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Cinema

Spider-Man: Brand New Day e il Marvel Cinematic Universe finalmente diventato un fumetto



Chi segue i miei trip sul cinema e i supereroi, o più nello specifico sul Marvel Cinematic Universe, sa che sono anni che sostengo che l’operazione di Kevin Feige con questa saga cinematografica è più una trasposizione di linguaggio che di storie, o per essere ancora più puntuale, del linguaggio del fumetto supereroistico Marvel.

Alla luce di tutto ciò, al netto del super successo al botteghino che sta riscontrando, posso dire con serenità che Spider-Man: Brand New Day è esattamente ciò che stavo aspettando da anni.

La cosa che volevo, da lettore di fumetti Marvel, è proprio la sensazione che provavo a leggere un albo di uno dei miei supereroi del cuore, con tanto di parentesi aperte su personaggi che appartengono ad altre testate e la sensazione di aver visto qualcosa che fa parte di un universo più vasto.

Ma andiamo per ordine. Come ho già raccontato più volte sono sempre stato appassionato di fumetti (Generazione Fumetto nasce proprio da questa passione), ho imparato a leggere grazie a Topolino e mi sono appassionato ai supereroi grazie al Superman di Donner che vidi da piccolissimo. Ma la prima volta che presi un albo Marvel tra le mani rimasi spiazzato.

Grazie a Topolino, ero abituato a storie che iniziavano dando per scontato che il lettore conoscesse già il personaggio e i suoi tratti, e anche a interferenze di personaggi provenienti da “mondi” differenti come Paperopoli e Topolinia. Ma le storie che leggevo erano tutte autoconclusive, al massimo spezzate su qualche settimana. Gli albi Marvel erano strutturati in modo completamente diverso.

Partivano dando per scontato una serie di situazioni che riguardavano il nostro eroe e in qualche modo non finivano, anzi lasciavano aperto praticamente tutto.

Come dicevo la cosa era spiazzante, anzi per un bel po’ mi lasciò la sensazione che avrei dovuto recuperare altri albi passati, magari anche di altre testate, e probabilmente per mesi avrei dovuto seguire tutto: cosa che inizialmente mi allontanò da quell’universo narrativo.

Ma poi, soprattutto grazie a qualche “evento” classico recuperato e già finito da tempo come Secret Wars, capii che era proprio un’impostazione definita per raccontare determinate storie.

Certo, se segui tutto ti orienti meglio, ma non è assolutamente necessario. Anzi, ogni singolo albo può essere soddisfacente anche avulso dalla run di cui fa parte, proprio perché si tratta di un universo che fa della sua espansione uno dei suoi aspetti peculiari, ma che offre l’opportunità di vederne un frammento per poterci entrare e, se quel mondo ti piace, tirartici dentro per sempre.

Infatti, anche se negli ultimi anni seguo sempre meno testate, mi ritengo sempre e comunque un lettore di fumetti Marvel.

Kevin Feige ha fatto la stessa cosa nel cinema. O meglio, con il 38° film del Marvel Cinematic Universe è finalmente arrivato a farlo.

In Spider-Man: Brand New Day la storia inizia dalla fine della trilogia precedente degli Home (Homecoming, Far From Home e No Way Home), saga che è servita a restituire l’arrampicamuri “classico” dei fumetti, seppure facendogli fare un arco opposto a quello della controparte cartacea. Si sviluppa intrecciandosi con personaggi provenienti da altri film, come Hulk e la nuova Vedova Nera che fa parte dei Nuovi Avengers a partire da *Thunderbolts. Ci dice che c’è stato un trascorso tra Spider-Man e The Punisher a Staten Island di cui però non racconta nulla, e non ne abbiamo traccia neanche negli altri prodotti del MCU. E finisce lasciando praticamente tutto aperto, senza chiudere diversi archi narrativi dei personaggi.

C’è anche un dettaglio che va nella stessa direzione ed è tutto interno alla messa in scena: il costume di questo Spider-Man è uno dei migliori mai visti sullo schermo, perché restituisce l’idea di qualcosa di realistico e fatto a mano, proprio come accade nelle tavole dei fumetti e soprattutto c’è New York che in questo film è quasi come se fosse un personaggio in più.

Tutto questo potrebbe sembrare un problema, ma personalmente penso che siano tutti punti di forza.

Anche la Saga dell’Infinito presentava tantissime analogie con la mia tesi sulla trasposizione del linguaggio, perché intrecciava l’idea di testata con quella dell’evento. Ma qui siamo davanti a un vero e proprio albo trasposto in forma filmica, cosa che fino ad ora era stata tentata solo dallo sfortunatissimo Marvels, che ha avuto l’arroganza di farlo con personaggi minori, rendendo il tutto respingente e apparentemente fuori fuoco. Da nerd, però, ne avevo comunque apprezzato l’intento.

Un discorso simile, che mischia arroganza con uno dei più grandi problemi del cinema, ovvero la sua economia mista a una gestazione necessariamente lunga, lo possiamo fare sulla Saga del Multiverso. Che tra le tante paga anche lo scotto di aver puntato su Jonathan Majors e di essere stata travolta dalle sue vicende personali, ma che comunque, a mio avviso, aveva un obiettivo chiaro, anche questo decisamente presente nel mondo cartaceo: il retcon.

Con questa saga pasticciata, ma comunque composta anche da film dignitosi, Kevin Feige ha canonizzato tutti i film Marvel pre Iron Man (gli X-Men, gli Spider-Man di Sam Raimi, i Fantastici Quattro, i Blade e volendo anche tutti gli altri esperimenti del passato come lo spin-off di Daredevil) e si è aperto definitivamente alla possibilità di fare recast e reboot senza creare grossi sconvolgimenti per i fan degli uomini in calzamaglia della Casa delle Idee. Deadpool & Wolverine, in questo senso, è servito prevalentemente a questo: canonizzare definitivamente film e serie della Fox dopo l’acquisizione da parte di Disney.

Una paraculata? Assolutamente sì, ma come dicevo è qualcosa che i lettori Marvel hanno già digerito e assimilato.

Sicuramente i prossimi due Avengers si appoggeranno tantissimo sulla nostalgia e sulle superstar che hanno creato questo universo narrativo, ma credo che saranno una sorta di chiusura di un’operazione che va avanti da ben trentotto film e diverse serie televisive, mediometraggi e cortometraggi.

Ma quindi, possiamo dire che questo è cinema o no? Per me nì. Nel senso che sicuramente non è un cinema accogliente verso i nuovi spettatori, perché è richiesta una conoscenza che va oltre i film precedenti della saga, mentre nel cinema canonico, quando ti approcci a un sequel, al massimo devi aver visto solo il film precedente. Ma, come dicevo, è un nuovo linguaggio, dentro il quale può starci anche dell’ottimo cinema, vedi Guardiani della Galassia.

La cosa bella di questo capitolo di Spider-Man è che, al netto di tutti i discorsi sul medium, è anche un bel racconto sul presente. Peter Parker è un workaholic, ed è proprio il suo essere concentrato solo sul lavoro da supereroe a metterlo in conflitto con se stesso. Un po’ come era già successo con *Thunderbolts, che parlava di depressione attraverso un cinecomic, anche qui il genere viene usato per parlare d’altro. Secondo me non è una cosa da poco: è proprio quello che dovrebbe fare il cinema.

Personalmente non vedo l’ora di poter vedere in sala il prossimo albo.

Continua…


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