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Cinema

The Voice of Hind Rajab: il film sulla guerra trattato come la guerra tratta le persone



La settimana scorsa si è tenuta la 98ª cerimonia dei premi Oscar e, per una volta, hanno assegnato dei premi difficilmente contestabili, a parte la miglior canzone che personalmente avrei assegnato a I Lied to You (sì, quella della sequenza incredibile di Sinners dove la musica viaggia nel tempo, tra l’altro egregiamente realizzata dal vivo durante la cerimonia), ma soprattutto l’Oscar che mi lascia un po’ di amaro in bocca è quello del miglior film internazionale, assegnato a Sentimental Value di Joachim Trier

Non perché sia un brutto film, anzi: come ho scritto recentemente, amo i film metacinematografici e Trier è un autore che mi piace. Ma dal cinema mi aspetto sempre un arricchimento, e i drammi borghesi di un regista di successo, per quanto ben fatti, sono oggettivamente meno urgenti di una guerra che tocca il nostro presente e il nostro futuro.

Nella short list c’era anche The Voice of Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, che già era stato snobbato dalla giuria della Mostra del Cinema di Venezia, dove aveva vinto il premio della giuria

Nei festival, il premio della giuria è spesso il modo più elegante per riconoscere un film senza esporsi troppo: un contentino che permette alla giuria di dire “l’abbiamo visto” senza dover difendere una scelta scomoda sul palco più importante. Il risultato è che al film è stata tolta una visibilità che avrebbe meritato, e che avremmo meritato tutti.

Perché il punto non è, o non è solo, che il film tratta un tema scomodo, che parla di Gaza, che racconta la morte di una bambina di sei anni sotto i bombardamenti israeliani. Il film non mette in scena la morte, non mostra Gaza, non mostra i bombardamenti.

Mostra una sala di controllo della Mezza Luna Rossa, degli operatori che ascoltano una voce al telefono e non riescono a fare nulla, nonostante tutto quello che stanno facendo per farcela. La voce è quella reale di Hind Rajab, la registrazione originale.

Ed è proprio questa scelta, restare in quella stanza, con quegli uomini impotenti davanti a qualcosa che dovrebbe essere semplice, a rendere il film insostenibile nel modo più onesto possibile. Non ti trascina nell’orrore, ti mette davanti all’impotenza.

Il punto è che è proprio un bel film. Costruito con una precisione formale notevole, capace di trasformare una storia vera e devastante in qualcosa che non è mai propaganda, mai retorica, mai il manifesto che molti si aspettavano o temevano. È un film che ti lascia con qualcosa addosso, e non è scontato riuscirci quando il soggetto è già così potente da solo.

Hind Rajab

E il film purtroppo è stato trattato esattamente come i suoi soggetti. Motaz Malhees, uno degli attori protagonisti, non ha potuto essere presente alla cerimonia degli Oscar perché il ban di Trump ha escluso i titolari di passaporto palestinese dall’ingresso negli Stati Uniti. Un dettaglio che, se ci si ferma un secondo a pensarci, dice già tutto. 

Alla Berlinale invece la regista Ben Hania aveva ricevuto il premio Cinema for Peace, e lo aveva rifiutato dal palco perché il festival aveva chiesto di mantenere un profilo apolitico. La sua risposta fu: «La pace non è un profumo da spruzzare sulla violenza». Difficile darle torto.

Quello che mi colpisce, in tutto questo, è il corto circuito: un film sulla disumanizzazione delle vittime di guerra che viene esso stesso disumanizzato nel giro dei festival, ridotto a pratica burocratica, a caso diplomatico, a problema da gestire. Come se il cinema, quando tocca certi nervi, smettesse di essere cinema e diventasse un’altra cosa da neutralizzare.

Tutto questo mentre il mondo, in queste settimane, sta guardando un’altra guerra prendere forma. Gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, la morte di Khamenei, i missili iraniani sulle basi americane nel Golfo. Un’escalation che si muove così veloce da rendere obsoleto qualsiasi commento nel giro di ore. E mentre scrivo non sappiamo ancora come andrà a finire, il che è già di per sé una cosa su cui varrebbe la pena fermarsi.

La guerra, vista da lontano, ha ancora il sapore dell’astratto. È una cosa che succede sugli schermi, nei titoli dei giornali, nelle notifiche del telefono. Ma basta guardare la benzina schizzata sopra i due euro in pochi giorni per capire che l’astratto ha sempre un modo per diventare concreto, prima o poi. E la cosa che mi preoccupa non è tanto il presente immediato, quanto la direzione. La traiettoria.

The Voice of Hind Rajab sceglie un punto di vista che potrebbe sembrare limitante e che invece si rivela la sua forza principale: non vediamo quasi nulla. Non ci sono immagini dei bombardamenti, non c’è sangue, non c’è la guerra nel senso visivo a cui il cinema ci ha abituati. C’è una voce. La voce reale, quella della registrazione originale, di una bambina di sei anni che parla al telefono con i soccorritori mentre intorno a lei sta succedendo qualcosa di indicibile, e c’è chi ascolta dall’altra parte senza poter fare nulla. Il film costruisce il suo orrore attraverso l’assenza, e questo lo rende difficile da reggere in un modo che nessuna sequenza d’azione avrebbe potuto ottenere.

Ma quello che mi ha colpito di più, e che rischia di passare in secondo piano nel dibattito che inevitabilmente si crea intorno a un film del genere, è che The Voice of Hind Rajab è cinematograficamente bello. Non nonostante il tema, non come concessione alla forma per rendere digeribile il contenuto, ma nella costruzione delle scene, nel ritmo, nelle scelte registiche. Ed è un film che, a dispetto di tutto quello che le sue premesse potrebbero far temere, non è mai ricattatorio. Non ti trascina per la giacca. Non urla. Ti mette davanti a qualcosa e ti lascia lì, senza cercare di dirti cosa devi sentire.

Il fatto che il nome di Hind sia nel titolo non è un caso: è un atto di resistenza contro quella tendenza sempre più sistematica nelle guerre moderne a trasformare le vittime in statistiche, in danni collaterali, in dati da inserire in un rapporto.

Mentre scrivo, Iris ha sei anni. Esattamente l’età di Hind Rajab. Ed è pressoché impossibile non sovrapporre le facce.

La guerra è ancora apparentemente lontana (spoiler: non lo è, come abbiamo detto, innanzitutto sul piano delle ripercussioni economiche sulle nostre vite). Ma la realtà ultimamente ci sta dimostrando che spesso ciò che riteniamo impossibile diventa presente, e lo fa in modo rapidissimo.

Vedere la guerra da qui ci fa sentire impotenti, ma sono certo che possiamo fare qualcosa tutti i giorni (qui è la mia parte buddista che prende il sopravvento), cercando di togliere la guerra dalla nostra quotidianità, continuando ad arricchire la nostra cultura (con il cinema, la musica, i fumetti, qualsiasi cosa che ci allarghi la mente) e sforzandoci di non creare conflitti, anche se piccoli e apparentemente distanti dal nostro piccolo mondo (che in realtà non è altro che lo specchio di quello grande).

Sembra utopico, certo. Ma qualche settimana fa sono stato a teatro a vedere La guerra com’è, il nuovo spettacolo di Elio Germano e Teho Teardo basato sul libro di Gino Strada, Una persona alla volta“. Uno spettacolo incredibilmente bello e doloroso, che mi ha lasciato impressa una frase alla quale mi sto attaccando: l’utopia per Gino Strada non è un sogno irrealizzabile, ma “qualcosa che ancora non c’è” e che può diventare realtà.


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