Giorni fa ho sentito un noto opinionista pronunciare queste parole a proposito dei minorenni scesi in piazza a sfasciare vetrine e saccheggiare negozi: “Non li abbiamo visti arrivare”. Intendeva, ovviamente, che nessuno è stato in grado di prevedere un evento così improvviso e violento. Ma come? Per cogliere i segnali del disagio che covava sotto la superficie sarebbe stato sufficiente ascoltare un po’ di rap. Questo genere musicale non è soltanto la colonna sonora di una rivolta, è uno strumento di lettura della realtà che una parte del mondo adulto ha scelto di non ascoltare.

Chi proviene dalla cultura Hip Hop aveva strumenti per riconoscere quel disagio, anche se non necessariamente per prevedere quando e come sarebbe esploso: “Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio” ha dichiarato un artista sotto major come Marracash, scatenando un putiferio. Inoki ha poi controbattuto: “I veri rappers hanno sempre parlato”, riferendosi agli artisti lontani da logiche commerciali. Verissimo. Perché i “cani” nelle strade, come cantavano i Sangue Misto oltre trent’anni fa, sono sempre di più: ma non da oggi.
Mentre i politici analizzavano l’ennesima legge elettorale per pararsi il fondoschiena, mentre i loro avvocati mettevano insieme l’ennesimo condono, orde di ragazzini crescevano con i vessilli del capitalismo sventolati davanti agli occhi, seguendo la fascinazione di torbidi influencers senza arte né parte. Tutto questo – spesso e volentieri – nel momento in cui i loro genitori si rompevano la schiena in fabbrica, in negozio o sulle strade, lavorando per garantire ai figli un futuro che il mondo intorno a loro sembrava promettere, mentre in realtà ne erodeva le fondamenta.
Tutto qui? Mele marce del capitalismo? Nossignori, lo sappiamo benissimo. In piazza a far danni non c’erano solo i cosiddetti “maranza” – etichetta dispregiativa che rischia di trasformarsi in uno stigma sociale e razziale. Difficile ricondurre tutto alla marginalità sociale. La povertà non basta a spiegare la rabbia, così come il benessere non basta a immunizzare da essa. La matrice, evidentemente, è più profonda.

Forse è proprio questo il punto: qualcosa attraversa condizioni sociali diverse. Una crisi che non riguarda soltanto ciò che si possiede, ma anche ciò in cui si crede. O peggio: ciò in cui si è smesso di credere. Quanto sta accadendo nelle strade di diverse città europee sembra andare oltre la lotta generazionale esasperata dal caro vita e muoversi sullo sfondo di una crisi più ampia che alcuni filosofi segnalano da tempo: il nichilismo, il tramonto dell’Occidente proprio mentre il pianeta si occidentalizza.

Il vuoto di valori, l’assenza di moralità e la decadenza creativa si intrecciano a una crisi economica che non è più solamente crisi, ma condizione esistenziale per milioni di persone. L’insofferenza verso una società elitaria serpeggia da anni e il rap l’ha espressa a lungo: “È tutto sbagliato è tutto da rifare…” gridavano i Gente de Borgata.
Forse la voce più radicale e pesante che si è levata dalle periferie è quella di Lou X, che nel 1995 si compiaceva senza mezzi termini: “Gira e rigira, giro per l’inferno / vedo con piacere un mio fratello co’ una molotov sul teleschermo”.
Si potrebbe proseguire a colpi di citazioni. Ne scelgo un’altra che sembra profetica rispetto a quanto accaduto a Milano il 17 e il 18 ottobre 2026 e che risuona cupamente con le dichiarazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio, il quale ha di recente evocato l’ampliamento delle carceri minorili. Canta Noyz Narcos in Attica: “Roma brucia ma non è il conclave / prego pe’ i pischelli sotto chiave”. Non è una previsione in senso stretto, ma un’immagine che oggi acquista una risonanza inquietante.
I giovani di varie generazioni si sono nutriti di questa narrazione ostinata e contraria, trovandovi anche un orizzonte alternativo: un sistema di valori incorporato nelle quattro discipline di una controcultura chiamata Hip Hop. Ma ancora oggi – senza dubbio in Italia – molti faticano a capire la differenze fra trap, rap, cultura Hip Hop e lo stile praticato nelle scuole di danza. I mass media hanno una cospicua dose di responsabilità nella diffusione di questa ignoranza.
Certo, si potrebbe obiettare che l’Hip Hop più crudo e militante non è mai stato per le masse e che al di là di fornire nuove forme di aggregazione e socializzazione (scusate se è poco) non è mai stata in grado di assolvere compiti tradizionalmente demandati alle istituzioni politiche: ma come possono le nuove generazioni fidarsi dei valori proclamati dalle democrazie occidentali, quando assistono a guerre scellerate e al silenzio complice di fronte a un genocidio?


La contraddizione non è soltanto politica: è morale. La distanza fra i principi proclamati e le condotte di chi dovrebbe incarnarli può corrodere la fiducia nelle istituzioni. Ciò non spiega da solo la violenza dei giovani. Ignorarne il peso significa però rinunciare a comprendere una parte del contesto in cui cresce il loro disagio.
Ho cercato di evidenziare il collegamento fra giovani e genocidio in un altro articolo pubblicato su Gold un anno fa:
Questo sciame di violenza fisica e verbale costellato di menzogne e manipolazioni mediatiche si concretizzerà in un voto di morte nel peggiore dei casi (terrorismo, e sto pensando ai bambini di Gaza) e in un modello comportamentale basato sul disprezzo delle istituzioni nel migliore (vandalismo, bullismo, e sto pensando ai ragazzini italiani).
Con ciò non intendo affermare che i fatti del 17 ottobre siano da imputare allo scenario di Gaza. Dico solo che le guerre di ogni genere, specie se “non condivise né condannate”, potrebbero aver influito sulle menti di ragazzi sempre più soli e privi di punti di riferimento. Se allarghiamo la visuale e mettiamo in fila tutte le crisi che hanno fermentato nell’ombra senza che nessuno volesse o fosse in grado di porvi un argine, ci rendiamo conto di un fatto paradossale: non c’è categoria che non si senta minacciata. È questo il tempo della rabbia? Un tempo in cui a scricchiolare è lo stesso patto sociale?
A questo punto, l’editoriale rischia di virare sull’apocalittico. Temo sia inevitabile. Medici sotto organico. Insegnanti sotto organico. Giornalisti pagati un tozzo di pane. Universitari precari. Ricercatori senza fondi. Affitti che dimezzano stipendi irrisori. E, sopra ogni cosa, l’ombra sempre più incombente della crisi climatica. Non serve essere profeti per capire che il quadro è esplosivo. Il clima di tensione è servito su un vassoio d’argento.

Oggi vediamo tanti ragazzi manifestare pacificamente. C’è chi cerca il dialogo con le forze dell’ordine regalando un fiore e chi stabilisce un contatto chiedendo se hanno figli. Immagini che da un lato fanno ben sperare e dall’altro riempiono d’amarezza quando sui giornali, pochi giorni dopo, leggiamo che il Governo Meloni ha tagliato i fondi a scuola e sanità. Tornano allora alla memoria le parole di Stefano Benni: “La mitezza è un privilegio grande, ma il dolore la avvelena in un attimo”. Anche essere ignorati – proprio perché pacifici – è una forma di dolore.
























Al momento questo Governo, al netto di qualche timido segnale di apertura, sembra privilegiare la risposta repressiva. Reprimere il dissenso, così come ignorarlo, può servire a guadagnare tempo. Ma il tempo non risolve ciò che si continua a ignorare. E la rabbia, quando non trova parole, ascolto o prospettive, può finire per esprimersi attraverso la distruzione. “Chi rompe paga” sentiamo ripetere. L’altra metà del proverbio recita: “e i cocci sono suoi”. Questa parte non la dice mai nessuno. Ma i cocci, in questa storia, non sono soltanto quelli delle vetrine infrante. Ecco, allora, la vera domanda: che cosa abbiamo lasciato da raccogliere, a questi ragazzi, dopo avergli promesso tutto?
Si ringrazia Francesco Puglia aka John Talvolta per le foto concesse