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Intervista a Salmo



Alzi la mano chi non conosce Salmo. Ok, voi tutti in punizione.

Salmo è sicuramente il rapper del momento: l’accelerazione mediatica, e di pubblico, da lui subita nel corso dell’ultimo anno non ha forse eguali nella storia del rap italiano. Solo l’anno scorso Salmo era “il nome in apertura”: adesso l’headliner è lui, l’apertura gliela fa qualcun altro. Dopo un primo disco “The Island chainsaw massacre” vera e propria underground sensation con un titolo in grado di unire la provenienza geografica (Olbia) con una delle sue grandi passioni (il cinema horror) Salmo si ripresenta sul mercato con un nuovo disco (Death Usb) ed una nuova etichetta (la Tanta Roba).

Nel mezzo, in questi 12 mesi, una costante evoluzione che ha riguardato tanto lui quanto i suoi ormai tradizionali marchi di fabbrica: i video, la maschera, la dubstep, l’attitudine.

L’attitudine, perché di questo di parla.

Attitudine già mostrata nelle precedenti incarnazioni musicali del rapper di Olbia: Skasico (crossover in italiano), To Ed Gein (hardcore in inglese) e Three Pigs Trip (progetto decisamente più stoner, anche questo in inglese).

Ci sono alcune parole che ricorrono in questa intervista.  Hip hop? No. Beat? No. Dubstep? Neanche.

Sono punk, hardcore e trash.

Tre etichette, un’unica attitudine.

Incontro Salmo sul palco del Ne Pas Couvrir Festival, piccola perla valdarnese nascosta dalle parti di Levane: il suo concerto, che è stato un successo, si è appena concluso col classico “wall of death” peculiare tecnica mutuata dai concerti hardcore/metal: il pubblico viene fatto dividere in due metà, quasi fossero due squadre, che finiranno inevitabilmente per spappolarsi l’una sull’altra. I “drop” dubstep lanciati a più riprese da Dj Slait, il giravinili ufficiale del rapper mascherato, sono la colonna sonora ideale per questo tipo di massacro.

L’ultima volta che vidi Salmo invece fu l’anno scorso, a Roma, sul palco dell’Eclettica Festival. Salmo suonava in apertura, appunto, ai già famosi Foreign Beggars, altro trio che, come lui, aveva preso gli elementi base di hip hop e dubstep e li aveva tenuti insieme con un collante attitudinale fatto di punk e metal. Anche i concerti dei Beggars, prevedono sempre il già citato wall of death.

Puro caso o affinità elettive?  

Il “wall of death” lo facevo già con i To Ed Gein (uno dei gruppi in cui Salmo militava precedentemente), è una cosa che ho ripreso da quel genere di musica, quel tipo di attitudine, un po’ hardcore, un po’ punk rock.

Quel progetto lo riprenderai?

I To Ed Gein?

Si. O anche gli Skasico.

No, sono gruppi più o meno morti. Cose che non stanno più in piedi, però è stato un passaggio importante quello della band. Sicuramente non tornerò a suonare con i ToEdGein però più in là, forse, tornerò a fare qualcosa di simile a quello, quindi punk rock, hardcore.

Hai mai pensato di fare quello che stai facendo ora ma assieme ad una band?

Si lo stiamo già facendo. Non sempre però. Tra poco dovremmo fare cinque date di seguito con la band, un batterista ed un chitarrista che suonavano con me nei vecchi gruppi (rispettivamente il batterista degli Skasico ed il chitarrista dei Three Pigs Trip). Abbiamo riarrangiato un po’ di pezzi tra cui “Street Drive In” e “Nella pancia dello squalo”. Stessa formazione quindi, con Dj Slait, oltre al chitarrista ed al batterista.

Credi che questa formazione poi potrà ripetersi anche in studio, sul prossimo lavoro?

Certo. Non cambia niente perché comunque molte cose le avevo suonate io in prima persona. Io non sono un grande esperto, so suonare la batteria ma in maniera minimale, farlo fare ad un batterista è tutta un’altra cosa.

Quindi hai cominciato suonando la batteria?

No ho iniziato facendo rap, non sapevo suonare nulla. Però non mi bastava, ero scimmiato di musica. Ed io sono così in tutte le cose, voglio sempre fare un po’ tutto. Quindi, dopo 3 demo rap che avevo fatto ho iniziato a suonare con i gruppi. Ma in saletta mi dilettavo anche con chitarra e basso, è venuto tutto da sé. E questo mi ha aiutato anche a fare rap.

In Sardegna c’è una storica scena rap. Ad Olbia com’è la cosa? Tu eri in contatto con altri gruppi o eri una specie di mosca bianca?

Diciamo che Olbia è forse la città meno rap della Sardegna, eravamo proprio pochi a farlo, 4 o 5, da contare su una mano. La scena più ricca era a Cagliari, che dagli anni ’90 è sempre stata potente. Poi altre zone come Nuoro, penso ai Menhir per i quali nutro grande rispetto, o Sassari.

Con Slait, il tuo dj, come sei entrato in contatto?

Lui suonava con un gruppo rap di Olbia, i Lyricris che a loro volta suonavano con me negli Skasico, noi eravamo i tre cantanti. Poi da lì ci siamo un po’ divisi, diciamo che ognuno ha preso la sua strada. Io e Slait abbiamo iniziato a suonare assieme e ci siamo trovati bene da subito. Ha deciso di seguirmi a Milano, di trasferirsi con me, assieme agli altri (la Machete Crew) e da lì è nato tutto.

Il tuo tour manager si è voluto rassicurare che non ti facessi un’intervista video. Come mai?

Guarda, potrei dirti una marea di stronzate. Diciamo che vorrei apparire il meno possibile.

Il senso della mia domanda era: tu sei diventato famoso anche grazie ai video, dato che poi, tu lavori molto sulla tua immagine. 

Il video è una parte importante.

Ecco, infatti mi aveva un po’ colpito questa cosa.

Penso sia una cosa automatica, non un atteggiamento studiato. Mi va di fare così e basta. Diciamo che negli anni abbiamo visto un sacco di artisti che hanno fatto il botto e poi, da un giorno ad un altro, sono scomparsi. Secondo me, per la maggior parte di questi, il motivo è il voler apparire troppo, quando la tua faccia è ovunque: la gente si stanca, capito? Anche l’artista stesso si stanca ed inizia un po’ a regredire. Mi è anche capitato, all’inizio, di fare videointerviste che non mi trasmettevano niente, con persone che mi facevano domande stupide o persone che pareva che mi stessero facendo un favore. Quindi, non so, è come da piccolo quando mangi la carne, ti rimane in gola e allora decidi di non mangiarla più per tutta la vita.

Ok. Tu però sui tuoi video ci hai lavorato molto, alcuni li hai anche diretti tu.

I primi video diciamo, poi ho visto qualcuno di più bravo e l’ho lasciato fare.

Hai una passione per i film horror?

Si.

Cosa ti piaceva?

La roba trash.

Tipo la Troma?

La Troma?

Si la casa di produzione, quella di Tromeo & Juliet o di Toxic Avenger.

No, io sono più su Sam Raimi tipo l’Armata delle Tenebre.

E Romero e le cose di zombi?

Si tutti i film di zombi, soprattutto quelli dove c’è un supermercato. Quello ci dev’essere sempre.

Qual è il rapporto che hai con la tua maschera?

Diciamo che la maschera è venuta da sé. Tutto quello che ho fatto fino ad ora è sempre venuto fuori in maniera spontanea, non ci ho mai pensato più di tanto. Non c’è niente di premeditato, zero. Non ho mai fatto niente a tavolino. Quindi tutto quello che vedi è spontaneo, se non è spontaneo non riesco a farlo. Il rapporto con la maschera è venuto fuori per dividere un po’ la musica, serve per fare un taglio al tipo di musica che faccio, una divisione. C’è il rap classico anni ’90, pezzi come “Il senso dell’odio” o “Yoko Ono” che sono pezzi che seguono una schema classico e lì, se noti, mi sono sempre presentato senza maschera perché sono pezzi più soft, diciamo più easy. La parte della maschera invece viene sempre fuori nei pezzi più pesanti, quelli più elettronici perché rappresenta un po’ il distacco: sembra una stronzata ma è come se fosse una doppia personalità, nata però in maniera istantanea e spontanea. Non è che io, all’inizio, ho pensato “adesso mi preparo due personaggi” o cose così. Non ero così presuntuoso, io vengo da una piccola città. La gente si è presa bene ed io l’ho lasciata andare così.

Chi ha disegnato la maschera? Che, se non sbaglio, è cambiata?

Si. Inizialmente le prime maschere erano veramente trash. Erano maschere di carnevale ritagliate, rincollate, ricucite, ricolorate.

Ma, tipo, quella del video di “Death USB”?

L’ultima? A quella maschera hanno lavorato due ragazzi di Cagliari, di cui uno è Francesco Liori, che fa parte della Machete ed è quello che si occupa delle grafiche e della maglie.

Quindi non c’è un discorso di timidezza o di paura del pubblico.

No. Guarda, io cerco sempre di esser maledettamente sincero. Non c’è niente di incredibile dietro. La maschera la mettevo all’inizio quando non c’era tanta gente, fai un centinaio di persone. Mi piaceva perché, in questo modo, la gente non vede l’espressione che hai, quindi tutto diventa molto più teatrale. La gente non vede se stai sorridendo, se sei preso male o se sei incazzato. E la cosa mi piaceva un sacco quindi l’ho portata avanti.  Ma non la metto sempre.

Stasera, ad esempio, non la indossavi.

No, quando c’è caldo non la metto. A Cagliari ho suonato con la maschera ed ho rischiato l’infarto.

Gli Slipknot dicevano la stessa cosa in un’intervista.

Infatti dopo molti anni l’hanno levata, e dire che loro fanno parecchio più casino di me. Comunque l’idea della maschera viene da un insieme di cose, oltre agli Slipknot, in primis da un gruppo italiano, i Tre Allegri Ragazzi Morti che io ascoltavo quando ero piccolo e sono stati forse i primi che mi hanno ispirato e forse anche i primi a mascherarsi. Oltre a tanti altri gruppi.

Il tuo disco “Death USB” è stato venduto anche in una forma diversa, fisica, con una chiavetta in edizione limitata. Al di là del discorso del gadget, quindi l’oggetto per il fan, perché l’hai fatto?

Io volevo sottolineare il passaggio da un supporto all’altro, dal cd all’usb. Diciamo che i cd sono morti, nessuno li compra più a meno che tu non ne faccia collezione. Ormai la gente neanche se lo infila più in macchina perché hanno le usb con le discografie dentro. Quindi mi sembrava naturale farlo e perciò ho fatto un album su questo concept. Speravo di essere il primo a fare questa cosa, se qualcun altro lo facesse ne sarei contento perché io sono stato il primo.

Com’è cambiata la tua vita nel trasferimento da Olbia a Milano?

Radicalmente. Ora ho 28 anni, sono in giro da 8 mesi. Quindi diciamo che mi sono salvato all’ultimo, perché riuscire a combinare qualcosa con la musica, a 27 anni, è quasi impossibile. Ora tutti i fenomeni “escono” a 18,19, 20 anni: uscire a 27 anni è davvero difficile. Sarà che prima non ci credevo molto, perché volevo essere pronto: non volevo uscire a 20 anni per poi accorgermi, tre anni dopo, di aver fatto una marea di cazzate. Volevo sentirmi pronto. Quello che è cambiato maggiormente è che non devo più lavorare nel senso che la musica è diventata il mio lavoro. Non ci speravo più ed era il mio sogno, da quando ero piccolo. Adesso è molto più semplice perché prima dovevo svegliarmi, andare a lavorare coi miei genitori..

Cosa facevi?

Lavoravo al bar. Negli ultimi anni. Poi anche altro, perché mio padre ha sempre avuto un centro sportivo e quindi mi capitava di accompagnare i ragazzini malati in piscina, col furgone, a fare un po’ di movimento. Il fatto di aver smesso di lavorare è veramente figo. Il poter svegliarmi per poi pensare solo alla musica.. potrei anche fallire domani, però mi sono tolto la soddisfazione di aver smesso di lavorare, di esser andato via dalla mia piccola città, di esser andato in giro per l’Italia ed anche per l’Europa. Quindi fanculo, meglio di così, che cazzo voglio? Non pretendo più di questo. Non mi è mai fregato di fare il botto, di guadagnare veramente soldi, sennò avrei fatto altri tipi di musica. La mia più grande soddisfazione sta nell’aver fatto pezzi come “Death Usb” che sono veramente cacofonici. Fino a 5-10 anni fa non potevi sentire in radio, a Radio Deejay! o su Mtv.. pensa che su Mtv stanno passando “Death Usb”! L’avresti mai immaginato? Le cose sono cambiate. Prima la gente aveva questo schema in testa: per riuscire a fare qualcosa con la musica, in Italia, devi fare determinate cose, con determinate tematiche e determinati ritornelli. Invece non è così, soprattutto ora ed io ci ho creduto veramente perché sapevo che era il momento, il momento esatto. Se fossi uscito cinque anni fa non avrei combinato un cazzo.

Sul tuo sito c’è scritto che dormi di giorno e vivi di notte perché hai una disturbo del sonno. E’ vera ‘sta cosa?

Si. Mi succede da quando ero piccolo, da quando andavo a scuola. Mi capitava di studiare di notte, quelle poche volte che studiavo, per poi dormire e non andare alle interrogazioni. Non so, forse perché di giorno non combino niente, non mi vengono idee, non mi vien l’ispirazione. La notte son sempre lì invece. Non cambierò mai, sarà per tutta la vita, sicuro.

Come reagisci di fronte a tutto questo successo? Per esempio, l’anno scorso eri a Firenze ad aprire a Noyz Narcos. Dopo un anno l’headliner sei tu. Che effetto ti fa?

E’ figo perché ho visto i risultati.

Tu sai, nel bene e nel male, di essere il rapper del momento.

Si, si.

Un’accelerazione come l’hai avuto tu non penso l’abbia avuta nessun altro in Italia.

C’è una buona percentuale di.. non vorrei osare.. di meritocrazia, tra virgolette, perché mi son dato veramente da fare, mi sono fatto il culo. Penso che ci sia anche stato il fatto di essere nel posto giusto al momento giusto. Io non mi scandalizzo mai più di tanto quando vedo le cose che cambiano cerco sempre di rimanere  tranquillo. Una cosa che mi ha aiutato molto è il live, ho fatto talmente tanti concerti che non so più neanch’io quanti cazzo ne ho fatti. Sul palco mi sento sempre sicuro e so che ogni volta che sto sul palco la gente capisce che l’attitudine è quella. Questo forse è stato il segreto che mi ha portato avanti, il cercar di suonare sempre meglio degli altri dal vivo, di non avere mai paura. Fuori dal palco posso essere un coglione, sul palco so di essere al sicuro, è il mio habitat.

Che aspettative hai per il prossimo futuro? 

Mmm, non lo so. Io sono sempre un po’ impaurito. Come ti ho detto prima, potrà finire male, magari la gente si stancherà di sentirmi, però sono sicuro di essermi tolto un sacco di soddisfazioni.

Le tue prossime mosse? Ora sei in tour, chiaramente, in promozione del disco. Dopo?

E nel mentre sto già lavorando al disco nuovo.

Sarà un tape?

No, no, sarà il nuovo disco ufficiale, sto cercando di raccogliere un bel po’ di tracce.

Con chi uscirà?

Uscirà ancora sull’etichetta “Tanta roba”. Ora tu mi farai la domanda su “Tanta Roba”.

Ahah! Vuoi sapere se ti chiederò di “Troupe D’elite” (nuovo, chiacchieratissimo, fenomeno del teen rap in uscita sull’etichetta)? Beh, no, sinceramente non me ne frega niente.

Beh comunque sappi che “Tanta Roba” è un’etichetta indipendente che sa muoversi molto bene e produce un sacco di cose diverse. C’è Fedez che fa la sua cosa, poi ci sono io, c’è Ensi che è una cosa che sta un po’ a metà e poi ci sono i Troupe D’elite che fanno un’altra cosa ancora. Adesso, come vedi, suono dappertutto.

Ma la telefonata della Universal non ti è mai arrivata?

No. Conosco un po’ di persone alla Universal, sono ragazzi simpatici.

Cos’è Machete?

Machete è un collettivo. L’idea dietro Machete era quella di creare una crew sullo stile di quelle anni ’90, inserendo però nuove figure artistiche e professionali come il fotografo, il grafico o il videomaker. Non a caso, qui a Milano, ci siamo spostati in massa.

Segui il calcio?

Un po’. Giocavo ala sinistra.

Eri bravo?

Correvo veloce.

Bella risposta.

Sai, ho i piedi piccoli..

Le foto di questo articolo sono di Emanuela Nuvoli.