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360 gradi con Gianfranco Manfredi



Intervistare Manfredi è un piacere! Perché è un fiume in piena, colto ma non saccente, mai banale e sempre capace di citare qualcosa di intrigante … Per i lettori di fumetti egli è soprattutto l’autore di (in ordine cronologico) di Gordon Link, Magico Vento, Volto Nascosto, Shanghai Devil (ma anche di varie altre storie di personaggi bonelliani come Tex e Dylan Dog) … ma il multiforme Gianfranco non è solo questo. Negli anni lo abbiamo conosciuto come cantautore (nessuno ricorda “ma non è una malattia” un classico ai tempi del movimento del ’77?), come critico musicale, come sceneggiatore (per esempio la popolare serie tv di fine anni anni ottanta “Valentina” con Demetra Hampton), come attore e – soprattutto – come autore di romanzi (“Magia Rossa”, “Ultimi Vampiri”, “Ho Freddo”, …). Quella che segue è una lunga intervista in cui il nostro spazia a 360 gradi fra i suoi vari interessi, a cominciare dal suo ultimo libro “La Freccia Verde” che uscirà quest’anno a fine gennaio per Mondadori…

Eravamo abituati a vederti a tuo agio con vicende di fine ottocento, con il tuo nuovo romanzo ti sei spinto tre secoli più addietro. Cosa dobbiamo aspettarci visto che il libro non lo abbiamo ancora potuto leggere?

Quel periodo della storia inglese, immediatamente precedente alla rivoluzione di Cromwell, mi ha sempre molto interessato. Ma ad essere chiari e semplici, tutto è nato da una domanda che mi ero fatto, giunto alla mia età e dopo aver scritto tanto: cosa mi ha spinto alla scrittura, cosa me l’ha fatta amare? La risposta è stata: la lettura, anzi le prime letture fatte da ragazzo. Tra queste letture spiccavano alcuni autori: Poe sicuramente (e questo è il mio “lato dark”, diciamo così) , ma anche Stevenson (a partire dall’Isola del Tesoro), Salgari ( più il Corsaro Nero di Sandokan, ma è sempre grasso che cola, comunque), Dumas (I tre moschettieri, ovviamente), Hugo (Notre Dame, L’uomo che ride)… E poi? Mi sono reso conto d’aver trascurato Walter Scott, letto male, nelle versioni ridotte per ragazzi. Così mi sono ficcato in Biblioteca, a Brera, e ne ho fatto una scorpacciata, recuperando titoli da decenni non ripubblicati in traduzione italiana e riletti in integrale . Ci ho accoppiato la Radcliffe (L’Italiano, i Misteri di Udolpho). Anche lei l’avevo letta male nelle edizioni scorciate (indegnamente). Questa roba “vecchia e datata” (secondo il giudizio corrente) mi è esplosa in mano come una bomba. Come definirla? Avventura gotica forse è il termine più appropriato,ma senza dimenticare che contiene molti elementi di critica sociale, anche radicale. Scott e Radcliffe conoscevano benissimo la regione inglese del Derbyshire. Radcliffe scrisse un suo romanzo nel castello di Haddon Hall, nella regione del Peak, proprio la regione in cui si ambienta la parte centrale del mio romanzo. La leggenda di Robin Hood nasce e fiorisce da quelle parti, e anche se la storia che racconta è più antica, le ballate di Little John e Robin Hood (il vero protagonista era Little John, non Robin Hood) vennero pubblicate e conobbero grande diffusione proprio nel Cinquecento. Al centro di quel periodo, storie di rivalità territoriali tra nobili, storie di espropriazione dei contadini, di campi recintati, di vagabondi marchiati a fuoco, di nuovi schiavi, storie di donne indomabili, e storie di difesa del territorio e delle foreste. Storie quanto mai attuali nel loro significato profondo. Questo racconto nel romanzo “La Freccia Verde”.

Il preambolo della domanda precedente era per sottolineare la tua attenzione verso i dettagli storiografici sia dei tuoi libri che dei tuoi fumetti. A tale proposito volevamo chiederti (in un senso, diciamo così, confidenziale) come ti trovavi con Sergio Bonelli che notoriamente era molto esigente dal punto di vista dei particolari storici?

Benissimo. A volte mi chiedeva anche delle piccole consulenze, per essere sicuro di non incorrere in errori. Il che non mi ha evitato di farne anch’io… qualcuno pesante, come quando ho fatto dire a Tex qualcosa (tra l’altro di inutile, narrativamente) a proposito del Canale di Panama, che invece all’epoca non era ancora stato costruito. Non che Sergio ne abbia fatto un dramma (su una copertina di Tex qualcuno aveva addirittura confuso il Campidoglio con la Casa Bianca), ma se ne addossò pubblicamente la responsabilità, nonostante la cappella (ingiustificabile) l’avessi fatta io.

Nell’elaborare le sceneggiature di Volto Nascosto prima e Shanghai Devil dopo ha avuto un ruolo il riferimento all’attualità? ovvero nel parlare dell’espansione coloniale hai inteso fare anche qualche riferimento all’odierna ascesa economica della Cina, all’attuale “scontro di civiltà” o alla politica americana della “guerra infinita”?

E’ evidente che noi rileggiamo la Storia dal punto di vista dei problemi della contemporaneità. Vi troviamo le radici di fatti che ci turbano qui ed ora. Insomma, non è amore per gli archivi in sé quello che ci spinge a studiare il passato, ma sono invece le domande del tempo presente. Difficile interrogarsi sulla globalizzazione se non riconsideriamo la storia del colonialismo, studiata poco e male a scuola. Per esempio, la generazione del ’68, cui sono ovviamente legato, già proclamava, inascoltata, “La Cina è vicina”. Per i nostri professori, questo era soltanto ingenuo folklore, più o meno maoista, e in qualche caso addirittura più imparentato con i film di Bruce Lee che con la “politica”! Oggi forse si comincia a capire che in slogan di quel tipo, si esprimeva un bisogno: la Cina dobbiamo, vogliamo conoscerla meglio, altrimenti non riusciamo a comprendere il mondo attuale.

Ci sembra di leggere fra le righe di alcuni tuoi fumetti (non ultimi i due episodi di Tex 585 e 586) e in maniera anche più esplicita nei tuoi romanzi (se abbiamo ben capito anche con la comunità di Sion de “la Freccia Verde”) dei riferimenti politici che rimandano alla storia comune di coloro che hanno vissuto gli anni settanta. Pensi che certi contenuti possano essere ancora recepiti e che, dando per scontato che i romanzi lo siano, i fumetti siano un media adeguato per farlo?

I fumetti si rivolgono alla società. L’avventura, in particolare, non è un ballo in maschera. E’ storia di uomini che combattono. Gli eroi non sono figure di cartapesta, ma persone che lottano spargendo sangue (non chiacchiere) per la giustizia, per l’equità sociale, persino per la vendetta contro i potenti (il Conte di Montecristo e V per vendetta, hanno MOLTI punti in comune, visibilissimi, e voluti). Se ci mettiamo d’accordo su questo, allora si può scrivere un’avventura che abbia senso per noi, per la società del nostro tempo, altrimenti ci si gingilla con le armature e coi castelli. Non si capisce nulla, ma proprio nulla, dei romanzi storici di Ken Follet, se non se ne colgono le implicazioni politiche e sociali. E queste implicazioni sono sempre radicali, decisamente schierate dalla parte degli ultimi e dei dissidenti d’ogni tempo.

A proposito degli anni settanta, ti abbiamo conosciuto in prima istanza come cantautore dentro al movimento (pochi pezzi ci hanno fatto ridere come “Quarto Oggiaro Story”), con il passare degli anni cosa resta come tua sensazione del Manfredi cantautore? O se preferisci cosa connette gli zombie di tutto il mondo di allora con quelli che poi abbiamo incontrato in Gordon Link e in altre tue storie?

Lo stesso spirito corrosivo e iconoclasta. E la convinzione che l’ironia non esiste senza capacità di auto-ironia. Chi si prende troppo sul serio, non è per davvero una persona seria. E solo chi sa prendere in giro se stesso, può permettersi di indicare la magagne altrui. Gli infallibili e i Senza Peccato, o meglio quelli che si presumono tali, stanno, giustamente, sulle palle a tutti.

Allo scrittore di Magico Vento vorremmo chiedere un elenco di libri, fumetti e film consigliati di quello che possiamo chiamare il genere horror-western.

Ammetto il mio coinvolgimento diretto nell’uso dell’espressione “horror western” che, diciamolo, è orribile, e fa pensare a prodotti di Serie Zeta. Per rimediare, citerò, come autore letterario, Ambrose Bierce. Tra i film, Un uomo chiamato Cavallo (che di crudezze non ne risparmiava… all’epoca, una scena come quella della Danza del Sole con il protagonista appeso a dei ganci che gli straziavano il petto era, non dimentichiamolo, oltraggioso “torture porn”). Tra i fumetti, così al volo, viene in mente Jonathan Hex. Fateci caso: il protagonista era ispirato al Clint Eastwood di Leone, spinto un passo di violenza e di eccesso più in là, verso lo Zombie-Movie.

Ti volevamo fare una domanda sulla relazione fra letteratura popolare, romanzo d’appendice ecc… e i fumetti , ma non ci è molto chiaro come impostarla. Ti lasciamo carta bianca … l’argomento è quello, se abbiamo ben capito anche nel tuo ultimo libro rielabori temi classici della letteratura popolare…

Uh! Questione complicatissima. Cerco di semplificare al massimo, partendo da un’esperienza del tutto attuale, in questo momento, per me. Sto scrivendo una nuova serie a fumetti ambientata nell’Africa Nera e siccome è la storia di un esploratore che, piano piano, diventa antropologo, devo studiarmi la culture tribali africane, come in passato mi è capitato di fare con quelle dei nativi americani. Bene. Anche in Africa ho trovato un numero impressionante di Miti della Creazione, cioè delle origini del mondo e dell’uomo. Difficilissimo capire i simboli, anche se si ha da subito la netta percezione che nelle diverse culture si racconti la stessa storia, perché certi elementi tornano o riecheggiano, anche tra tribù che non si sono mai incontrate, tantomeno mescolate tra loro. Sono partito da troppo indietro? E’ solo per indicare il percorso. Gli uomini, a partire dalle culture non scritte, di pura tradizione orale, si sono raccontati a partire dalla ricostruzione di una Genesi. Si potrebbe dire, con un piccolo gioco di parole, che si sono raccontati geneticamente. Questi “repertori” si sono arricchiti attraverso grandi e smisurati racconti di ricostruzione storica e insieme leggendaria: la Bibbia, i poemi Omerici, Le Mille Una Notte, le raccolte di canti e di fiabe eccetera. Lì si trovano già, in nuce, tutte le storie e tutti i generi possibili, in una serie di varianti da capogiro. Questa è la Tradizione Popolare. E lo scrivo in maiuscolo apposta. La Tradizione non è qualcosa di immobile, ma è eternamente cangiante, si sviluppa, muta, si arricchisce, nel passaggio tra generazione e generazione. I target, i generi chiusi, le mode del momento, tutto questo scolora e impallidisce nei confronti della Tradizione, se la si intende bene, cioè non come Accademia Sepolcrale del Già Scritto e del Già Letto, ma come fonte eternamente sorgiva di possibilità narrative infinite. Chi invece pensa di poter ricominciare da zero o da sè (che poi spesso è la stessa cosa, perché il tanto auto-celebrato Sé tende a coincidere con lo Zero) è non soltanto un presuntuoso, ma un ignorante, chiuso a testuggine nella propria fragilissima corazza, non solo sprovvisto di consapevolezza, ma anche incapace di abbandonarsi a quella necessaria ingenuità primitiva che ci fa osservare il mondo, fin da bambini, con gli occhi spalancati, come creature assetate di conoscere, di ammirare, di provare emozioni, di fantasticare al punto da aver bisogno di “tradurci”, queste fonti originali e questo sentire interiore, per farcene un patrimonio permanente da tramandare a chi verrà dopo di noi, e sempre in modo rinnovato. Non c’è nulla di meno conservatore della Tradizione Popolare che è in perenne evoluzione, al contrario delle mode di mercato che fioriscono e sfioriscono in un batter di ciglia.

Cosa ci dici del Manfredi lettore di fumetti?

Vorrei leggerne di più, ma scrivendone così tanti, poi capita di vedere il mondo a vignette. Nei primi anni che scrivevo fumetti, la full immersion era tale che sognavo persino, a vignette. Dunque ho dovuto diradare, riprendere a leggere romanzi e saggi, ad ascoltare musica. I fumetti devono saper accogliere ciò che è all’esterno, non riferirsi unicamente a se stessi come se fossero parte di un mondo chiuso. Non seguo quasi mai le novità del momento, a parte alcuni autori che mi interessano particolarmente. Preferisco ogni tanto passare da una fumetteria e comprare dei fumetti seguendo il puro istinto. Così, ultimamente, mi sono imbattuto in autori come Roger Langridge, o come Kevin Baker e Danjel Zezelj, che mi sono piaciuti molto, proprio perché non riconducibili a filiere produttive. Tra gli italiani non è un mistero che apprezzo molto Zero Calcare e Roberto Recchioni, senza che ciò implichi un giudizio negativo su altri. Sono preferenze soggettive.

Poiché pubblichiamo su un sito appassionato soprattutto di fumetti di super-eroi è d’obbligo la domanda su cosa pensi del genere super-eroistico in genere, sia di pancia che in maniera più meditata.

I fumetti di supereroi sono la versione americana della mitologia classica. Io li vedo così. L’invidia è un sentimento che non mi appartiene, ma se proprio devo invidiare qualcuno, questo è Stan Lee. E’ un grande inventore di personaggi, che poi altri possono prendere in mano, trovandocisi a proprio agio e raccontandone le avventure in infinite varianti. Ma tutto (o quasi) è partito dal suo input. Figure di questo genere, in Italia sono impossibili. Sono degli autori progettisti, specie rarissima che non coincide affatto con quella degli sceneggiatori. Il ruolo di inaugurare progetti, personaggi, collane, in Italia se lo riservano gli editori e i direttori editoriali. Non che prendano cantonate, sono quasi sempre persone attrezzate e di notevole esperienza, però … beh, è un peccato ad esempio che un autore come Alfredo Castelli, che di idee ne avrebbe potuto distribuire moltissime, non sia stato incoraggiato in tal senso. Ma qui, anche come autori, si tende all’appagamento: ho creato un personaggio che funziona? Me lo tengo a vita, pur correndo il rischio che a un certo punto non lo regga più nessuno. Non funziona? Provo con un altro finché, magari per puro culo, non becco quello giusto su cui campare di rendita. Ma torniamo ai super-eroi, che è meglio. Non erano l’unico modulo del fumetto americano, un tempo in America si produceva di tutto: Lil’ Abner, Dick Tracy, Mary Perkins, i Peanuts, Crumb e chi più ne ha più ne metta. Ci metto anche i Simpson, una narrazione disegnata così formidabile che a confrontarcisi, ci si vergogna davvero. Adesso una ripresa di varietà la si nota, ma il mainstream è tutto supereroistico e per di più nostalgicamente ripetitivo. Si tende a rifriggere l’aria fritta. E il cinema ci mette del suo, inchiodando anche le giovani generazioni a personaggi vetusti, rinvigoriti dagli effetti speciali, ma che sembrano dibattersi in storie prive di senso. Lo stesso immaginario mitologico sembra essere giunto alla paralisi creativa, ridotto a una ricetta scolastica da applicare a qualsiasi storia: cambia soltanto il costume, la singola dotazione di poteri e di debolezze, il grado maggiore o minore di ferocia e/o di politically correct. Il massimo della novità è che ogni tanto qualcuno si rivela gay. Bella scoperta, considerando che fin dai tempi di Robin e Batman certe dinamiche tra partner si coglievano benissimo anche senza outing. Del resto il culto della muscolarità è da sempre intrecciato alla cultura gay. Ce ne accorgiamo solo adesso? Chi le comprava, secondo voi, le riviste di culturisti, dagli anni 50 in avanti? Insomma… sbaglierò (sgridatemi pure, che di sicuro in fatto di Supereroi ve ne intendete più di me), ma il rinnovamento della tradizione di cui parlavo, io lo vedo più in Alan Moore che tra gli eredi americani (se ce ne sono) di Stan Lee. Per il resto, in cima alla mia personale classifica dei Supereroi, da sempre ci stanno Batman e l’Uomo Ragno. Capitan America, se dovessi mai scriverne una storia, cosa che di sicuro non accadrà, lo farei pestare a sangue.

Più che sgridarti vorremmo fare un’obiezione. Ci pare infatti difficile (o, forse, eccessivo) sostenere che non ci sia stata evoluzione nei fumetti di super-eroi. Pensa al Batman o al Devil di Miller, alle cose di Milligan o Ennis. per citare solo dei nomi a caso, e ancora a personaggi come X-tatix The Boys o Kick Ass… Vuol forse semplicemente dire che sei da un po’ estraneo al genere?

Ammetto che sono molti anni che non seguo più i super-eroi, casomai ogni tanto ne vado a ripescare qualcuno vecchio, anche perché le cose americane in genere le compro quando vado in America e, ve lo assicuro, nelle grandi catene di librerie, nella sezione fumetti, non si vedono altro che ristampe dei classici Marvel e DC Comics. Le fumetterie specializzate, invece, il più delle volte hanno scelte così sofisticate, sul piano del gusto, che ci si trovano solo autori da graphic novel o fumetti da veri cultori. Il che consente di esplorare ciò che non appare a prima vista. Poi ovviamente ci sono le serie, e questo è un altro discorso, bisogna seguirle con qualche costanza, perché ovviamente non basta comprarsi un episodio a caso per capirne bene le caratteristiche. Ecco perché sui recenti sviluppi non sono all’altezza di esprimere un giudizio compiuto. Kick Ass mi è piaciuto, ma è una cosa particolare, perché siamo nel campo della parodia e la parodia è sempre un segnale: quando gli stereotipi diventano strangolanti, è ora di riderne. 

Secondo te perché in Italia non vi è praticamente quasi mai stata una produzione autoctona decente di super-eroi? Se venisse fuori un’idea convincente ti potresti fare coinvolgere?

Da noi il supereroe sarebbe come il marziano a Roma di Flaiano. Prima o poi te lo ritrovi a Piazza del Popolo a strafogarsi di maccheroni.

Avendo lavorato con un disegnatore come Gomez, uno dei massimi artisti del fumetto argentino, viene da chiederti se leggi fumetti argentini, se hai qualche autore preferito e se credi che ci sia una connessione con il fumetto italiano.

Purtroppo di autori argentini attuali, a parte Gomez e Repetto, non ne conosco. Con il primo mi sono trovato a occhi chiusi, salvo poi spalancarli al limite dell’uscita dalle orbite, quando ho visto le sue stupende tavole. Con il secondo, confesso, non mi sono ritrovato per niente. Gli scenari mi convincevano, ma i personaggi sulla pagina erano completamente diversi da come li avevo immaginati e descritti. Tutti i cattivi avevano i baffi, ad esempio, cosa che mi fa sempre incazzare anche perché io ho i baffi da quando mi sono spuntati, per lunga tradizione famigliare… e troppe volte mi sono sentito dire che l’uomo coi baffi, oltre a essere cattivo, è anche anarco-comunista, rovina-famiglie, mangia-preti, il che a mio parere non fa “cattiveria”, ma simpatia. Per inciso, il mio nuovo personaggio positivo (positivissimo), cioé Adam Wild, ha i baffi!

Negli ultimi anni c’è stato in Italia un fiorire di narratori che in qualche modo possono essere accomunati (pensiamo da una parte a Wu Ming e al loro “New Italian Epic” o a Evangelisti, e dall’altra a uno come Philopat che come ironia a volte ci ricorda alcune cose tue), ti senti in qualche modo di far parte di una comunità o di una nicchia oppure trovi che non sia affatto così?

La comunità c’è. E’ vivace. Ci si confronta, si discute con passione e neppure ci si risparmiano critiche reciproche, il che è garanzia di un rapporto davvero aperto e non settario, sincero come sempre dovrebbe essere tra affini. Che da questa comunità informale nasca una sorta di Manifesto o Tendenza, credo non se lo auguri davvero nessuno di noi. Anche se lo redigessimo, o non se ne capirebbero le regole e i criteri (come nel caso del New Italian Epic, definizione chewing-gum che si può stiracciare e rimasticare a piacimento), oppure se diventasse un Dogma, ciascuno di noi lo trasgredirebbe subito, perché per fortuna non siamo “polli da allevamento” (se Gaber, usando questa definizione, si riferiva alla nostra “categoria”, per altro generazionalmente molto più labile di quanto non si ritenga abitualmente, si sbagliava alla grande… i “polli d’allevamento” stavano casomai tra gli yuppies e i carrieristi aziendali, noi il becchime di cui nutrirci lo abbiamo trovato per strada, non lungo la strada, proprio IN strada). Vi siete dimenticati Ammaniti che come scrittore per me rientra a pieno titolo in questo collettivo, ripeto, del tutto informale. In qualche caso, non ci conosciamo neppure di persona. Ci leggiamo però. Non in ogni cosa che scriviamo, ma di sicuro seguiamo con una certa attenzione i reciproci e diversi percorsi, ed è questo che conta. La cosa non è nemmeno limitata al nostro piccolo recinto italiano, peraltro. Debbo però aggiungere che questo senso di collettivo creativo c’è molto, ma molto di più tra i fumettisti che tra gli scrittori. Tra i fumettisti il confronto è abituale perché è una condizione di base. A una serie fumettistica, si lavora in tanti. Il lavoro di uno scrittore letterario è invece per sua natura solitario anche quando, come nel caso dei Wu Ming, si lavora raccordati.