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SubUnderground – Doro Gjat Coraggioso in una Pavida Scena



Qual è la motivazione per la quale una persona già sovrastata da innumerevoli suoni, immagini o lettere diverse dovrebbe interessarsi a qualcuno che non ha già una garanzia di qualità semplicemente scandendo il proprio nome?

La risposta è la fame.

L’appetito della conoscenza che passa attraverso la scoperta, l’assimilazione e alla fine la critica.

Nel momento in cui dalla penombra dell’anonimato si espone una nuova voce, il brivido di essere tra i pochi a poter esibire il proprio pollice in alto o in basso è tra le cose che gratifica di più un cultore.

È un moto continuo quello che stimola l’interesse nell’addentrarsi sempre più in profondità alla ricerca di qualcosa che sia migliore della precedente.

Un lupo affamato che non è mai sazio e che non si accontenta di un gregge, ma che cerca la pecora prelibata.

Questo è il luogo in cui la luce che filtra è flebile e solo l’opinione di chi ha quell’appetenza insaziabile potrà illuminare questo sottobosco inquinato da abbaglianti voci solenni.

Gli artisti emergenti, i nuovi conigli bianchi che sbucano da una tana troppo vasta per essere notati, ma che ponendosi sotto la giusta prospettiva potrebbero diventare come Giacomo Cannas: numero 1.

È un perpetuo talent show personale:

Affina lo sguardo, aguzza l’orecchio.

Dalle montagne del Friuli scende una sonorità elettronica, mista futuro, amalgamata ad un’idioma acuto e poco riconosciuto. Doro Gjat, difficile da pronunciare, ma orecchiabile e facilmente assimilabile propone il suo primo disco Vai Fradi.

Nel tuo primo disco hai scelto di dare una forte matrice territoriale, inserendo la lingua friulana. Pensi di aver valorizzato in questo modo più l’aspetto melodico (essendo il dialetto non comprensibile ai più), più del testo o le tue origini?

In Friuli mi fanno spessissimo domande simili a questa, solo che sono rovesciate: “hai usato pochissimo friulano nel tuo disco nuovo, come mai?”. Per la serie ‘tutto cambia appena si cambia prospettiva’. (ride, ndr) Io di solito rispondo che in Vai Fradi c’è poco friulano ma c’è tantissimo Friuli. La componente territoriale è un ingrediente fondamentale della mia musica, un vero e proprio stimolo a scrivere senza il quale difficilmente esisterebbe tutto il resto. Quindi, dal mio punto di vista, sarebbe emersa comunque anche senza l’utilizzo della lingua friulana: i testi ne sono impregnati, è il ‘main ingredient’ del mio disco, per parafrasare Pete Rock & C.L. Questa cosa fa specie a molti ma, dal mio punto di vista, è un processo naturale; scrivo del posto da cui vengo e della realtà con la quale mi confronto ogni giorno. Il che è una cosa estremamente hip hop, se ci pensi. Sarebbe come sorprendersi perché Kendrick nel suo disco parla tantissimo di Compton o perché Nas dice ‘Queensbridge’ 4 volte in ogni pezzo. È normale. È hip hop. La lingua friulana, d’altro canto, non solo è la lingua che parlo ogni giorno ma rappresenta un ulteriore elemento caratterizzante, quindi per forza di cose ho deciso di inserirla. Poi, come giustamente fai notare tu, mi sono concentrato sull’aspetto melodico chiedendo a Dek ill Ceesa (il rapper e cantante dei Carnicats che si occupa delle parti in lingua friulana in Vai Fradi, ndr) di cantare alcuni ritornelli in friulano, evitando le strofe di rap che invece sono al 90% in italiano. Questo perché ritengo che la lingua friulana, nel rappato, possa essere effettivamente uno scoglio per chi si approccia alla mia musica non conoscendo l’idioma, mentre nei ritornelli, aiutati dalla melodia, può essere più semplice apprezzarla. E così è stato, a quanto pare, visto che il secondo singolo, la title track Vai Fradi, ha girato parecchio anche fuori regione nonostante il ritornello cantato in friulano.

Solitamente i dischi emergenti in Italia si accostano più facilmente a sonorità più old school, mentre tu hai deciso di scegliere beat elettronici, che si avvicinano più al panorama pop e sono quindi più difficilmente accettate nella scena Hip Hop. La scelta è relativa al tipo di pubblico al quale ti vuoi rivolgere o ad una proposta originale in una scena che non ti rappresenta?

Entrambe le cose, a dirla tutta. Il sound di Vai Fradi è il frutto di una ricerca che viene da parecchio lontano, che è cominciata con il lavoro del mio gruppo, i Carnicats (con i quali nel 2015 festeggiavo 10 anni di attività), e che si è perfezionato con il mio disco. Quindi un lavoro quantomeno lungo, ecco. In un’epoca in cui il posto di lavoro fisso è diventato un lusso, almeno io posso dire di avere un ‘gruppo fisso’! (ride, ndr) Il risultato di così tanti anni di ricerca e perfezionamento è un ibrido in cui si miscelano diversi ingredienti. Nel tempo abbiamo dato forma a un ‘melting pot’ che è difficilmente definibile, e me ne rendo conto dalle recensioni e dalle interviste che mi vengono fatte, in cui è stato definito nei modi più disparati: pop, hip-pop, rap con un ‘sound francese’, hip hop alternativo ecc. Il fatto di lavorare con una live band ha poi complicato ulteriormente la questione: tutto Vai Fradi è stato realizzato con l’ausilio della Carnicats Live Band (la backing band dei Carnicats, che accompagna il gruppo in tutti i loro live già da un paio d’anni, n.d.r.) che ha suonato basso, chitarra e batteria. Poi, non contento, ho deciso di inserire ulteriori elementi nella ricetta e ho chiesto l’aiuto di musicisti provenienti dai generi musicali più disparati: c’è Zeno del gruppo reggae-dub R.Esistence in Dub che suona i fiati in due pezzi, la violinista Lilac, le voci di stampo dream-pop di Delta Club e Videodreams, le chitarre di estrazione post-rock di Gianni Rojatti ecc. Il tutto è stato poi mixato e masterizzato da Squarta dei Cor Veleno per dargli una sua ‘pasta’ sonora che amalgamasse tutto. E a questo punto tu ti chiederai: perché tutti questi sforzi? E qui mi ricollego alla tua domanda: per dare una proposta originale in una scena hip hop (quella italiana) che non solo non mi rappresenta, ma sembra delle volte mancare di coraggio. Gli artisti che provano qualcosa di nuovo sono sempre pochi e spesso rimangono lontani dai riflettori. Io volevo creare una mia dimensione personale, nella quale essere riconoscibile senza per forza avere un’ispirazione netta e immediatamente individuabile (vuoi l’hip hop underground, vuoi la trap di Atlanta, vuoi la old school). E, a giudicare dalle recensioni e dalle interviste a cui accennavo sopra, direi di esserci riuscito.

VaiFradi (copertina WEB)

Ma alla fine, qual è la tua risposta al quesito iniziale posto in testa a questa intervista?

La mia risposta è provare qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo. Perché l’hip hop, al giorno d’oggi, tende a ripetersi e a emulare se stesso, quindi perché non avere il coraggio di provare qualcosa di diverso? È come la prima volta che provi un piatto esotico: sei diffidente, la prima forchettata la dai con cautela, cerchi di distinguere i diversi ingredienti all’interno, per trovarci qualcosa di familiare. Poi però, dopo qualche boccone, cominci ad apprezzarne la particolarità, anche se non è il classico piatto di spaghetti al pomodoro che ti piace tanto. Quindi ascoltatevi Vai Fradi perché, anche se non è il classico disco hip hop uscito nel 2015, è comunque un disco ben suonato: ho collaborato con musicisti con la M maiuscola e dagli arrangiamenti traspare una cura e un’attenzione per il dettaglio che può essere un ottimo incentivo. Poi qui mi fermo sennò mi gonfio troppo l’ego e rientro nello stereotipo del rapper da classifica vanificando tutti i miei bei discorsi fatti sopra!

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