa con un pubblico che influenza e amplifica la visione, creando convinzioni che in realtà stanno logorando il medium dall’interno.
Ma dall’altra parte c’è da dire che mai come ora fare cinema è diventato fin troppo accessibile. E con lo spirito che va nella giusta direzione, come spiega benissimo I supereroi di Malegaon, è possibile far partire una nuova onda, come quella che partì dalla Francia negli anni Cinquanta.
Forse ne abbiamo bisogno più che mai.