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Alla scoperta di Charlie



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La mia repulsione epidermica per Michael Douglas mi aveva già fatto perdere alcuni di quelli che, a detta di molti, potevano considerarsi buoni film, ma la presenza nel cast dell’ormai ex belloccio mi aveva sempre bloccato sul nascere la voglia.
Fatto sta che una copertina troppo gialla e un’abbondante barba mi hanno portato a redimermi dal dogma e, senza troppe aspettative, ho noleggiato “Alla scoperta di Charlie”. Sarà stato merito della peluria o del fare poco douglassiano, ma alla fine del film ho avuto persino il coraggio di ricredermi sull’attore.
La trama, che vede al debutto assoluto il regista Mike Cahill, ruota tutta attorno al sogno infantile di un padre strampalato e apparentemente infantile, che, di ritorno a casa dopo due anni di ospedale psichiatrico, ritrova la figlia ormai sedicenne, la quale, costretta a vivere senza padre né madre, risulta essere molto più matura del proprio genitore.
I due universi si mischiano, capovolti nei ruoli i due personaggi si trovano a fronteggiare la stessa realtà, ma sotto luci diverse. Charlie insegue il suo assurdo sogno: è convinto che il centro commerciale della città nasconda un tesoro risalente ai coloni spagnoli e Miranda, figlia/madre, lo segue come si segue un bambino nel suo “innocuo” giocare.
Il film è bizzarro, alterna momenti divertenti a scene profondamente drammatiche, il debutto del regista si piazza in un filone cinematografico che mi piace molto, ricorda un po’ il primo Wes Anderson, nell’incoerenza della sceneggiatura, e un po’ “Little Miss Sunshine”, nella leggerezza drammatica che trasmette.