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Non è buono ciò che non è GOOD



Cari goldiani, avrete notato la sottile differenza tra questo articolo e il precedente: il titolo, infatti cambia di una sola parola. E come in tutti i discorsi, basta una virgola… Come spunto, prendiamo sempre il magazine GOOD che come per tutti gli stranieri, ha una sorta di venerazione su quello che viene prodotto in Italia.Foto Fortunatamente, non sono rincoglioniti e ciò che è interessante per loro, dal mio punto di vista, è DAVVERO interessante. Si soffermano infatti su una delle cose più belle e pregna di tradizione e cultura che abbiamo mai avuto in Italia, ovvero il cibo. Essendo esso frutto di sudore dal lato pratico e di una elaborazione lunga millenni da quello teorico – come tutti sappiamo – è oggi la miglior sintesi possibile. Però, nonostante queste attenzioni è ormai relegato ad un livello disdicevole, terra-terra, roba da contadini… E non provate a dirmi il contrario…
Non essendo in grado di parlare direttamente di Food Design, mi sembra che Emi si parecchio autosufficiente in questo, mi soffermo, come ha fatto la suddetta rivista, sul fascino del procedimento. Foto
L’autore, che – come possiamo fare tutti loggandoci – scrive è affascinato (ma non stupidamente, a mio avviso, gli piace davvero, è il “profumo della fatica”, lo sentiremo tutti quanti in un’occasione come questa) dal lavoro di un anziano “sheperd” e consorte che si alzano alle 5 di mattina, come probabilmente tutti i giorni in quel periodo, per fare il formaggio come 2000 anni fa. Arrivo al punto. Quanti di noi lo hanno visto fare? Probabilmente non pochi, in Italia queste tradizioni perdurano grazie a dio, ma quanti di noi sono cresciuti con il rifiuto interiore per un’attività con questo retaggio per preferire, che so, il designer o qualcosa gli permetta di emanciparsi localmente (non culturalmente)?
Personalmente penso che dentro a queste azioni che perdurano da millenni – che vengono minate quotidianamente da folli decreti politici e vengono buttate nel pentolone di mercato e concorrenza globale che credo non possa minimamente fregare al nostro pastore – siano celate le informazioni per un futuro davvero «migliore», fatto di autosufficienza e imprese produttive di tipo locale, che esaltino i distretti produttivi e ridiano senso, e sapore alle cose che mangiamo (e facciamo).
E ricordate questo.