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I SIMPSON L’HANNO GIÀ FATTO
MUSIC

Primo & Tormento de Oro



Nel momento in cui ho saputo che sarebbe uscito un disco che avrebbe avuto come protagonisti Primo e Tormento, il dubbio che non sarebbe stato un capolavoro non mi ha mai sfiorato la mente.
Non sono stata tempestiva, ma giorno dopo giorno le voci che mi giungevano all’orecchio riguardo a “El Micro de Oro” erano sempre più entusiaste e gli incitamenti ad ascoltarlo sempre più incalzanti.
Alla fine, mi giunge il consiglio definitivo: “Ascolta “Il Cuore e La Penna””. Senza troppa enfasi, ma con una sfumatura di malinconia, quella suscitata da un’armonia che ti invade i pensieri e capisci che è la tua canzone, quella che ti conquista nel momento in cui non riesci a smettere di ascoltarla, perché le parole diventano tue, raccontano di te. E’ stata la citazione di una strofa, che me l’ha fatta ascoltare e che poi, tempo dopo, mi sono accorta di aver citato a mia volta, senza ricordarmi che qualcuno l’aveva già fatto prima di me. Accadimenti che ti fanno capire la potenza di un disco, l’energia che ascoltandolo ti trasmette, l’unione di pensiero che le parole di quelle tracce riescono a sancire tra te e chi le ha cantate, tra te e chi le ha ascoltate, tra te e ciò che ti circonda.
Da questa esigenza di capire come fosse nato un album così intenso e con delle formule così efficaci, ho posto i miei interrogativi a Primo e Tormento, i quali hanno risposto in modo pienamente esauriente e profondo.

Il nuovo album è intitolato “El Micro de Oro”. Mi potete spiegare la scelta di questo titolo e la definizione: “valore aggiunto alla nascita”, che Tormento usa nell’omonimo pezzo?

Tormento: “Valore aggiunto alla nascita”, grazie che hai tirato fuori questa chicca.
In realtà è proprio quello che vorrebbe essere “El Micro de Oro”. Alla fine, tutti stanno un po’ sfruttando e maltrattando questo microfono, come se portasse dei soldi, mentre invece non ne porta poi tanti; più “d’oro” perché la passione che ci mettiamo dentro è il valore che gli puoi dare tu, perché non è mai stato un riscontro economico quello che abbiamo trovato, è più una voglia di spargere il verbo o comunque una possibilità per dire la nostra. Quindi, l’idea de “El Micro de Oro” nasce proprio per dire: “Se lo usi, usalo con cautela, anche sapendo chi l’ha usato prima di te, cosa vuol dire fare musica in generale”.
E invece, quello che dicevi tu “valore aggiunto alla nascita” è (almeno io la vedo così) la fortuna di scegliersi un cammino, prima di arrivare sul pianeta. Quindi, vieni qua con una missione, che poi ce la fai o no è un altro discorso, però vieni qua con un “valore aggiunto”, nel senso che aver già trovato la mia strada è un po’ un “valore aggiunto”. Qualsiasi cosa coltivo di altro non funziona mai così bene come la musica, anche se non cerco di dare un valore economico alla cosa. Non sto parlando di cosa mi rende ricco o no, ma di cosa mi rende felice e fra tutte le cose che faccio è sempre la musica.
In tutto il disco tu hai colto questa frase qua, però in realtà son frasi tutte dette in questo senso: di iniziare a vedere ed apprezzare quello che fai e quello che sei, poi da lì parti a costruire il resto.

Primo: Guarda, noi siamo stati circondati dai microfoni da quando eravamo piccolini, alla fine e li abbiamo visti trattati anche nel peggiore dei modi, perché quando prendevamo parte alle prime jam che avevamo 14 anni, trovavamo microfoni rotti, buttati da tutte le parti, che però magicamente alla fine funzionavano sempre. Visto che comunque è stato un elemento che ci ha accompagnato durante il corso di tutta la nostra vita, abbiamo cercato di attribuirgli appunto un “valore aggiunto”. Perché il microfono stesso ce l’ha fornito a noi. Ci ha dato un modo per crescere diversamente nel momento in cui ci siamo accorti di poterlo trattare bene e quindi è un po’ un valore sacro per noi e quindi è d’oro. E’ una cosa che vogliamo custodire come se fosse un tesoro e ha anche un valore auto-celebrativo forse, proprio nella dimensione del rap classico, in cui io il mio microfono lo faccio funzionare meglio del tuo. Nel momento in cui abbiamo deciso di mettere insieme le forze è diventato un po’ il fulcro intorno al quale poi far nascere tutti i pezzi di un progetto che è stato appunto questo album.

In “Mantenere”, che è il primo pezzo che avete fatto uscire con un video, ad un certo punto Primo in una strofa dice “Centro commerciale affollato / Un disco che ha floppato / Il tuo manager che ti ruba il pathos”.
E’ un riferimento ad un evento specifico?

Tormento: E’ un riferimento soprattutto al fatto che hai visto tanti progetti andare nello stesso modo. Quindi non è neanche un riferimento ad una situazione, è una cosa che se lavori con le major, con le etichette indipendenti o con qualsiasi realtà, l’iter è sempre lo stesso.
 Il manager che ci “ruba il pathos”, è stato vedere le cose che abbiam creato dal nulla, la nostra musica, che alla fine è sempre stata usata dall’industria, dalla pubblicità… Però poi quando passa di moda, diventi uno sfigato e quello è un po’ triste. Vedere che sei solo vittima di quest’altalena qua, mentre invece tu come artista continui la tua vita produttiva, aldilà del successo o no. “Mantenere” è quella cosa là: io mantengo quello che per me è vero, aldilà che sia un successo o no del momento.

Primo: Mah, è un’esperienza che mi è capitata e che ho ritrovato in comune con tanti altri miei colleghi e amici, cioè il fatto che nel momento in cui ti funziona un pezzo o un progetto intero, poi ti chiedono puntualmente la replica e quando ti chiedono una replica di una cosa che ha funzionato, un po’ si perde il pathos della naturalità di quello che tu stai facendo nel tuo percorso creativo, perché comunque vai a trasformare il tuo flusso di coscienza in qualcosa che diventa un automatismo e che non ha più il valore che magari aveva quando ti svuotava e ti levava tutte le preoccupazioni, qualsiasi tipo di problema di dosso: quel valore curativo della musica. Tante volte quando la musica diventa replicata perché ha funzionato, poi si perde e in questo c’è la figura del manager che fa molto. Il gioco del “centro commerciale” è quello: diventi cibo usa e getta per la gente.
Trattano la musica come il calcio, come se noi rapper fossimo dei calciatori e da un certo punto in poi non abbiamo più diritto di stare in campo.

Ascoltando il disco, a parte la perfezione tecnica, ho pensato che fosse uno dei pochi album musicalmente maturo della scena rap attuale e in più, l’accostamento della voce così avvolgente e armoniosa con influenza soul di Tormento, a quella più grezza e ruggente di Primo, fosse un incastro sonoro perfettamente riuscito.
Avete trovato una formula particolare per la realizzazione di questo album o è stata una cosa spontanea?

Tormento: In realtà abbiamo cercato una formula, ma non volutamente. Volevamo che fosse proprio un bel disco da ascoltare, quindi la ricerca è stata più in quel senso là di dire: “Noi siamo tutti e due bravi artisticamente, però dobbiamo fare delle belle canzoni”. Anche chi ha partecipato, l’ha fatto con quell’ottica lì: quella è stata la cosa bella. I produttori hanno voluto ri-arrangiare sempre le basi, in modo che tutto combaciasse una volta che avevano le voci, e chi ha registrato delle strofe come featuring, si è proprio inserito nell’ottica di creare una canzone che avesse senso con quello che era stato detto prima, anche magari andando fuori tema. Però il bello è che è stato voluto, però non proprio a tavolino, diciamo.

Primo: Inizialmente è stata una cosa molto spontanea, perché è stata la chiave sulla quale abbiamo voluto lavorare a livello tecnico, quando ce ne siamo resi conto. Però diciamo che la scoperta di questa formula è stata proprio una sfida nel voler vedere come due stili apparentemente opposti si potessero invece fondere nella maniera più giusta. Diciamo che quello che è stato studiato, è stato il dopo. E’ stato il vedere come certe frequenze della voce mia si potessero appoggiare meglio su quelle di Torme e viceversa e siamo stati parecchio contenti perché partendo appunto da un istinto musicale spontaneo, siamo riusciti poi a lavorare grazie all’esperienza del passato e degli studi di registrazione e delle persone con cui abbiamo avuto a che fare per strutturare i pezzi. Molte delle collaborazioni del disco sono nate anche senza confrontarci. Abbiamo semplicemente pensato la stessa cosa contemporaneamente, anche senza dircelo e questo tipo di effetto ci ha poi portato a lavorare in quella direzione quasi ad effetto domino: una cosa poi ha portato a pensarne un’altra e tracciare un filo conduttore poi tra tutti gli elementi del disco. Ci siamo messi a disposizione della musica secondo stili differenti, a volte opposti e le opposizioni hanno portato un’armonia.

Come avete scelto gli artisti con i quali fare feat?

Primo: Li abbiamo scelti un po’ per affinità di pensiero e per amicizia, perché appunto io e Torme siamo sempre stati parecchio vicini soprattutto anche alla nuova scena, perché i pionieri li conoscevamo: era gente che ci ha dato le formule (quando eravamo più piccoli) per poter elaborare meglio la nostra musica. Stare vicino alla nuova scena, tipo appunto: Mezzosangue, Santiago… Ci ha dato pure nuovi stimoli per non sederci, per non accomodarci e questa cosa qua ha dettato la voglia di volerli coinvolgere in dei pezzi. Questa gente si è messa a nostra disposizione quasi mentale e ha sposato le nostre idee senza nemmeno capirle fino in fondo, inizialmente. Una volta che poi hanno proposto la loro strofa, il loro lavoro artistico, il tutto è coinciso con quello che noi volevamo esporre per il pezzo in questione.

Tormento: E’ stato difficile, perché alla fine conosciamo veramente tutti e lavoriamo bene con tutti. Quindi la voglia è stata più quella di creare un filo logico anche in quello: di dare delle voci nuove come Santiago o Smoka o Ill Grosso nelle produzioni (quindi della gente che è proprio sconosciuta), legata invece a dei vecchioni come potevano essere Gente Guasta, ma anche Shablo, come Fritz, Squarta e anche qualche fresco come Retrohandz. Quindi tra quelli che conosciamo, abbiamo voluto scegliere un po’ di grandi, un po’ di giovani per far vedere che i lavori dove tu metti assieme tutte queste energie, sono completi. Non è che devi fare per forza un disco tutto fresh: è bello se lavori anche con producer un po’ più grandi, che hanno quella pasta vecchia, che andava qualche anno fa.

E quindi anche gli MC’s li avete scelti seguendo quest’ottica?

Tormento: Sono tutti ragazzi che ci hanno sempre detto: “Io sono proprio cresciuto con le tue cose” e quindi Salmo è uno che l’ha detto a Primo e quindi Primo ci teneva ad avere Salmo; Coez è uno che è cresciuto con le melodie dei Sottotono e poi ne ha creato una cosa sua. Quindi sentirlo dire da persone che hanno poi avuto successo a modo loro, è proprio bello. Era un modo anche per mettere nel disco tutto questo: da mio fratello che ha cresciuto me, alla gente che poi è cresciuta con me.

“Boomerang” è uno dei pezzi con sonorità più sperimentali: com’è stato cimentarsi con basi così diverse dai beat classici?

Tormento: Devo dire che non ci sono neanche tanti esperimenti all’interno dell’album. “Boomerang” è forse il più estremo, da club, mentre invece potevamo farne anche un altro paio, perché è venuto proprio bene. I singoli si tende a farli in maniera stupida, mentre invece, noi abbiamo fatto un singolo da club, ma con un testo un po’ pazzo, diciamo, poco lineare rispetto a come di solito si fanno i pezzi da club. Quindi la voglia è stata anche quella di un pezzo un po’ più clubbettoso, più di tendenza come vanno oggi, senza affrontarlo come stanno facendo oggi i classici famosi da Wiz Khalifa a Kendrick Lamar, ma inventandosi un modo tutto nostro e un po’ pazzo di affrontarlo. Vedere come “Boomerang” sia quel mix di pezzo da club, ma con delle strofe rap che ancora dici: “L’MC di cosa sta parlando?”, un po’ da rapper underground, che ci tiene a farti porre un po’ di domande.

Primo: Anche quella era stata una scelta, anche perché non ci piace essere ricondotti a qualcosa di troppo specifico, dovuto magari appunto alla nostra età o alla nostra provenienza. E’ stata più una voglia di dimostrare alle persone che non siamo un’età, un suono particolare che si rappresenta, ma tutto quello che ci dà lo stimolo giusto per poter scrivere col nostro stile, poi si adatta a qualunque tipo di sound. Quindi mi sento di dire che se anche arrivano delle basi con delle sonorità molto moderne, che possono essere dubstep oppure trap, ci possiamo andare con uno stile che è il nostro. E’ una cosa del rap che mi piace parecchio: il momento in cui il tuo stile diventa completo, sei tu che ti porti appresso la base, sei tu che ti porti appresso i suoni, sei tu che puoi far variare il conto finale di quello che poi viene fuori dal pezzo.

Nel disco si spazia da “Governo Ombra”, che critica la situazione politica contemporanea a “Il Cuore e La Penna”, che descrive un dramma emotivo con delle metafore che portano a materializzare il sentimento. In base a cosa è scelta la tematica dei pezzi e in particolare, come sono stati concepiti questi due brani?
Dalla mia descrizione, si può notare come “Il Cuore e La Penna” sia il mio pezzo preferito dell’album.

Primo: “Governo Ombra” è nato dalla follia della base. E’ una delle produzioni di Dj Smoka: è uno dei producer magari meno noti del disco, ma è una delle cosiddette “nuove leve”, che però ci ha stupito, perché comunque ci ha fornito dei suoni che non ci aspettavamo. Il beat di “Governo Ombra” all’inizio ci ha fatto un effetto talmente pazzo che abbiamo cercato di ridargli lo stesso tipo di sapore, anche se il tutto poi ha preso una forma magari più vicina (almeno superficialmente) alla forma politica, no? Però quel governo ombra, in quel pezzo s’intende pure quello che sei costretto a fare tu nell’ombra, per poter poi uscire fuori nel momento in cui il tutto è gestito da poteri forti. Un modo appunto per muoversi inizialmente magari a basso profilo, riuscire a fare le proprie cose nell’ombra, per riuscire poi a portarle alla luce in tempi non sospetti, che è quello che ci è successo quando eravamo più piccoli, quando c’era tutto da inventarsi, quando non potevi andare dalle persone troppo fiero di quello che facevi perché ti prendevano abbastanza per il culo, ti prendevano per pazzo.
Invece episodi tipo quelli de “Il Cuore e La Penna” sono nati quasi dall’ispirazione cieca. Io non ricordo il momento della stesura del pezzo, proprio perché me lo sono ritrovato tra le mani insieme a Torme e ogni elemento del pezzo si è agganciato l’uno con l’altro, quasi senza volerlo. L’emotività quando ha preso piede in atmosfere tipo quelle de “Il Cuore e La Penna”, ci ha aperto quei canali espressivi proprio dell’anima, che tante volte tu speri soltanto di poter avvicinare, quando vuoi scrivere, ma se lo fai in maniera conscia non ci riesci. Invece nel momento in cui veramente hai le vie creative così aperte, che un beat quasi ti fa parlare in scrittura automatica, in uno stato di trance, forse la tua capacità creativa è al 100%, al top di quello che può esprimere. Quindi anche la personificazione del cuore e della penna penso sia quello che ha caratterizzato sempre la nostra scrittura: il fatto di vederli come degli amici, come delle persone che interagiscono tra di loro e per i quali se manca una, manca pure l’altra; tentano di parlarsi tra di loro; a volte uno fa le veci dell’altro; a volte uno cerca di risolvere i problemi dell’altro… E’ come nella dimensione del microfono, quella che ti dicevo prima: “El Micro de Oro” è un po’ la dimensione personificata di un oggetto che per noi è stato importante come un pennello per un pittore, come una penna può essere appunto per uno scrittore. Quando abbiamo avuto la sensazione che ci fosse questa personificazione viva di alcuni oggetti, abbiamo deciso di fargli un tributo con una canzone come quella, dove Mezzosangue ci ha dato poi una mano inaspettata per rendere completo il tutto sul pezzo specifico. Sono quei pezzi che dopo che li scrivi, pensi ad un mezzo miracolo.

Tormento: E’ anche il mio preferito, tra tutti. Guarda, alle prove, come i bambini dicevamo: “Oh, ma qua raga, mentre facciam le prove dei pezzi, mi viene la lacrimuccia!”. Perché ci abbiamo messo tutte battaglie che abbiamo perso e quindi chi l’ascolta, ci ritrova le sue battaglie che ha perso. Quindi, non è una cosa che riguarda la musica, in generale è questa linea che c’è di continua polemica, che dicevi tu. Oltre alla musica che va verso il commerciale, è anche tutta la vita. Nella vita devi diventare ricco, avere la macchina bella e quindi tutto va verso il commerciale, mentre invece “Il Cuore e La Penna” sono momenti nostri, che abbiamo dovuto lasciar andare: sogni, passioni… Ora che i soldi non ci sono, il lavoro non c’è, sarebbe da prendere ognuno la propria passione e farla.

Tornando a “Il Cuore e La Penna” invece, raccontami anche qualcosa di Mezzosangue, che ha contribuito alla realizzazione di questo pezzo.

Tormento: Mezzosangue è uno degli MC più giovani che c’è nella scena e scrive così perché fin da piccolo ha letto tanti libri. Quando lo incontro mi dice: “Ma hai visto quel documentario sulla matrix divina?” e in realtà anche io mi vedo quelle robe lì. Perché se sei un rapper, hai bisogno di avere contenuti, di capire come funzionano le energie intorno a te.

Scrivete i pezzi con la consapevolezza che un eventuale fruitore possa fare proprie le parole che usate (come spesso accade)? Cioè, mentre scrivete, pensate all’immedesimazione del pubblico o è un pensiero magari secondario?

Tormento: E’ stata la mia rovina, questa cosa qui. In realtà quando scrivevo da Sottotono ero un po’ pazzo, avevo 18-19 anni, scrivevo le canzoni rap e dicevo: “Ah, stasera beviamo cognac prima, poi stappiamo lo spumante, abbiamo le fragole, fumiamo come pazzi, dimmi di sbagliato che c’è?”. Quella roba lì vende di brutto, vende da sempre: vendeva allora, vende oggi e venderà per sempre. Tutti mi dicono: “Perché non hai più fatto un album come “Sotto Effetto Stono”?”. Eh, frate, perché l’avete preso tutti come una scusa solo per fare il delirio. Invece io e Fish facevamo feste e quello che vuoi, ma intanto facevamo pure un’etichetta, producevamo i dischi, stavamo in studio tutto il giorno, commercialisti, mille cazzi… Puoi fare festa, ma non aspettare solo il pretesto. Quindi anche oggi scriviamo con questa cognizione qua: quando scrivi, c’è gente che poi veramente le fa sue le cose. Allora è meglio dare dei messaggi positivi. La tua carriera crolla nel nulla, tu finisci nel dimenticatoio, però se sei coerente con te stesso spingi la tua cultura in questo senso qua.

Primo: Per me è un pensiero secondario, più che altro perché è la speranza che qualcuno si possa immedesimare per condividere. Non c’è mai stata la consapevolezza, forse fino a questi ultimi anni, di poter scrivere per qualcuno o di avere un riscontro così sicuro. Io personalmente forse non ce l’ho nemmeno ora questa cosa qua. Non sono capace di mettermi a scrivere pensando al tipo di effetto che poi possa fare su un eventuale pubblico. È sempre stata una necessità personale che poi nel momento in cui trovava la corrispondenza di altra gente era una figata, una cosa che ci stupiva, che ci stupisce ancora perché lo dico anche in un pezzo: “Per dieci anni io contavo solo per le mie matite / Ora fanno finta che so grandi e gli salvo le vite”. Io lo capisco che per certa gente noi siamo stati i precursori di qualcosa che non c’era, però c’è pure da dire che per dieci anni molti ci hanno detto: “Guardate che voi non contate un cazzo. Alla fine fate musica di nicchia per una piccola parte di pubblico” e invece adesso ci troviamo improvvisamente che qualunque cosa che scriviamo c’è qualcuno disposto a condividerla, a prenderla quasi come religione o cose simili.

E nella varietà dei pezzi, comunque coerenti tra loro, si trova “Caramelle”. 
Mi potete descrivere l’origine e un po’ anche il pezzo stesso?

Tormento: Devi chiedere a Primo. E’ proprio un suo brano, dove io ho fatto una piccola partecipazione. E’ una sua idea ed era tanti anni che non scriveva un pezzo d’amore così. L’unica cosa che posso dire è: finalmente! E spero che ne scriva di più, perché son tanti anni che è sempre arrabbiato, anche con l’universo femminile. Rappresenta molto bene i single italiani, quindi è per quello che non riesco a criminalizzarlo: li rappresenta proprio alla perfezione; son tutti uguali.

Primo: “Caramelle” è stato uno degli ultimi pezzi che abbiamo fatto per questo disco qua. Non doveva nemmeno forse far parte di questo progetto. È pure una chiave diversa in cui mi sono ritrovato a scrivere, ed è forse grazie alla persona di cui mi sono innamorato, che mi ha dato modo di potermi esprimere in quella forma là. Quando l’ho proposta a Torme, lui mi ha detto: “No, ma scherzi? È una bomba! È un tuo modo nuovo di scrivere o quanto meno un modo che avevi un po’ accantonato e che adesso è completo anche in quella direzione là”. Quindi non abbiamo voluto sprecare quell’occasione. Non avevo molta più fiducia io fino a 6-7 mesi fa nella dimensione dell’universo femminile, quindi il fatto di averla ritrovata e soprattutto di averla voluta scrivere in un pezzo tutto così, mi ha portato ad uno step successivo musicale, che spero di poter affrontare ancora perché mi piace. Non sono uno molto da love song, come avrete potuto ascoltare, e anche quella è una love song sempre nel mio stile. Diciamo che non è la classica canzone d’amore, però aver trovato quel tipo di metafora per poter esprimere quella parte di me che avevo represso abbastanza, mi ha dato una speranza nuova. Il pezzo poi era stato scritto proprio su un altro beat. Squarta di solito produce, dà le basi e poi tu scrivi sopra. Invece qui c’è stato un po’ il procedimento inverso, vale a dire: io mi sono presentato col pezzo e quando Squarta l’ha sentito, ha avuto la stessa reazione di Torme e mi ha detto: “No, no, ci penso io a farti un arrangiamento figo, perché questa cosa è molto valida secondo me e possiamo procedere”. E’ stato un atto di fiducia nei confronti di un’idea, che comunque era molto molto personale. Ho avuto molti dubbi sul fatto di volerla condividere.

La collaborazione tra voi è nata perché avete trovato degli elementi nelle vostre carriere, che in qualche modo vi hanno accomunato (dato che entrambi siete entrati nel music business e ne siete anche usciti per una motivazione o per un’altra) o è un relazione che da “Heavy Metal” in cui Tormento ha fatto il primo feat coi Cor Veleno, è proseguita negli anni fino ad arrivare a decidere di realizzare un intero album insieme?

Tormento: Grande. Hai colto tutte le varie sfumature! Non c’è bisogno neanche che ti dica… Cioè, sai già tutto! Nel senso, in “Sotto Effetto Stono” in una canzone citavo una rima dei Cor Veleno, perché già nel ’96 ci conoscevamo con Primo. Poi sono state anche quelle situazioni che abbiamo vissuto con le major, che ci hanno avvicinato tanto: vedere che gli altri artisti hanno il tuo stesso percorso per avere più o meno successo, ma l’iter è sempre lo stesso. Quindi, è stato bello vivere l’hip hop assieme: lui con la sua visione più rock’n’roll e io invece un po’ più funk-soul e vedere che poi l’iter è lo stesso, l’energia che ci metti è la stessa, aldilà dei gusti musicali che per assurdo son proprio diversi. Nel 2005-2006 avevamo già fatto due o tre pezzi assieme con Ibanez e Primo. Già lì, c’era una mezza idea di far l’album, però è stato bello farlo oggi. Per assurdo, questo disco è solo uscito nel momento giusto, perché quello che pensiamo da un po’ di anni: chi sta nell’underground, chi si è fatto le ossa da solo, ma anche chi ha avuto successo con le major… In questo disco c’è tanto che non avremmo potuto raccontare 6-7 anni fa. E’ molto meglio che l’abbiamo fatto oggi, che siamo più adulti. Abbiamo vissuto tante situazioni e vedere ripetere sempre la stessa storia, ti fa capire che anche se arrivi da strade diverse, c’è sempre un punto in cui ti fermi in questo paese. Quindi, bisogna avere proprio la forza di ricostruirlo dalla base.

Primo: Sono un po’ frutto di entrambe le situazioni. Conoscendoci artisticamente, ci siamo subito voluti bene. Da lì, il rapporto è continuato nella vita comune, nel condividere proprio un certo tipo di vissuto: sia nelle esperienze artistiche e lavorative, sia nel frequentarci come amici. Vedevamo che certe volte non c’era nemmeno l’idea ben precisa di una collaborazione, ma magari quando ci ritrovavamo sullo stesso palco, scattavano determinate energie. Quindi vedevamo che la mandata di energia era reciproca e molto forte, anche in situazioni dove di solito non è che ti metti a scrivere. Poi quando riportavo Torme a casa passando da Firenze, magari mi fermavo in studio da lui e la cosa non si fermava mai all’ascolto dei dischi o della musica, ma venivano subito concretizzati in un pezzo, in una strofa, in un beat. Ogni volta che poi qualcuno sentiva le cose fatte anche così per sport ci chiedeva: “Ah, comunque, quand’è che fate un disco insieme?”. Alla fine abbiamo cominciato a chiedercelo pure noi. Si tratta di un connubio nato sia da un punto di vista artistico, sia dal punto di vista di amicizia. Proprio anche per uno spirito di condivisione di quello che ci è successo nel mondo discografico: lui con l’esperienza dei Sottotono, io con l’esperienza dei Cor Veleno.

Questo disco lo considerate una ripartenza, un capitolo della vostra carriera musicale o una condivisione di esperienze comuni?

Tormento: Un po’ tutto questo. Nel senso che volevamo farlo, perché è da tanti anni che collaboriamo insieme, quindi dovevamo fare questo album. Questo disco nasce sia dal percorso che abbiamo fatto assieme, sia anche per dare un punto fermo alla comunità hip hop. Oggi quello che ci dicono de “El Micro de Oro” è che uscito nel momento giusto, proprio in questo senso qua: è uscita tanta musica hip hop molto simile, molto uguale a se stessa e per assurdo questo disco, che è un mix di vecchio e nuovo, suona quasi come una novità. Quindi è una cosa nostra, che dovevamo fare per forza, che dovevamo sia a noi sia al pubblico che ci segue e un po’ anche all’hip hop, a tutti i gruppi underground: per spingerli ad auto organizzarsi, a fare i dischi con le proprie forze, a fare i video anche brutti, ma con le proprie forze; fare cose belle artisticamente. Le cose più belle di oggi, che vedi sul web, sono quelle che non hanno gli standard, ma l’idea bella.

Primo: È una condivisione di esperienze comuni e più che altro è una foto, è un’istantanea di qualcosa che volevamo che restasse, qualcosa che potesse anche smentire quella visione della musica di largo consumo che c’è adesso, che magari fai un album nel giro di 6 mesi e poi la gente si aspetta subito qualcosa dopo. Vorremmo fermarlo qua questo progetto proprio per fare in modo che possa essere qualcosa che resti nel tempo. Le canzoni sono venute tutte fuori con un certo peso, dove comunque c’è un filo conduttore per tutti i pezzi, però al tempo stesso ogni pezzo può essere a sé stante, può essere qualcosa che in qualche modo te lo ricordi e ti rimane, un po’ qualcosa da custodire, una specie di amuleto. Anche per quello è “de oro”, no? Ci piacerebbe aver lasciato qualcosa di utile, più che altro per far vedere che se ne facciamo altri, non solo noi, ma anche altri artisti che possono avere lo stesso tipo di stimolo, magari si può creare una contropartita forte sul mercato. Proprio perché è qualcosa che se anche nasce dall’underground per necessità, ma può essere competitivo con tutto quello che gira nel music business. Quindi ci piacerebbe che questo disco servisse a qualcosa, non soltanto a noi che l’abbiamo fatto.

Programmi futuri insieme? E indipendenti?

Tormento: Mah, stiamo già facendo un sacco di cose da soli. Siamo tipi che non restano fermi, quindi è già una settimana che non ci stiamo beccando e ognuno è già preso dai nuovi progetti. Io ho già un album più morbido, un po’ più soul-funk, Shablo mi sta dando una bella mano, ma anche i ragazzi di BlueBeaters (i vecchi produttori de “Il Mio Diario”). Stiamo già facendo delle cose un po’ più soul e funk, perché se ne sente il bisogno e poi invece vorrei fare come Yoshi, un po’ le robe più wonky, spezzate. Quindi, un po’ queste cose. Poi, insieme sicuramente penso che faremo un proseguimento a questo album, perché sta andando benissimo. Già il tour ci terrà impegnati per almeno 3 mesi.

Primo: Adesso siamo focalizzati sui live, perché molti dei pezzi del disco sono stati scritti per essere condivisi dal vivo, che è la dimensione che ci ha cresciuto da sempre a me e a Torme. Chiaramente, qualunque cosa ci viene in mente di pezzi nuovi da voler tirare fuori, lo faremo senza problemi, però per quanto riguarda i progetti futuri pensiamo più alle cose individuali. Io vorrei fare il mio disco solista ufficiale, ma comunque adesso siamo più nella dimensione di goderci questo disco adesso.

Il prossimo live al quale potrete assistere sarà al Rising Love domani 4 aprile a Roma e sarà la condizione ideale per percepire quel pathos. Non mancate.
Per maggiorni info, cliccate QUI.

Stay Gold.