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MUSIC

Il Fenomeno Coez



Quando è uscito “Non Erano Fiori” e ho saputo che Coez avrebbe presenziato in un negozio di dischi a Firenze per autografare le copie, ho rintracciato un mio amico che era in debito con me e l’ho mandato a comprarmelo.

E’ stato l’acquisto dell’anno. Quando fu pubblicato il video di “Forever Alone”, l’ho ascoltato per giorni.

Rispecchiava perfettamente quel momento della mia vita: Coez aveva trovato una melodia per quel mio stato mentale.

L’ho seguito in tutte le sue fasi: da quella rap, a quella intermedia, fino a questa ibrida miscela di cupa elettronica e sapore underground.

Il fatto che ogni volta che usciva un pezzo, fremessi per ascoltarlo e una volta acquistato il disco non mi annoiassi mai di ascoltarlo, l’ho preso come un segno.

Un segno per cosa?


Questa intervista.

Il tuo nuovo album si distacca totalmente dal background musicale al quale appartenevi.
Come sei approdato ad una produzione così diversa?

Dici totalmente? No, dai. Secondo me, su “Fenomeno Mixtape” cʼerano un poʼ tutte le formule nuove. Cioè, ad esempio in un pezzo come “Mille Miglia”, cʼera quel rappato sulle strofe che comunque non era un rappato, ma una specie di cantato allungato, uno slow flow su 60 bpm, che ritroviamo anche in “Ali Sporche”.

Credo che lʼelemento nuovo nel disco sia più che altro la scelta dei testi.
 Sono entrato proprio nella canzone. Ogni brano parla di una cosa particolare, mentre nel rap a volte basta fare degli slogan legati da un ritornello per chiudere un pezzo.

Diciamo che è stato un percorso…

Secondo me sì.

Tra un “Forever Alone” e un “Cielo di Sabbia” che stava sul Mixtape, alla fine, che differenza cʼè?

Le strofe sono mezze rappate e il ritornello è cantato.

Forse “Siamo Morti Insieme” è il pezzo che dici: “Non cʼentra veramente un cazzo con quello che hai fatto prima” ed è giusto così, perché secondo me ci deve essere in ogni disco, una cosa in più rispetto ai dischi precedenti.
Se no, che cazzo fai?

Il pezzo che sento più mio è “Lontana da Me” e credo che chiunque cominci ad apprezzare un determinato artista, abbia un riscontro sulla propria vita. Le tematiche che affronti le scegli pensando al tuo percorso personale o hai mai pensato anche a questo aspetto che riguarda lʼascoltatore?

No. Sono proprio del mio percorso personale. Ma da una parte, penso tutte e due. La cosa che dico sempre io è che parlare di se stessi è il modo più veloce per arrivare agli altri. La musica è immedesimazione. 
Io ad esempio, quando sentivo i dischi di Eminem e raccontava le cose sue, non dico che ci vedevo chissà quanto di mio, però qualcosa sì e comunque lui stava a parlare di lui; lo sentivi che la cosa che stava facendo, non era una cosa per gli altri, però ci arrivava. Ti ci ritrovavi dentro e quindi io da lì, ho capito che anche parlare di me, serve per capire gli altri e viceversa: gli altri sentono me, sentono quello che racconto e vedono se stessi dentro, che è una cosa da paura comunque, se ci pensi.

Eʼ un album malinconico. Non depressivo, non sdolcinato, ma romanticamente malinconico. Secondo me è la giusta dose per essere apprezzato. Come sei arrivato a concepire testi così personali, senza renderli stucchevoli?

Va beʼ quello è perché sono un genio, no?

Non lo so. Il fatto è che neanche a me piace il pop.

O almeno, non quello stucchevole.

Quando mi paragonano a determinati artisti, mʼincazzo.

Alcune cose stuccano, perché sono troppo cariche di sentimenti e alla fine mi arrivano come se fossero finte. Invece, secondo me, le cose mie hanno il giusto.

Faccio pace con una cosa: ci sono stato male, ve la racconto e alla fine il messaggio arriva anche senza esagerare il sentimento.

Penso di essere sincero quanto basta per raccontare le cose.

Con “Non Erano Fiori”, penso di aver avuto un livello di sincerità massimo. Forse sono stato più sincero con un pezzo come “Siamo Morti Insieme”, che con “Nella Casa”, anche se mi dicono tutti che dovevo tornare come a quel tempo: più cattivo, più coatto, molto finto… Eʼ ironico, però è un personaggio inventato.

Non è che quello è più vero di Coez in “Non Erano Fiori”: è il contrario.



I testi dei tuoi pezzi hanno una coerenza lʼuno con lʼaltro o li hai pensati come molte storie diverse?

Parlano tutti della stessa cosa. Per come la vedo io, “Non Erano Fiori” racconta le fasi di una separazione.

Il disco è studiato in un certo modo: inizia con “Hangover”, che potrebbe essere il giorno dopo che ti riprendi dopo esserti mollato con la donna e poi cominci ad ubriacarti (almeno a me è successo); il giorno dopo non ne vuoi sapere, hai la testa rotta e dici: “Non mi chiamare, non ti voglio più sentire”.
Poi senti un pezzo come “Lontana da Me”. Eʼ la nostalgia di quando dici: “Cazzo, è passata una cifra e ancora ti penso”.

Dopo trovi “Oh No”. Eʼ quella fase in cui non stai più insieme a lei; magari ti vedi con altre, però ogni tanto vi beccate e scopate. “Il triangolo no come renato zero/ questʼamore ci manda al cimitero/ mi vuole però sta con un altro”: cioè pesante. Eʼ la fase un poʼ più marcia del disco.

Poi “Forever Alone” è quando dici: “Ah, non ne posso più, voglio rimanere da solo”; che poi anche quando uno dice: “Voglio rimanere da solo” non è mai vero, se no non lo diresti, ci staresti e basta. “Forever Alone” è un poʼ un urlo disperato sul fatto di voler rimanere da solo, però in realtà no. Cioè, parliamoci chiaro: nessuno vuole rimanere davvero da solo; stare soli è brutto.

“Dramma Nero”, potrebbe essere la fase più pesante del disco, in cui dici: “Sto talmente male, che la voglio far finita”. Chiaramente è tutto un poʼ estremizzato.

Fino alla chiusura con “La Strada è Mia”, che è la canzone che mi piace di più. Lì prendi quasi coscienza della situazione. Quando dice: “Dalla finestra piove in diagonale, la tua immagine in testa immortale/ cantanti morti dentro i pianoforti, urlano di noi strozzano gli accordi/ ma tu che fai stronza mi scordi, ho qui per te una borsa di ricordi”, sono tutte immagini. Ad un certo punto è come dire: “Fai come vuoi. Mi vuoi scordare? Puoi andare avanti. Anche io posso scordare, posso andare avanti e non cancelleremo quello che è successo”.
E comunque in generale, rimango sempre molto aperto nei testi.
Anche pezzi come “Ali Sporche”, non è che sono dedicati ad una persona in particolare. Ognuno poi ci vede quello che vuole.
E quindi, tornando alla domanda, in “Non Erano Fiori” i testi sono tutti legati.

Sinigallia cura le basi del nuovo album ed affronta sonorità sperimentali, che miscelano pop ed elettronica, ma creando unʼatmosfera musicale assolutamente innovativa, che talvolta è difficile collocare in un determinato genere. Come ti sei trovato a collaborare con lui? Hai trovato subito una sintonia tra quello che scrivi e le sue produzioni?

Assolutamente no. Lui non voleva fare il disco di un rapper. Chiaramente sentiva che da parte mia cʼera unʼapertura alle cose nuove, ma allo stesso tempo avevo una paura data dal giudizio della gente. Ad esempio, un pezzo come “Siamo Morti Insieme”, lʼabbiamo rifatto 13 volte. 10 mesi per 10 brani. Una lavorazione assurda. Un brano al mese. Ci vedevamo 12 ore al giorno, 5 giorni a settimana. A fine disco siamo arrivati a fare le 7 di mattina: io uscivo e faceva giorno. Sono stato devastato. Sinigallia è tostissimo. Mentre ero lì, ho detto: “Ok, nessuno delle persone con cui ho lavorato, reggerà mai una roba del genere, e io ci devo riuscire”. Quando alla fine ho chiuso il disco, sono stato anche fiero di me, perché sfido veramente chiunque dei miei colleghi a reggere una produzione del genere. Sono contento ed ho capito di essere un professionista in questo.

Ti saresti aspettato di vederti sugli schermi di Mtv?

Sì. Mi sarebbe dispiaciuto il contrario.
Sarei stato molto contrariato se non mi avessero mandato su Mtv.
In realtà io mi aspettavo molto di più. Secondo me “Non Erano Fiori” ha un potenziale ancora inesplorato. Un pezzo come “Siamo Morti Insieme” se lo mandi per radio diventa una hit e non lo dico perché è mia.

Sono convinto che potrebbe essere un tormentone ed in più ha un testo che è serissimo.
 Quindi quando mi chiedono: “Te lo saresti aspettato?”. Io rispondo: “Anche di più”, ma non perché non sono contento, ma perché secondo me ha un potenziale.

Poi cʼè questa cosa che io non sono un cantante, quindi battezzo queste rime melodiche, in modo semplicissimo e le rendo cantate; è più un fatto di interpretazione, di timbro, che di canto, e questo spiega perché ai miei concerti le cantano tutti.

A volte levo il microfono, sto zitto e faccio fare il ritornello al pubblico. Più bello così quasi.

Il cambiamento di genere da rap a pop, ricorda un poʼ il percorso di Neffa (anche se con delle chiare differenze) e non tutti hanno accettato la cosa, anzi la maggior parte delle persone lʼhanno preso come una sorta di tradimento. Non è la stessa situazione, ma si avvicina.
Tu come lʼhai vissuto? Pensi di aver perso pubblico in questo passaggio?

Un poʼ ho perso pubblico all’inizio: quando è uscito il disco è stato il momento peggiore. Dopo lʼestate, si è sparsa la voce di questo nuovo cantante che non conosceva nessuno, questo Coez. Con “Siamo Morti Insieme” sono arrivato ad un sacco di gente nuova.

Tornato dalla Thailandia (dove sono andato a girare il video di “Lontana da Me”), ho visto crescere la mia fanpage di mille like al giorno e mi chiedevo come cazzo fosse possibile. A quel punto ho capito che la gente in vacanza aveva ascoltato il disco e quando è tornata a Roma sono andati tutti in fissa. Eʼ come se il mio disco fosse uscito con 3-4 mesi di ritardo.
La dice lunga il fatto che quando ho fatto il live per presentare il disco, cʼerano mille persone; lʼho rifatto al Brancaleone (ed è andato in soldout dopo due settimane) e dopo un mese e dieci giorni allʼAtlantico a Roma e lʼabbiamo riempito con 2500 persone.
Posso dire di aver duplicato il mio seguito, anzi quasi triplicato.
Secondo me, noi lʼaltra sera abbiamo fatto una cosa speciale (portando sul palco anche i Brokenspeakers), che Neffa non ha fatto.
Io comunque ai miei live non rinnego lʼhip hop. Li canto ancora pezzi come “Eʼ Colpa Tua”, i pezzi di “Fenomeno”

Hai in progetto roba nuova?

Devo fare un altro disco.

Qualche idea?

No. Ora il 30 esce il video di “La Strada è Mia”, con il quale chiuderò un poʼ il capitolo del disco.
Tra brevissimo, tra un live e lʼaltro, dovrò rinchiudermi in studio 5 giorni a settimana e iniziare a scrivere tutti i giorni. Ho qualcosa da parte, ma niente che mi dà un indirizzo nuovo.

Il 31 gennaio alle ore 21.30 Coez si esibirà sul palco del Viper -Via Pistoiese ang. Via Lombardia-.

Il mio consiglio è di non perdere neanche un minuto e acquistare il biglietto in prevendita cliccando QUI.

Sotto cassa.

Stay Gold.