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Alessandrina & Rise as One – Un nuovo inizio per le bgirls italiane
di Filippo Bernardeschi11 Marzo 2026
Quarantasei bgirls chiuse sotto lo stesso tetto per quarantotto ore. Quarantasei ragazze provenienti da tutta Italia per un week-end di puro allenamento, scambio, interconnessione.
I pavimenti vibrano, le risate si accavallano, i corpi si muovono seguendo indicazioni reciproche. Il tutto a Milano, in una struttura situata vicino ai Navigli. Un esperimento destinato a riverberare effetti duraturi, con una risposta incredibile che neppure l’organizzatrice del progetto si aspettava all’epoca del concepimento, avvenuto in una sorta di freestyle ideativo, come lei stessa lo definisce.

Alessandrina – al secolo Alessandra Chillemi – è un nome di spicco del breaking italiano. Due volte vincitrice del Red Bull Bc One, nel 2022 si è aggiudicata il titolo a New York. È membro del team olimpico. All’età di 6 anni si mise a spiare dei ragazzi che si allenavano in una base militare di Messina. Due anni dopo sarebbe entrata a far parte della loro crew: i Marittima Funk.
L’idea di Breaking Together – Rise As One sboccia in un altro continente, l’Africa. Per la precisione in Uganda, dove Alessandrina è volata a settembre per organizzare un camp con l’intento di restituire una parte di ciò che il breaking le ha donato negli anni. L’Uganda le ha mostrato che la conoscenza è un flusso circolare: «Quando ho maturato questa consapevolezza ho compreso di voler ripetere l’esperienza in Italia». E perché non chiamare a raccolta le sorelle sparse in tutto lo stivale? «Una scena potente – dice Alessandrina – fra le migliori in Europa». Un tesoro disseminato in micro-comunità che faticano a saldarsi.
Forse c’era bisogno di una scintilla per innescare quella serie di movimenti verso un nucleo nevralgico. La comunità. Sì, perché Breaking Together – Rise As One non è stato un semplice laboratorio dove si acquisiscono nuove informazioni, e neppure un workshop che mira a ingrassare il repertorio di skills. Bensì uno scambio culturale, dove tutto questo è avvenuto all’insegna del motto Each One Teach One, nel più naturale dei modi.
«Ci sono bgirls fantastiche nel nostro paese – spiega Alessandrina – ma alcune di esse hanno difficoltà a entrare nella community». L’idea era quella di metterle in contatto: «Mi trovavo in Giappone quando ho fatto uscire un video per lanciare il progetto. In realtà non avevo nulla di concreto fra le mani». Niente sponsor. Nessuna location: «Le risposte sono fioccate una alla volta, sempre più fitte, tanto che mi sono ritrovata a gestirle con il fuso orario in momenti impensabili».

Visto che il progetto decollava, Alessandrina si è industriata per individuare una struttura ricettiva e stendere una bozza di programma: «L’ho condiviso con le bgirls che avevano aderito, andando incontro alle singole esigenze e facendo una sintesi». Non voleva essere l’unico pilota. Piuttosto un catalizzatore. E il programma finale lo dimostra: «Il venerdì allenamento con la scena milanese. Sabato e domenica solo bgirls dentro la struttura. Offrivo degli input ma se le altre avevano idee, passavo il testimone». La domenica si è riflettuto sulle metodologie di allenamento e quella che Alessandrina chiama «la differenza fra anima e corpo». Dove per anima si intende il carisma, unito alla musicalità: «Quello italiano è famoso – sottolinea la bgirl – non dobbiamo diventare dei robottini».
Nel corso di Breaking Together – Rise As One ci sono stati momenti per riflettere sul ruolo e la posizione della bgirl all’interno del contesto italiano e internazionale. Ciò che Alessandrina rispedisce al mittente è l’accusa di “ghettizzazione”, ovvero il rischio che le bgirls, con simili iniziative, tendano a confinarsi in una sorta di riserva indiana.

«L’obbiettivo era rafforzare una rete – ribadisce – ciò non significa escludersi dal confronto con i bboys: esso è inevitabile e intrinseco, perché siamo un’unica comunità». Stabilito questo, alcune differenze di genere esistono. Sebbene il gioco non sembri entusiasmarla granché, Alessandrina ne evidenzia una: «Le bgirls appaiono meno schiave del sistema» afferma. Tradotto: «Si esprimono con maggiore identità, mentre molti bboys si concentrano sulla tecnica, sacrificando parte dell’espressione personale».
Non è un caso che la bgirl battle sia spesso il momento più coinvolgente: «Purtroppo ci sono ancora alcuni bboys che lo sfruttano per uscire a fumarsi una sigaretta» nota con disappunto. Un gesto piccolo, che però racconta molto: ciò che non si guarda difficilmente può crescere.
Rispetto alla divisione in categorie, Alessandrina va più a fondo: «Le bgirls sono in minor numero rispetto ai bboys e abbiamo bisogno di tempo. Per questo sono ancora utili le categorie: danno alle nuove arrivate la possibilità di affrontare la battle per gradi. Ma fra dieci anni questa divisione cadrà o sarà ridimensionata».
In uno scenario così variegato – e spesso competitivo – la domanda è legittima: esistono atteggiamenti divisivi, se non apertamente sessisti? Nel corso della sua carriera Alessandrina ha sempre raccontato di un ambiente inclusivo, e lo conferma. Talvolta, però, un gesto d’insofferenza salta all’occhio: «Mi diverte molto quando un bboy perde contro una bgirl e si arrabbia: la trovo una cosa insensata». Racconta un aneddoto: «Io e Agne abbiamo partecipato a un contest dove ogni coppia poteva scegliere il suo posto sul tabellone. Nessun bboy voleva trovarsi contro di noi, chi l’ha fatto non aveva scelta».

Altre posture tese a scoraggiare giungono da fuori: «Sei un maschiaccio. Pulisci i pavimenti alla stazione. Frasi del genere mi sono arrivate da persone esterne alla scena che poi magari mi hanno fatto i complimenti per le Olimpiadi».
Ma il curriculum di Alessandrina parla del suo impegno trasversale nei vari contesti che il breaking ha saputo edificare. Così come i commenti delle bgirls che hanno partecipato a Breaking Together – Rise As One parlano di un’esperienza umana di successo: «C’è stato un processo di creazione collettiva – evidenzia Chiara, giunta dall’Abruzzo. – Ci siamo conosciute meglio al di là del breaking. Personalmente mi è servito ad aprirmi e a ridimensionare alcune mie problematiche. La testa è rimasta là anche nei giorni successivi». «È stata una situazione un po’ distante dalla mia concezione di breaking – racconta Sunshine, arrivata a Milano da Bologna – ma un bel punto d’incontro fra generazioni». Aggiunge ridendo: «Ho dovuto prendere antinfiammatori per tre giorni ma ne è valsa la pena». Giulia si è mossa da Pisa: «C’è stato un momento in cui mi sono quasi estraniata – confida – come se volessi osservare dall’esterno. Guardando quella scena piena di bgirls che ridevano e si allenavano mi sono quasi commossa. In quell’istante ho percepito un’energia autentica che a volte, nel marasma degli eventi, rischia di perdersi».

Non stupisce che Alessandrina stia già pensando a una seconda edizione. Quando le luci nei corridoi vicino ai Navigli si spengono e le stanze tornano al silenzio, resta una certezza: qualcosa è successo. Breaking Together – Rise As One ha mostrato che la forza non si misura solo nella tecnica o nei podi, ma nella capacità di costruire infrastrutture invisibili: fiducia, ascolto, responsabilità reciproca. La cognizione di una comunità che già esisteva e ora si consolida. Più autoconsapevole. Più solidale. E probabilmente più motivata.
Perché quello che Alessandrina ha creato non è un recinto, bensì un nuovo inizio. Un’opportunità che da oggi le bgirls di tutta Italia sanno di avere per aumentare il proprio peso specifico. Quarantasei di loro l’hanno colta, mostrando che l’energia femminile non è satellite della scena nazionale, ma la sua componente più imprevedibile. Se il breaking italiano vuole riscoprire sé stesso può ripartire da questo esempio di semplicità vincente, umana, allegra. Alla larga dai riflettori e dai trofei.
Tutte insieme. Come una cosa sola.