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La storia segreta di Occupy Wall Street: Un brand virale



Sono stati sfrattati, manganellati, arrestati, letteralmente fatti sparire di circolazione… Se oggi vai a Zuccotti Park, quell’ormai mitico spazietto verde affogato fra i grattacieli a due passi dalla sede della Borsa di New York, con tante gelide panchine di granito e una selva di alberelli cosi’ esageratamente ordinati da sembrare artificiali, i ragazzi di Occupy Wall Street non li trovi piu’.

Sono ormai mesi che una falange di sbirri del New York Police Department, con un’operazione notturna organizzata in perfetto stile militare, ha sgombrato il loro accampamento. Esattamente come e’ successo, prima o dopo, in modo piu’ pacifico o piu’ brutale, in dozzine e dozzine di altre metropoli e cittadine americane, dove a partire dallo scorso autunno piazze e giardinetti pubblici si erano popolati di manifestanti, decisi a non andarsene piu’, perche’ erano disgustati da una gestione della crisi finanziaria che aveva salvato dal fallimento colossi bancari e corporation multinazionali, grazie all’elargizione di fondi pubblici praticamente illimitati, ma abbandonato a se stessi milioni di cittadini comuni, lasciandoli alle prese con la piu’ drammatica ondata di licenziamenti e sfratti dall’epoca della Grande Depressione.

E allora? La sorpendente avventura di quel movimento e’ finita? Il suo punto di vista e’ stato cancellato dal dibattito pubblico? Tutt’altro… Non solo l’attivismo che il fenomeno di Occupy Wall Street ha messo in moto continua a vivere, coordinato attraverso i social network, in centinaia di mobbing a sorpresa e azioni di teatro di strada (assembramenti dentro a filiali bancarie, nell’atrio degli uffici dei giganti della Borsa, nelle sale affittate dei politici per fare fund raising, persino sotto la residenza del sindaco newyorkese Bloomberg, anch’esso grande tycoon della finanza), ma il vocabolario di quella rivolta anomala ha ormai contagiato il linguaggio della comunicazione, l’immaginario collettivo di tutta l’America, condizionando pesantemente la dialettica politica dell’intera nazione, prossime elezioni presidenziali comprese.

Tutto questo ha lasciato di stucco i veterani della politica e i vertici del potere economico, cosi’ come i mezzibusti della tv e gli analisti di professione. Eppure non dovrebbe stupire nessuno che abbia fatto lo sforzo per comprendere la storia segreta di quel fenomeno, una storia che i grandi mass media si son ben guardati dal raccontare (sopratutto in Italia), troppo abbagliati dai dettagli piu’ pittoreschi ma anche superficiali (i giovanissimi coperti di piercing e tatuaggi, i veterani della guerra in Iraq armati di sacco a pelo, gli homeless attirati dalla distribuzione di cibo gratis, i mattacchioni che esibivano cartelli strani), per cogliere la sostanza di un’insurrezione pacifica attizzata dalla piu’ improbabile delle scintille: un brand.

Facciamo un bel rewind. Il 13 luglio 2011 un drappello di pubblicitari “pentiti” crea una nuova hash tag su Twitter (#occupywallstreet). E poi lancia in rete l’immagine di un poster che, grazie ad un fotomontaggio, mostra la celeberrima statua del toro di Wall Street (il simbolo della Borsa in ascesa) con sopra una ballerina che fa una piroetta. Alla guida di quel gruppo di creativi c’e’ Kalle Lans, un canadese di origine estone che dopo aver lavorato nel marketing ha vissuto un’epifania, arrivando alla conclusione che la moderna pubblicita’ e’ una forma d’inquinamento mentale, qualcosa di altamente pericoloso per il nostro benessere psichico, almeno quanto l’inquinamento ambientale lo e’ per la nostra salute fisica. Proprio per questa ragione Lans ha fondato nel 1989 “Adbusters”, una rivista “anticonsumista” che manipola il linguaggio dell’advertisement per rovesciarne il significato, ed e’ con il team di collaboratori di quel progetto che lui si inventa questa nuova trovata.

Ora, la dinamica che storicamente mette in moto un nuovo movimento politico nasce da un’ideologia, o perlomeno da una serie di rivendicazioni, di richieste di riforma specifiche (un salario piu’ alto per gli operai, l’abolizione della discriminazione razziale, il riconoscimento dei diritti delle donne, la difesa dell’ambiente dall’inquinamento, l’insofferenza verso un carico fiscale troppo alto, il desiderio di veder puniti dei leader corrotti, ecc., ecc.), che interpreta un sentimento diffuso di disagio sociale, e quindi aggrega una comunita’ di persone spingendole ad agire assieme per fare sentire la loro voce. Eppure nel caso di Occupy Wall Street rivendicazioni non ce ne sono. Nel poster di Adbuster c’e’ solo un’interrogativo: “Qual’e’ la nostra unica domanda?”. E subito sotto c’e’ un invito tanto generico quanto misterioso: “Occupy Wall Street, 17 settembre, porta una tenda”.

Quello che Lans e i suoi compari hanno prodotto non e’ insomma nulla di piu’ di un brand, un marchio, uno slogan, corredato di un’immagine altamente evocativa ma anche ambigua, aperta ad ogni possibile interpretazione che uno gli voglia dare. Adbuster ha sempre sostenuto che nella nostra societa’ e’ in corso una guerra di idee, combattuta a colpi di propaganda, e che l’estetica e’ lo strumento piu’ potente per opporsi a quel bombardamento di messaggi pubblicitari che ci vogliono far credere che per essere felici basta consumare. E’ altrettanto ovvio che in America, nell’estate del 2011, il disagio sociale abbonda. Ci sono moltitudini di ragazzi che dopo essersi indebitati fino al collo per pagarsi gli studi non hanno alcuna prospettiva di trovare lavoro, milioni di famiglie che dopo essersi fatte abbindolare a firmare contratti di mutuo troppo onerosi vengono sfrattate, legioni di dipendenti che dopo aver lavorato duro per anni stanno perdendo il posto di lavoro per colpa di una crisi scatenata dalle follie di un manipolo di speculatori.

Cosi’ il brand Occupy Wall Street diventa un virus che contagia la rete, rimbalzando di blog in blog, di forum in forum, invadendo i social network. Il 17 settembre, come per magia, attorno a Wall Street la gente arriva davvero, senza capi, senza organizzazione, senza un’idea precisa di cosa fare, ma intanto arriva. La polizia in assetto antisommossa sbarra l’accesso alle vie che circondano la Borsa, minacciando di arrestare chi bloccasse il traffico invadendo la sede stradale. E l’assembramento si sposta, sempre in modo spontaneo e casuale, a Zuccotti Park, una piazzetta creata da uno speculatore immobiliare privato che l’ha messa a disposizione del pubblico in cambio di una variante al piano regolatore che gli ha permesso di aggiungere qualche piano a un grattacielo. Quanti siano davvero i manifestanti non e’ chiaro. Dozzine? Centinaia? Qualche migliaio? C’e’ una situazione fluida, un andare e venire di gente, che si mescola con turisti e impiegati di passaggio. Ma al calar della sera, quando quel quartiere di uffici si spopola, un consistente gruppetto rimane a dormire nella piazzetta. L’occupazione e’ cominciata…

I mass media tradizionali all’inizio ignorano il fenomeno, limitandosi a liquidarlo come una macchietta di colore. Non ne capiscono il senso, non sanno come affrontarlo, visto che non ci sono organizzatori, portavoce, addetti stampa da intervistare. E’ la reazione decisamente isterica della polizia che catapulta Occupy Wall Street sulla ribalta mediatica. Un alto ufficiale del NYPD, con la camicia bianca caricha di distintivi e medaglie, attacca con una bomboletta di gas urticante dei manifestanti seduti pacificamente sul marciapiede. La versione ufficiale dell’episodio parla di facinorosi violenti. I video girati con i telefonini la sbugiardano. E diventano un caso virale appena sono caricati in rete. Un corteo, organizzato per protestare questo e altri casi di brutalita’ poliziesca, finisce con la polizia che intrappola e arresta 700 manifestanti mentre marciano sul Ponte di Brooklyn.

Le immagini di tanti americani qualsiasi — moltissimi giovani ma anche adulti e pensionati, bianchi e neri, studenti e vecchie signore, veterani dell’esercito e operai disoccupati — armati solo di cartelli scritti a mano con i pennarelli, che fronteggiano poliziotti armati fino ai denti come se avessero a che fare con dei terroristi sanguinari, sono troppo forti, troppo surreali, per non bucare gli schermi delle televisioni. E cosi’ parte l’effetto valanga. Zuccotti Park diventa una destinazione dove tanto i newyorkesi quanto i turisti passano a dare un occhiata per capire cosa succede. E la notizia di quel bizzarro assembramento dilaga per tutto il paese. In dozzine di citta’ grandi e piccole prendono forma spontaneamente occupazioni simili.

Il resto, diciamolo pure, e’ ormai storia. Non si sa bene chi inventa uno slogan poderoso: “We are the 99%”. Ovvero, noi siamo il 99 per cento della popolazione, che soffre per colpa delle folli alchimie finanziarie di quell’uno per cento di super manager, di super ricchi, di super speculatori, che continua a spassarsela dopo aver portato il paese sull’orlo della bancarotta e milioni di persone sull’orlo della rovina. I commentatori di professione si grattano il capo, perche’ il movimento continua a rifiutare l’idea di darsi dei leader, di elaborare delle richieste e delle proposte concrete. I giornalisti tradizionali faticano a comprendere la scelta degli occupanti di operare solo in un regime di democrazia orizzontale, di assemblea permanente, dove anche la minima decisione richiede ore di discussione a cui chiunque puo’ partecipare.

Eppure tutti i sondaggi d’opinione dicono che una solida maggioranza degli americani si identifica con il messaggio di Occupy Wall Street. Nel corso dell’autunno, mentre la politica parlamentare, spaccata fra democratici e repubblicani, continua a bisticciare senza riuscire a trovare consenso su nulla, nel mondo dei media c’e’ una rivoluzione. Gli articoli e i servizi dedicati alla crescente diseguaglianza sociale, al dramma degli sfrattati e dei disoccupati, dei giovani strangolato dai debiti contratti per poter studiare, si moltiplicano. E’ come se un’altra America — un’America che non e’ fatta solo di tycoon degli affari, leader istituzionali, star dello spettacolo, mostri della cronaca nera — fosse uscita allo scoperto.

Con l’arrivo del gelo invernale la logistica delle occupazioni ovviamente si fa piu’ complicata. Ma sono le azioni legali delle polizie locali, che negli Stati Uniti hanno la giurisdizione sull’ordine pubblico a livello cittadino, che stringono la morsa. Alla faccia del diritto all’assembramento pacifico e alla libera espressione, le autorita’ ottengono l’emissione di ordinanze di sgombero da giudici compiacenti, citando ragioni che vanno dalla tutela delle quiete pubblica alla salvaguardia dell’igiene. Sono cavilli, tatticismi, ma intanto, uno dopo l’altro, gli accampamenti vengono sgomberati.

Quello che pero’ non e’ possibile cancellare e’ il ribaltone che Occupy Wall Street ha scatenato nella coscienza collettiva dell’America. C’e’ chiaramente qualcosa di profondo che si e’ rotto in quel consenso sociale che per decenni ha spinto il paese ad osannare i suoi affaristi piu’ spregiudicati. E c’e’ un fermento sotterraneo che al momento e’ impossibile prevedere in quali altre maniere trovera’ espressione. Quel che e’ certo e’ che il messaggio di quel brand, di quello slogan, di quel virus mentale, continua a proliferare e mutare in rete, come un’epidemia assolutamente incontrollabile. Alla prossima puntata…

Le foto che illustrano questo articolo sono di Gianni Pipoli