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VERSO L’INFINITO ED OLTRE
MUSIC

Soulcè & Teddy Nuvolari – Sinfobie



Il disco italiano che ho apprezzato maggiormente questa estate è stato senza dubbio “Sinfobie”, esordio sulla lunga distanza griffato Souville per il duo formato da Giovanni Arezzo (mc) in arte Soulcè e Teddy Nuvolari (beatmaker) che prosegue il percorso iniziato due anni prima con l’EP d’esordio “Cromosuoni”.

Il lavoro si differenzia da tante cialtronerie xerox che il mercato odierno cataloga sotto il nome di “rap italiano” fin dalla sua copertina, sognante e cartoonesca, ma la vera forza del disco, tralasciando le belle produzioni che spesso si affidano a strumenti suonati, si trova nello storytelling assolutamente personale di Soulcè, in grado di offrire un differente punto di vista all’interno dell’inflazionatissima “scena” tricolore.

L’mc siciliano, originario di Ragusa, sin da giovane porta avanti un doppio percorso, suddiviso tra l’amore per l’hip hop e quello per il palcoscenico teatrale, contaminazioni che influenzano pesantemente e positivamente questo disco che, a onor del vero, è quasi riduttivo definire “rap”, tante sono le sfumature di carattere cantautoriale che lo attraversano.

Giovanni, uscito dall’Accademia Nazionale di Arte Drammatica, presta il suo talento in alcune produzioni televisive (tra queste “Ris”, “Il commissario Montalbano” ed una miniserie su Sky, di cui è protagonista, intitolata “Apnea”) dopo essersi formato in tanti teatri dello stivale: questa è la nostra chiacchierata.

La passione per il rap da dove nasce? Come l’hai affiancata alla tua vita da attore?

E’ arrivata quasi contemporaneamente alla passione per il teatro, stiamo parlando di tanti anni fa. Da adolescente ho cominciato grazie a mio papà che, da giornalista, era una grande patito di cinema e teatro e mi ha instradato su quella via. Potevo avere 14 o 15 anni. Tramite amici mi sono avvicinato al rap e, quasi per scherzo, ho cominciato a portare avanti le due passioni, quella per il rap e quella per il teatro. Mi è sempre piaciuto scrivere e quindi, oltre a scrivere soggetti o racconti, ho cominciato a scrivere anche le strofe.

Quali sono stati i rapper e gli attori che ti colpirono all’epoca?

Inizialmente ho ascoltato, come tantissimi della mia generazione, gli Articolo 31. Come rap made in Italy il primo passaggio obbligato era quello. Poi sono passato subito a Neffa che mi strapiaceva, consumai in maniera quasi maniacale sia “i Messaggeri” che “107 elementi”. Come attori, soprattutto da piccolo, avevo il mito del “grande attore” quindi Gassman sicuramente era uno che mi affascinava tantissimo. Adesso posso dirti che il mio attore preferito, in assoluto, è Gian Maria Volontè e che il mio gruppo hip hop preferito sono i Roots.

Riesci a tracciare qualche similitudine fra questi due percorsi? Ci sono degli elementi in comune?

Non solo ci sono punti in comune, ma l’idea ambiziosa che ho adesso in mente per la mia vita artistica è farli tornare ad essere un unico punto. Quello che mi piacerebbe proprio fare è uno spettacolo teatrale fatto attraverso il rap, portare in giro il mio disco, la mia musica, presentandolo come uno spettacolo. Questo è quello che, elemento dopo elemento, sto già cercando di fare adesso nei live. I punti in comune sono la necessità di espressione ed il mio amore incondizionato per le parole.

Prima di questo Sinfobie, e dell’EP che lo precede, hai fatto altro, musicalmente parlando?

Si, qualcosa in free download, ma niente di cui valga la pena parlare troppo. Lavoravo in coppia con un ragazzo di Ragusa che si chiama Marco Legione, abbiamo calcato insieme i primi palchi per far sapere che c’eravamo. Io ancora non mi chiamavo Soulcè ma Soulcerbero. Anche perché quando abbiamo cominciato a fare rap noi c’era questo cosa di darsi dei nomi cattivi. Poi però, più scrivevo e più mi rendevo conto che questo nome non mi si addiceva così tanto. Lo abbreviavo in Soulcè nei freestyle, mi piaceva come suonava per cui ho tenuto questo. Anche perché se sposti l’apostrofo tra la “c” e la “e” vuol dire che c’è l’anima.

“Sinfobie” quando nasce?

Nasce dopo l’EP che ottenne discreti riscontri positivi. Ci siamo divertiti a farlo, vedevamo che piaceva e ci rendevamo conto che, io sulle sue musiche e lui sulle mie parole, eravamo in grado di tirare fuori aspetti della nostra personalità artistica che ci sorprendevano. “Cromosuoni” usciva due anni fa e questi due anni sono stati importanti perché ci hanno permesso di girare molto, di incontrare tante persone e, soprattutto, tanti musicisti dato che, come avrai sentito, ci sono un sacco di strumenti veri su questo lavoro. Oltre alla classica batteria penso al basso, l’armonica, le chitarre, i fiati. Ho avuto la fortuna di esibirmi parecchio dal vivo, con diverse formazioni, soprattutto con i “Baciamo le mani” una formazione rocksteady siciliana, che sul loro secondo album “L’albero delle seppie” mi ha onorato di una partecipazione sul brano “Curtigghiu”.

Le influenze cantautoriali sono molte, mi riesce difficile catalogare questo disco semplicemente come “rap”.

Grazie, sono contento che tu le abbia notate. Anche noi ci sentiamo un po’ fuori.. non per screditare il rap che amo, adoro ed ascolto ogni singolo giorno della mia vita, ma quello che facciamo noi è un po’ diverso. Sono consapevole del fatto che tecnicamente, proprio a livello di rap, ci sono tantissimi ragazzi che mi mandano facilmente a casa. Diciamo che non amo cimentarmi nei virtuosismi.. mi interessano di più altre cose.

Avete fatto un bell’ibrido, che è anche un bel rischio. Ai vostri concerti che tipo di pubblico c’è? Mi sa che di ragazzotti col New Era in testa ce ne sono pochi.

Questa lo sai che è una gran bella domanda? Ho un po’ di difficoltà a risponderti e ti spiego perché. Venendo da quel background, i posti dove ci hanno chiamato a suonare erano spessi “rappusi”, molto hip hop. Soprattutto fino a qualche mese fa, quando ancora non c’era stato l’incontro con questo gruppo di musicisti ed io ero Soulcè, che faceva rap e che quindi veniva invitato a cantare alle jam, a fare i suoi quattro pezzi in mezzo a miliardi di rapper. E devo dire che lì, posti pieni di ragazzotti col New Era, le cose arrivavano, comunque piacevano, anche in quel contesto che, secondo me, non era esattamente quello adatto al nostro modo di fare la musica. Per cui forse è una ristrettezza che ci mettiamo noi ma che in fondo non è così reale, penso a tutte le persone che ci seguono e ci seguono perché entrambi proveniamo da quel tipo di background, che è quello dell’hip hop. Poi, parlando di target, a me piacerebbe portare questo disco a teatro. Io una trasposizione scenica di questo disco la riesco ad immaginare. Ai nostri live succedono cose che raramente si vedono in palcoscenici hip hop. Il mood del disco è proprio il gioco, il voler esser consapevolmente infantili.

Vogliamo spendere due parole sui numerosi ospiti presenti sul disco?

Smania Uagliuns e Janahdan sono i miei fratelli, ci siamo conosciuti a Roma tanti anni fa e  abbiamo fatto un sacco di musica assieme. Con loro ed il produttore J Wise abbiamo registrato un EP a nome Allimitheadz, lo tireremo fuori in autunno. Stessa cosa per Kento, l’ho sempre stimato, la stima è diventata reciproca e ci siamo trovati a fare un po’ di date insieme nel Lazio. Quindi la cosa, come nel caso degli Uagliuns, è stata estremamente naturale. Mecna, che mi è sempre piaciuto, ha apprezzato le ultime cose che ho fatto come “Manhattan” o “Giovanni grida solo per la via”. Anche con lui ci siamo conosciuti a Roma e siamo rimasti in contatto su internet, ci siamo ritrovati ad un suo concerto ed abbiamo deciso di fare un pezzo insieme. Cassandra Raffaele, che canta in “Pupazzo di Ruggine” è di Vittoria, un paese accanto a Ragusa. Shorty invece è siciliano come me: nonostante lo conoscessi di già, artisticamente parlando, ci siamo incontrati a Londra, dove vive, al concerto degli Hocus Pocus, ed abbiamo deciso subito di fare qualcosa insieme.

Usciranno altri video?

Mi auguro di si. Il team di produzione video con cui lavoriamo è veramente valido, sto parlando di Argot Film, per cui sicuramente tireremo fuori qualcos’altro. Vedremo anche quale pezzo potrebbe esser recepito meglio. Io, personalmente, nella mia testa ho in mente la sceneggiatura di tutte le tracce del disco.

Soulville invece cos’è oggi? Un’etichetta? Un collettivo?

Soulville è un collettivo che comprende persone che si occupano in un modo o nell’altro di musica con un’attitudine comune. Ci sono molti artisti ma preferisco non citarli perché ne dimenticherei sicuramente qualcuno ed è qualcosa che non voglio fare. Non posso però  non citare Donato che è l’autore dell’idea Soulville, se ne occupa fin dagli esordi, quando vi partecipavano anche personaggi come Ghemon o Tormento. C’è inoltre Al Castellana che non ha bisogno di presentazioni e gli Smania che sono il tramite tra me e Soulville.

Grazie per il tempo.

Grazie a voi.