Scopri l'universo
espanso di Gold
Gold enterprise
Goldworld Logo
È SUPERCALIFRAGILISTICHESPIRALITOSO
MUSIC

Il viaggio degli ATPC



“Veramente” è il nuovo disco dei torinesi ATPC.

Sly e Rula, da oltre 20 anni, portano avanti il loro percorso nel mondo dell’hip hop, un viaggio caratterizzato da classe e mentalità positiva. Hanno collaborato più o meno con chiunque, hanno diviso il palco più o meno con chiunque.

Sì, anche Whitney Houston.

Hanno investito nella scena vedendoci lungo (è loro la produzione del primo disco dei Onemic) oltre ad avere realizzato le due compilation “50 mc”, vere e proprie fotografie di un tempo che fu.

Il nuovo lavoro arriva in un momento storico in cui l’hip hop, nel bene e nel male, è ovunque: dalle tv alle radio, dai magazine patinati ai micro blog su internet.

Anticipato dal singolo “Sangue”, che vanta la presenza di alcuni esponenti di rilievo della cena torinese, oltre a quella del giornalista Marco Travaglio, “Veramente” è un disco che ha molte cose da dire, sia a chi naviga in questa cultura da due decenni, sia a coloro che l’hanno scoperta solo di recente.

Ne parliamo con Rula in questa lunga chiacchierata.

 

Ciao Rula come vanno le cose?

Bene, siamo molto presi. Oggi ho saputo che il video (quello di “Sangue”) è al nono posto nella classifica di Mtv, quindi un grosso traguardo. Va bene, sono molto contento e siamo molto soddisfatti del disco oltre ad esser fiduciosi perché la critica è molto, molto buona.

Tu abiti ancora a Torino?

Si.

Mai avute le tentazioni milanesi?

Come la maggior parte dei rapper adesso?

Eh.

No. Anche perché noi siamo un po’ più avvantaggiati perché siamo molto vicini, un’oretta di traffico. Nel momento in cui sarei potuto andare, Torino mi ha trattenuto qua e ci sono rimasto. Va bene, perché qua è una fucina di talenti. Se poi ti sposti perdi quel qualcosa che Torino dà. Se ci fai caso, non so quanti talenti siano nati qua, è uno strano controsenso della città.

Per chiudere il discorso sul luogo, che città è oggi Torino? Io ne sento parlare un gran bene.

E’ una città che, per dirla spiccia, dopo i soldi delle Olimpiadi ha saputo migliorarsi e vendere bene la propria merce. Perché merce ne ha tanta ed è una città bellissima. Solo che ha sempre avuto questo immaginario triste, grigio, di fabbriche, che l’ha sempre penalizzata. In realtà chiunque ci venga se ne va dicendo la testuale frase: “ah, ma non me l’aspettavo così!”. E’ un classico. Perciò direi che hanno speso bene i soldi che sono rimasti ed adesso si sta proponendo come meta turistica anche perché ha il Museo Egizio, la Reggia di Venaria, Stupinigi, mentre l’aspetto fabbrica è un po’ in declino. E’ un po’ cambiata la vita sociale della città.

Cominciamo allora a parlare del disco. Partirei dalla copertina.

La copertina è stata un viaggio che ci siamo fatti che andava a braccetto col concetto del disco. Volevamo che l’idea che arrivasse fosse “ok, ci siamo tolti la maschera ma in realtà gli ATPC non hanno nessun tipo di maschera.”  Non nascondiamo niente, non ci sono travestimenti o falsità. Il titolo quindi è “Veramente” ed abbiamo scelto una grafica molto semplice, ma d’impatto, perché ci sono due maschere raffiguranti noi stessi.

Quindi il “Veramente” è da intendersi nel senso di “verità”?

Sì, è un po’ una doppia lettura. C’è la nostra verità personale ed anche la verità su tutto quello che ci circonda. Ci siamo fatti un po’ cronisti di quella che è la vita e degli aspetti negativi che ci troviamo intorno.

Da poco avete celebrato i 20 anni di carriera, un traguardo importante, che in Italia raggiungono in pochi.

Vero.

Con che spirito vi siete, quindi, approcciati alla realizzazione di questo disco?

Intanto mi piace sottolineare che il raggiungimento di questa longeva carriera è frutto di sacrifici veramente grossi. In Italia non è facile fare musica, figuriamoci farla quando sei uscito da determinati giri o magari non hai più la faccia da teenager a cui le etichette sono interessate. Questo è il nostro primo vanto. E’ il frutto di tanta passione , nel senso che, nonostante tutte le fasi che abbiamo visto, nonostante che siamo maturati mentre l’hip hop, per certi versi, è rimasto una roba da ragazzini, abbiamo voluto dimostrare che anche alla nostra età c’è ancora un modo per esprimersi che non debba essere per forza ridanciano o superficiale ma che possa dare un po’ di peso alla nostra cultura alla quale siamo perennemente legati e della quale siamo ancora innamorati.

Avevate qualcosa da dimostrare? Era una rivincita verso qualcosa o qualcuno? Ascoltando il disco date l’idea di essere molto in pace con voi stessi.

E’ così. La dimostrazione primaria è verso noi stessi. Era una scommessa, il nostro “all in” per dimostrare sia quanto valiamo sia che siamo ancora fresh e sul pezzo. Sia per contenuti che per qualità e tecnica delle cose. Devo dire scommessa vinta, siamo soddisfatti in quanto la critica è buona ed il disco vale. Non dovrei dirlo, non lo voglio dire, però fossi un fan, e lo sono perché sono un fan della musica hip hop prima di essere un artista, posso dire che il mio disco lo ascolterei e lo acquisterei sicuramente.

Voglio tornare al principio della tua carriera. C’è questa canzone (“Ognuno diverso”) in cui si racconta del viaggio di ognuno nel mondo dell’hip hop. Il tuo qual era?

Il mio era quello di un ragazzino “classico di quel periodo” che si avvicinava ad una cosa formidabile. Un modo di esprimersi dirompente che nessun altra musica e nessun altra espressione culturale possedeva. Quindi io mi sono approcciato così, con gli occhi di una persona che scopriva il potenziale di una cosa veramente micidiale e che non tutti avevano ancora scoperto. Quando si è ragazzi è anche difficile trovare la propria via, il proprio modo di esprimersi, uno magari ne prova diverse prima di trovare il suo standard. Io quando ho incontrato l’hip hop ho detto “che bomba!” Mi piace, mi dà e riesco a dargli, e questa cosa è avvenuta in maniera talmente fulminea ed importante che ha fatto si che l’innamoramento non fosse chimera ma diventasse una cosa alla quale ho creduto nell’arco del tempo, anche nei momenti “no”. Dato che comunque parliamo di una cultura che va molto a saliscendi.

Te lo aspettavi questo nuovo botto mediatico del rap in Italia?

Me lo aspettavo un po’ perché se uno guarda a giro per il mondo capisce che l’Italia era semplicemente in ritardo, un po’ come per mille altre cose. Bene o male c’era un sentore di questo boom. E’ vero che, quando diventa così commerciale, se ne dimentica un po’ anche la provenienza. E’ passato anche parecchio tempo per cui è difficile anche tramandare quello che è stato. Noi rimaniamo sicuri e convinti che senza un po’ di conoscenza, un po’ di passato è difficile portare una cosa sana, buona e verosimile al presente. C’è tanto rap ma secondo me è destinato un po’ a morire mentre l’hip hop è una cosa che si è sempre evoluta, ed è ancora, nonostante il tempo e l’età adulta, in viaggio ed in voga.

Tornando al vostro disco, il singolo “Sangue” presenta una rosa di protagonisti della scena torinese, anche se la partecipazione che colpisce maggiormente è quella col giornalista, anch’egli torinese, Marco Travaglio. Vuoi parlarmi della genesi di questo pezzo?

Avevamo scritto il pezzo e sapevamo che era una gemma da aggiustare. C’era tutto ma volevamo dargli più solidità, per cui abbiamo pensato a degli ospiti che potessero cantare il ritornello per dare varietà e tecnica al pezzo. Ed abbiamo scelto esponenti di quella che è musica di rottura, nella fattispecie torinese, perché siamo molto legati al territorio. Crediamo di aver scelto abbastanza bene, non erano gli unici che ci sarebbero piaciuti, però comunque sia Bunna (Africa Unite), che Nitto (Linea77) che Luca Morino (Mau Mau), per tutto quello che hanno rappresentato, sono persone di spessore,  perciò siamo completamente soddisfatti. Marco Travaglio è stata un’aggiunta che in realtà avevamo in mente, perchè volevamo affidare il bridge ad una voce fuori campo che non fosse un artista prettamente musicale ma che fosse la ciliegina sulla torta e potesse raccontare il nesso del pezzo in un’altra forma, con un reading od una “recitazione”. Marco Travaglio è molto credibile, ed è una persona libera e questa è l’impronta che volevamo dare al pezzo. E’ sangue anche quello, perché è fatto in un modo per arrivare a più orecchi possibili, ma è l’inverso del sangue di cui protestiamo nel pezzo.

Travaglio ha accettato immediatamente? Immagino che sarà rimasto un po’ spiazzato dalla vostra offerta.

E invece è stato molto disponibile, oltre ad essere tecnicamente validissimo in studio dato che in due minuti ha fatto tutto quello che doveva fare. Non ha voluto neanche risentirsi perché abbiamo scoperto che la cosa che gli dà più fastidio è risentire la sua voce, che è un po’ incredibile come cosa. E poi si è dimostrato molto disponibile, ha anche postato il pezzo sul suo Facebook che ha un milione e duecentomila contatti per cui devo dire che è stata un’esperienza veramente interessante e costruttiva. Collaborare con persone extra musica, fuori dal nostro ambiente, è una cosa ottima.

Mi ha stupito questa cosa.

Lo immagino. Ma guarda, quando abbiamo saputo che c’era il suo sì di massima eravamo talmente ansiosi che ci dicevamo “registriamo, registriamo prima che cambi idea!”.

Tornando a Torino, com’è la scena rap oggi?

Purtroppo è una scena molto disgiunta e questo è molto negativo. Ed è un po’ così in tutte le parti d’Italia. E’ una scena valida nel senso che ci sono molte cose interessanti e molti talenti. Però, e questo è un mio cruccio onestamente, perché io la vivo in altro modo e sono sempre stato per lo spirito di unione e di aggregazione, sono cresciuto con l’hip hop con i valori di “movimento” cosa che assolutamente non è più. C’è molta invidia fra gruppi, non ci si va a vedere l’uno con l’altro, c’è anche poca umiltà nel senso che, appena uno fa un pezzo, si sente già protagonista, già nella situazione in cui non ha niente da imparare. C’è poca solidarietà. Questo è un grosso grosso guaio, perché se una parte della scena hip hop provasse a seguire l’altra, che non siamo noi, avrebbe già un bonus di 200, 300, 500 persone in ogni città. Sarebbe un punto a favore incredibile. Io spero sempre che le cose cambino, però ho idea che sia un po’ insito nel genere umano, ed in questo genere, che le cose non quaglino da quel punto di vista.

E’ buffo perché se chiudo gli occhi posso credere che tu mi stia raccontando la scena di Firenze ed invece è quella di Torino.

Ma infatti è così, non credo sia un problema di città o di geografia  bensì proprio di genere e di persone. Onestamente questa roba, presa in altri modi, avrebbe una potenza devastante, perché se tu calcoli gli addetti ai lavori, i ragazzini che fanno rap e gli amanti, anche quelli “all’acqua di rose”, se solo quelli si muovessero mangerebbero in testa a tutti. Solo che non succede, mi metto l’anima in pace. C’ho provato in tutti i modi ad aggregare, a dare un esempio. Io vado a vedere tutti, anche solo per rispetto o curiosità professionale, ma vedo che non è così per gli altri. Sono un po’ stufo a dir la verità.

Lo capisco. Detto questo, ci sono un paio di nomi che puoi segnalarci e che possiamo non aver sentito qui a Firenze?

Ci sono delle situazioni interessanti. Una, che chiaramente conoscete anche a Firenze ed è a livello nazionale, che cito spesso, è Ensi. Lo sentiamo un po’ come un buon raccordo tra quella che è la vecchia e la nuova generazione, acculturandosi e con delle buona fondamenta, anche perché ha sempre girato con gente che ne sapeva perciò si è portato dietro questo bagaglio. Credo in lui perché l’ho visto crescere: abbiamo prodotto noi il primo disco dei Onemic per cui c’ho creduto anche in tempi non sospetti. Secondo me sa fare le cose come deve e col freestyle è un extraterrestre.

Come sta Sly, il tuo compagno di viaggio?

Sta bene. Purtroppo siamo presi anche dalla vita al di fuori della musica, ogni tanto ci piacerebbe isolarla per fare solo questo, purtroppo è impossibile. Più si va avanti più lo spazio per la musica diventa risicato in quanto abbiamo una vita da 40enni che pulsa, che chiama, e quella è più difficile. Nonostante il rap richieda sacrifici ma quelli li facciamo sempre volentieri. I sacrifici della vita normale sono molto più duri, non è un momento facile, il lavoro è duro. Ma queste sono le cose che poi ci ispirano per fare i pezzi, per cui prendiamo il buono anche dalla situazione negativa.

Qualche tempo fa sono tornate disponibili le compilation “50 mc”. Se le riascolti che cosa pensi? Ti capita o è una cosa che tieni nel cassetto?

Mi è capitato. Sorrido, perché comunque è la fotografia di un periodo che inizia ad essere lontano per cui ho anche un po’ di nostalgia. Ho aneddoti per quasi ogni artista che ha registrato, per come ce la siam vissuta, per il tempo che abbiamo passato assieme durante le registrazioni. E’ un momento che tengo gelosamente nell’album dei ricordi e con orgoglio. E’ cambiato che adesso ci sono il quintuplo di mc rispetto a quel periodo per cui ripetere un’operazione del genere sarebbe veramente dura, finirei per fare figli e figliastri e probabilmente creerei più dissapori che unione, quindi non so se riusciremo mai a fare il terzo volume. E’ una cosa bella, è il nostro spirito, è quello che abbiamo sempre predicato: tutti sotto la stessa bandiera dato che, nonostante ognuno la pensi in modo diversi, siamo comunque tutti spinti dallo stesso amore e dovremmo sentirci più parte di un tutto comune che è la nostra musica.

C’è una rima che vorrei che tu mi commentassi..

Mi piacciono queste interviste analitiche! Perché quando uno ascolta il disco sa bene di cosa parlare, mi fa molto piacere.

Cerco sempre di prendermi un po’ di tempo perché è inutile che facciamo due chiacchiere se il tuo disco non l’ho sentito. Considerando anche che non ci conosciamo di persona, io non posso sapere tu chi sei, magari ascoltando le tue rime posso provare a farmi un’idea. E quindi c’è questa rima che mi ha colpito che, secondo me, la può scrivere soltanto uno, e lo disco col massimo del rispetto, che ha una certa età: “tutti underground/real hip hop/ e cose così/fanculo al commerciale/ma vorremmo essere lì”.

E’ la verità.

Sono d’accordo. Però non lo dice nessuno!

Infatti “ognuno diverso” è veramente un manifesto di amore verso questa cosa ma anche, qualcuno, per una volta, ha detto le cose come stanno. Come hai sottolineato tu sono anni che sentiamo sempre le stesse cose, le stesse polemiche sterili. E poi, dai primi che giudicano, che proclamano verità assolute, sono poi i primi che si vendono quando hanno l’opportunità di farlo. Perché comunque sappiamo che, per tanto che si dice, davanti al cash, davanti al Dio denaro, tutto si vendono come se nulla fosse aggrappandosi con le peggio scuse e le peggio motivazioni ma, stringi stringi, è successo, succederà ancora ed alla prima occasione lo fanno tutti. Ognuno fa delle scelte, poi deve essere pronto a difendersi perché comunque alcune sono accettabili altre meno, però è musica. Ognuno fa le proprie scelte in base a quel che è, in base a quel che è stato, in base al proprio percorso e basta rompersi il cazzo a vicenda. Se tu sei in un modo, buon per te! Io so cosa sono, non ho fatto determinate scelte quando le potevo fare, ho preferito un tipo di carriera di questo e genere e fine. Ma non sono quello che va a puntare il dito a dire “tu sei un venduto di merda”. Io faccio la mia roba e cerco di rispondere con la mia musica, non a colpi di dissing, o sotterfugi, o dicendo le cose senza mai dire la persona a cui sono rivolte.. io faccio la mia musica. Ognuno è responsabile di quello che fa. Diciamo sempre questa cosa: l’essere underground è una condizione, non è una scelta. Perché nel momento in cui hai l’occasione, tantissimi, se non quasi tutti, hanno fatto il salto della quaglia. Perciò non veniamocela tanto a raccontare.

Vorrei chiudere l’intervista così: rimaniamo un po’ sul tema, non è che voglio spingere il pedale sulla vena polemica, tutt’altro..

Dico sempre tutto con tutto il rispetto delle scelte di ognuno. Non dico che tutti sono stati così. C’è anche chi ha fatto dell’essere underground la propria bandiera, con una coerenza, e li conosco, ed hanno tutto il mio rispetto. Però devo dire che la stragrande maggioranza ha fatto in questo modo che ho appena detto.

Questa cosa della polemica a tutti i costi esiste anche fra i giornalisti. Io vedo alcuni miei colleghi che passano le giornate a scrivere cose che, in linea di massima, non fanno bene all’hip hop. Poi magari fai un sacco di visualizzazioni, però..

E’ il sangue!

Esatto!

Vogliono sempre e solo quello.

Esatto, infatti ribadisco il mio giudizio positivo sul vostro disco. Mi pare che si stia vendendo, soprattutto ai ragazzi più giovani, che sono una larghissima parte di questo nuovo pubblico dell’hip hop, un immaginario fatto di successo e soldi, molto capitalista, ed anche molto becero se vogliamo. Tu che sei dentro a questo viaggio da molto più tempo, che cosa consiglieresti ad un ragazzino che si avvicina al microfono oggi? Magari un ragazzino attirato, comprensibilmente, anche da questo tipo di sirene. Che, personalmente, non mi paion tanto credibili, perché se guardo l’industria musicale non credo che qualcuno si possa permettere di smettere di lavorare anche se fa il rapper di successo.

Assolutamente. Tocchi un tasto dolente anche perché adesso di ragazzi che rappano ce ne sono veramente tanti. Un po’ perché il rap è così a portata di mano che lo fai e boh. Però certe cose sono così e basta, del resto sono giovani, siamo passati anche noi da quelle fasi dove non si ha ancora l’accortezza, le conoscenze ed anche la testa per capire determinati meccanismi e ci si fa un po’ illudere, ci si fa un po’ tirare in mezzo dal carrozzone. Io dico: rappate pure, perchè è una roba figa, ed è una cosa che comunque, cavolo! abbiamo iniziato anche noi così. E’ una cosa che deve apportare cose fighe al vostro essere. Però ci vuole tanta umiltà, in primis, tanta voglia di mettersi in gioco e di migliorarsi perché molto spesso si crede di essere bravi dopo le prime rime. E’ capitato anche a noi, non lo nego, sono in mezzo a questa cosa. Poi col tempo abbiamo capito che erano delle porcherie inumane e nel momento non ce ne rendevamo conto. E poi bisogna un po’ elevarsi andando a prendere un po’, mi rendo conto che sembra un po’ una lezione, ma bisogna andare un po’ ad informarsi su cosa c’è dietro, su cosa rappresenta questa cosa che non è il rap fine a sé stesso. Anche perché di quello che si dice bisogna essere responsabili, in tutto e per tutto, per cui se hai detto cazzate, sai che hai detto cazzate e devi tenere quelle cose che hai detto. Quindi, ci vuole un po’ di intelligenza ed un po’ di raziocinio prima di scrivere boiate e prima di fare boiate. Per il resto è un po’ il discorso di “Ognuno diverso”: non è che si può puntare la pistola alla testa della gente, si può solo cercare di fare arrivare il proprio concetto o le proprie idee. Poi dopo, non tutti sono illuminati, ognuno fa la sua vita, il suo giro e ai posteri l’ardua sentenza.

Siete in tour?

Saremo in tour. Vogliamo fare una roba un po’ particolare in realtà, adesso la stiamo affinando. Vogliamo fare una cosa molto da “battaglia per strada”, adesso cerchiamo di aggiustarla proprio per ricondurre il discorso a quello che era l’hip hop. Tra l’altro abbiamo fatto anche il vinile del disco, in modo che comunque sia un piccolo risarcimento alla cultura hip hop ed una piccola continuazione della tradizione dato che, alla fine, il vinile ne è parte integrante.

Dove si può comprare?

In tiratura limitatissima, sono 100 pezzi e lo vendiamo tramite i social. Quindi mandandoci una mail ve lo firmiamo e ve lo spediamo a casa in tutta Italia. Facciamo una cosa intima, senza distribuzione, così almeno c’è anche un piccolo di rapporto interpersonale.

Grande, grazie per il tuo tempo.

E’ stato un estremo piacere. Mi fa piacere quando si riesce a chiacchierare così, andando un po’ più a fondo.

Grazie.

Ciao, a presto!