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Don Diegoh: l’intervista!



Con Diegoh ormai ci inseguiamo da mesi.

Ci siamo “annusati” un po’ su internet, scrutando i reciproci viaggi e, in seguito, dando il via ad un infinito scambio epistolare telematico.

Mi fece avere il master di “Radio Rabbia”, il suo nuovo lavoro pubblicato da BM Records, parecchi mesi prima della sua uscita.

Colpevolmente, non lo ascoltai per diverso tempo. Chiedo scusa.

Chiedo scusa perchè Radio Rabbia, che si appoggia sulle produzioni di Mastrofabbro, è un gran bel disco, un disco con un’anima propria ed un viaggio tutto suo.

Che può diventare il vostro, se lo degnerete della meritata attenzione. Perchè l’ascolto “en passant” qui non funziona.

Questo è un disco che vuole farsi sentire, che ti prende per il collo e ti dice “o mi ascolti o te ne vai affanculo”.

Attenzione o morte, applicazione o oblìo.

Date retta, fate come me: scegliete la prima opzione.

 

Cominciamo dal disco. Radio Rabbia. Dove, come lo hai concepito? Che passo rappresenta nel tuo percorso artistico? Chi è Mastrofabbro?

Ricordo che era il 2008. A pochi giorni dall’uscita dell’album Double Deck, io e Mastrofabbro, producer di Catanzaro da quindici anni ormai al servizio di questa ‘faccenda’, abbiamo deciso in quel periodo di far confluire quello che c’era in comune nei nostri destini all’interno di un unico palinsesto: Radio Rabbia. Mi piace pensare che il disco, tenendo fede al nome, sia un’unica trasmissione divisa in 16 puntate.

Ogni puntata è una lenta risalita verso la vita, vista con gli occhi di tutti e trascritta coi miei sopra i suoni di Fabbro. Nel mio percorso artistico Radio Rabbia chiude un cerchio e ne apre molti altri, forse più piccoli.

Puoi introdurre gli ospiti presenti sul tuo disco?

 Tutti amici, tutta gente che ci ha ‘lasciato’ molto più di un singolo featuring. Sono gli ospiti della trasmissione, e credo che chi abbia ascoltato il disco ne possa percepire la presenza in carne d’ossa. Molto più di una semplice comparsata.

Da poco è uscito il video della title track che vede anche la presenza di Kento. Ne usciranno altri?

Uscirà sicuramente un terzo video, quello di uno dei brani ai quali tengo maggiormente.

 Mi pare che uno dei temi del disco sia quello del sentire/ascoltare. Sei d’accordo? Vuoi sviluppare questa cosa?

“Nel momento in cui nessuno sente ma qualcuno ascolta, non mi resta che sfondarla con la forza questa porta” – recita l’intro. In sostanza, credo che non basti più ‘esistere’ per esserci, così come d’altro canto non basta farsi sentire o vedere per essere realmente ascoltati. Occorre fare qualcosa in più, mettersi in gioco realmente, rischiare. Io sono dalla parte dell’ascoltatore attento, meticoloso, che si trascina la musica in cuffia sotto qualsiasi cielo e sopra qualsiasi terra.

 Sei conosciuto anche per le tue abilità di freestyler. Cosa pensi del programma “Spit” che per primo ha portato questa tecnica al grande pubblico? Cosa diresti ad un giovane freestyler? Non trovi che a questa disciplina, quella del freestyle, sia stata data fin troppa visibilità? 

Sono un po’ di parte, ehehe. Trovo che il freestyle abbia lo spazio che merita, perché è una delle peculiarità dell’Hip Hop. A un giovane freestyle direi semplicemente di guardarsi intorno e iniziare a rappare, tutti i santi giorni, su tutto ciò che passa davanti ai suoi occhi. Ho visto un po’ di puntate di Spit e trovo che sia stato un programma capace di valorizzare gli mc e tirare fuori molti lati della loro personalità. Senza nulla togliere agli altri, il mio preferito è stato Kiave per il modo in cui ha interpretato la trasmissione.

L’uomo dietro a Spit è Mastafive, che è anche la mente dietro BM Records, etichetta che pubblica il tuo disco. Come sei entrato in contatto con questa realtà? Quanto, questa etichetta, ha cambiato le tue prospettive come artista?

Mastafive è un amico che ha sempre creduto in me dopo avermi visto “all’opera”. Non mi ha lasciato solo nei momenti difficili della mia vita e mi ha dato una chance nel momento in cui dovevo viverla. Bm Records è una solida realtà, perfettamente capace di amplificare il percorso sonoro di artisti che non partono proprio da zero. Sapere di avere la ‘supervisione’ di Masta e Lefty è per me un motivo di orgoglio, essendo cresciuto con le loro produzioni.

 La Calabria da sempre è terra fertile per il rap nostrano. Puoi segnalarci qualche nome della tua regione che potremmo non conoscere e che dovremmo assolutamente ascoltare?

Con estremo piacere. La lista è lunga: in primis vi segnalo Ado e i Fijioli da Chiana, una realtà sviluppatasi da qualche tempo nel territorio di Gioia. Poi Roc Soul, mc di Vibo con ottimi gusti musicali, Spreco (mc e beatmaker eccellente), Sistah Nais di Catanzaro e Zaccka e Too Rullo di Lamezia. Dulcis in fundo, un ragazzino di Reggio Calabria che si chiama J.O.B. che…sentirete.

Qual è il tuo primo ricordo legato all’hip hop? Potrebbe essere la prima canzone che hai sentito o il primo graffito che hai visto.

Il mio primo ricordo legato all’hip hop è un pezzo di Biggie che ancora adesso non riesco a togliermi dalla testa. Chris Wallace mi ha cambiato la vita.

Il disco si chiude con un omaggio a De Andrè. Da qualche anno i media che si sono accorti dell’hip hop italiano parlano degli mc come dei “cantautori del nuovo millennio”. Hai lavorato al pezzo in  quest’ottica? In caso contrario, qual è stato il tuo approccio al brano?

I riferimenti a Fabrizio De André sono molteplici. Quando parlo usando le parole di De André è come se parlassi a mio padre. Come il suonatore Jones, nello specifico, vuole essere un omaggio a quegli artisti che (cito testualmente) offrono “la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero..non al denaro, né all’amore, né al cielo”. Sotto questo punto di vista, ben venga il parallelismo tra cantautori e rapper. Non è comunque un parallelismo che accetto ‘tout court’. Facciamo che ci sono i cantautori, ci sono i poeti e ci sono gli mc. Ognuno nel suo viaggio.

La foto che accompagna l’articolo è di Kee-Ho Casati.