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NON PUÒ PIOVERE PER SEMPRE
Cinema

Solo I Peccatori sopravvivono: perché Ryan Coogler ha fatto il film dell’anno



Le recenti nomination agli Oscar 2026 hanno scatenato il consueto, rumoroso cortocircuito collettivo. Esattamente come accadde con Everything Everywhere All At Once, una parte del pubblico sembra essere insorta di fronte alla pioggia di candidature per Sinners – I Peccatori, liquidandolo come un’operazione sopravvalutata o, peggio, come una “copia carbone” di Dal Tramonto all’Alba di Robert Rodriguez.

Si tratta, a mio avviso, di critiche che lasciano il tempo che trovano, superficiali nel merito e pigre nell’analisi. La verità è che il film di Ryan Coogler è uno dei vertici cinematografici dell’anno, capace di sedersi allo stesso tavolo di eccellenze come Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson.

Per capire di cosa stiamo parlando, bisogna guardare oltre la superficie dell’horror. La storia ci riporta negli anni ’30, nel Sud segnato dalle leggi Jim Crow, dove due gemelli (entrambi interpretati da un monumentale Michael B. Jordan) tornano nella loro città natale sperando di ricominciare da capo. Ma quello che trovano è un male antico, un’oscurità che ha preso possesso della comunità e che si manifesta sotto forma di creature predatrici.

Non è solo una caccia al mostro: è un viaggio claustrofobico in un’America che cerca di divorare se stessa, dove la sopravvivenza dei protagonisti diventa il simbolo di una resistenza culturale più vasta. Il discorso sulla “copia” con il film di Rodriguez va quindi stroncato sul nascere: se quello era un divertissement di genere nato per spiazzare, Sinners è una storia drammatica sull’appropriazione culturale che vuole approfondire un tema tramite la metafora.

La controversia più accesa riguarda proprio la presenza dei vampiri, giudicata da molti come un inserimento casuale o privo di logica. Al contrario, la scelta di Coogler è di una coerenza cristallina. Mentre Rodriguez giocava sull’effetto sorpresa a metà film, Sinners chiarisce fin dai primi frame, attraverso flash orrorifici, la natura del terreno su cui ci stiamo muovendo. I vampiri qui hanno una funzione narrativa precisa legata alla mitologia del blues.

Se per secoli il blues è stato etichettato come la “musica del diavolo”, il film ribalta la prospettiva: è la musica dell’uomo, un’arte antica che attraversa le epoche e di cui il male (personificato da figure sexy, affascinanti ma predatorie) vuole disperatamente impossessarsi. Questa dinamica rende la scelta dei succhiasangue non solo azzeccata, ma profondamente simbolica rispetto al furto d’identità.

Il cuore pulsante di questa visione è racchiuso nella scena centrale del pianosequenza musicale. Vedere le epoche scivolare l’una nell’altra attraverso la musica e la danza non è solo un esercizio di stile, ma una delle sequenze più potenti della storia del cinema recente, capace di spiegare l’anima del film senza bisogno di una sola riga di dialogo.

Qui risiede la forza di Coogler: riuscire a raccontare una storia “semplice” attraverso un’impalcatura complessa, che muta pelle, tono e genere in continuazione. È un cinema che mastica 135 anni di storia della settima arte per sputarne fuori una forma nuova, apparentemente sghemba, ma in realtà solidissima e perfettamente al passo con i tempi.

Questo approccio rappresenta la vera risposta al cambiamento del linguaggio audiovisivo contemporaneo. Siamo in un’era post-post-moderna dove il pubblico è bombardato da stimoli, e la soluzione non può essere quella proposta recentemente da Matt Damon e Ben Affleck per il lancio di The Rip – Soldi sporchi. Loro sostengono che, poiché lo spettatore è distratto dal cellulare, la trama vada ripetuta più volte per essere “second screen proof”. È l’apoteosi dello “spiegone” di cui parlava Stanis La Rochelle in Boris: un cinema pigro fatto per chi non guarda (lo facciamo per i vecchi). 

Sinners fa l’esatto opposto: usa il cambio di registro per tenere lo spettatore incollato allo schermo, pretendendo la sua attenzione attraverso la meraviglia, non attraverso la didascalia. Che vinca o meno la statuetta conta poco – sappiamo bene che gli Oscar seguono logiche industriali più che artistiche – ma resta il fatto che un film così coraggioso, tecnico e incazzato va difeso a spada tratta.