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Fobie suggerite: chi ci hanno insegnato a odiare



Foto in alto: Washington DC, 28 luglio 2026 – Trump e Netanyahu . Ph. Ma’ayan Toaf Gpo/Handout/Anadolu

Se non vuoi che un uomo sia infelice politicamente, non dargli due lati di una domanda da cui preoccuparsi; dagliene uno. Ancora meglio, non dargliene affatto.”
(Fahrenheit 451, R. Bradbury)

Una grande verità, una verità non certo novità. Ma l’arte dell’oggi non è togliere la scelta, è far credere che ce ne sia ancora una.

Sediamoci comodi e guardiamo lo spettacolo che ci offrono: destra contro destra, la nuova opposizione. Piccole risse interne, finti litigi da salotto televisivo. Una coreografia, non un conflitto. Destre che finiranno in coalizione, con gli stessi termini, con le stesse politiche, che senza dare nell’occhio, avanzano come partito unico.

Sì, qualche sfumatura di nero. Li distinguiamo, ma mentre noi puntiamo i proiettori sulle differenze, loro si riconoscono nella battaglia comune.

E mentre tra i nostri confini continuiamo a discutere di sicurezza e insicurezza, il mondo tende l’orecchio, e sente: “siamo così di destra che ormai perfino l’opposizione a un governo di destra, è di destra”.

La nostra è una politica ridotta a un paio di parole. Parole dettate da destra, usate anche a sinistra, ma solo per dirsi contro, senza ampliare il vocabolario.

Una politica che ci permette, senza impegno, di inserirla nel nostro parlare quotidiano, e sentirci così parte di una democrazia. La politica che non parla più politichese.

Oggi siamo di fronte a uno scenario tanto interessante quanto paradossale: è la destra italiana a essere riuscita a democraticizzare la politica. Sono riusciti ad abbattere barriere culturali, linguistiche, economiche, il divario tra il potere e le persone comuni. Hanno rubato persino il proposito, della sinistra.

Deve esserci stato un tempo in cui la politica serviva a far pensare le genti, a rendere colti. Un tempo nel quale, quando si seguivano i dibattiti sul proprio Paese, si cercavano di nascosto i significati delle parole ascoltate, vergognandosi di non saperle già.

Perché la politica, quella vera, non ha interesse nel rendersi capibile da tutti. I termini alti e settoriali, che dovrebbero peculiarizzarla, portano un messaggio implicito: “impegnatevi o restate lontani”. Ogni nazione che ha avuto il privilegio di poter prendere parte alla propria politica ha dovuto rendersi sapiente nel proprio privato. Uno sforzo, fatto di parole nuove.

Quando invece una politica vuole a tutti i costi avvicinare il popolo fornendo così poco lessico bisogna ascoltarla molto attentamente per capire cosa ci stia davvero chiedendo. Oggi ci sta solo chiedendo di scegliere i nostri nemici. E come mai?

L’Italia, anche se fatichiamo ad accettarlo, non è un mondo isolato fuori dal tempo e dalla storia. L’islamofobia, la comunismofobia e le politiche securitarie non sono al centro del dibattito solo nei nostri confini.

Guardiamolo, ogni tanto, con senso critico il mondo che abbiamo davanti. Guardiamoli i nostri riferimenti, guardiamolo bene in faccia il nostro filo-americanismo. Guardiamola l’America in campo di battaglia. Guardiamoli i propositi degli alleati, compagni di merende.

Sarà allora un caso che i nostri nemici siano gli stessi nemici dell’America e di Israele. I complottisti però puntualizzerebbero che il migliore amico della nostra maggiore influencer abbia un Progettino su mandato biblico: un regno dai confini già scritti, che potrà dirsi completo solo quando avrà annesso la Palestina intera, la Cisgiordania, il Libano, la Siria, la Giordania, l’Egitto, l’Iraq e l’Arabia Saudita. Tutti territori culturalmente islamici.

Servono amici, per un progetto così grande. Aperte le candidature! I requisiti? L’amicizia più solida, si sa, si costruisce con nemici comuni.

L’America l’ha capito, ma forse non è da sola, ci dice Zelensky seduto accanto a Trump e Netanyahu, tra strette di mano, al funerale del senatore Ghram.

Nei giorni in cui guardavamo a Ceuta, abbiamo distolto lo sguardo dall’attacco dell’Ucraina alla nave iraniana nel Mar Caspio. L’Ucraina ha colpito l’Iran. L’abbiamo pagato noi, quell’attacco. Potremmo non ritenerci responsabili dell’utilizzo dei nostri finanziamenti. Potremmo, ma dovremmo anche non ritenerci responsabili dell’intelligence che ha fornito le coordinate satellitari.

Sì, sempre NATO.

Continuando a non ritenerci responsabili, chiediamoci anche se gli attaccati non ci ritengano responsabili. Chiediamocelo se saranno comprensivi quanto noi nella giustificazione di un attacco-difensivo. Chiediamocelo soltanto.

Guerre diverse. Iniziano a mescolarsi. Lentamente, una sola. Ma torniamo in Italia, questo non ci riguarda. O no?

No di certo. Noi siamo fuori dal tempo e dalla storia. Noi stiamo solo continuando a trascorrere la nostra quotidianità tranquilli, fuori da questo quadro. Tranquilli, però, è una parola un po’ paradossale. Ci stanno facendo iniezioni di violenza e stanno controllando gli effetti. Domani saremmo pronti a combattere per una causa comune?

Il consenso di maggioranza per una politica violenta non basta. Social invasi di violenza ci dicono che quello è il mondo, in confini ormai indistinguibili tra verità e intelligenza artificiale. L’abbiamo accolta come un dono, anche perché non abbiamo gli strumenti conoscitivi per vederla altrimenti. Sappiamo solo utilizzarla, l’IA.

L’Europa è arida a livello tecnologico, tutto ciò che ci arriva, è di dominio americano. Un’IA che non conosce solo il contenuto dei nostri telefoni e delle nostre menti. Un’IA che presto saprà anche le nostre abitudini nelle strade. Ed è un altro gioco di coincidenze il fatto che si discuta della sorveglianza nelle strade proprio nel pieno della bufera sollevata da un’europarlamentare (e alcune nuove leve) nel dibattito pubblico sulla legislazione che permette di utilizzare il burqa nelle strade.

Si inizia a discutere, e a voler limare, l’IA Act. È buona cosa il controllo capillare tramite riconoscimento facciale per mezzo dell’intelligenza artificiale! È gratis. Nessun nuovo impianto. Il lavoro l’hanno già fatto negli anni i privati che hanno installato telecamere nei propri negozi, nelle proprie case. Basterà soltanto programmare l’Intelligenza Artificiale.

Ci stiamo sempre più abituando a un mondo che vuole diventare un grande panopticon. Nella torre di vedetta però non ci sono i nostri occhi. IA: Intelligence Americana. Suona peggio di Intelligenza Artificiale? Può darsi, ma prima di urlare al complotto varrebbe la pena chiedersi chi possegga le chiavi di casa della nostra esistenza. Non dovremmo sorprenderci quindi nel pensare che anche questa segua obiettivi di sicurezza ben precisi. No, non oggi. Domani.

Il panopticon: un modello di carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham

Ci sono troppi fronti aperti. Un altro tra questi è piuttosto silenzioso, e riguarda i minori online. La playstation, piazza virtuale in cui migliaia di sconosciuti da tutto il pianeta si parlano in multiplayer, è diventata anche il luogo di alcuni casi – non isolati, non sistematici, ma nemmeno rari – di reclutamento estremista.

Videogiocatori fortissimi, carismatici, che aiutano semplicemente un ragazzino a superare un livello difficile. Regalano armamenti speciali. Iniziano a parlare, a scherzare. “È solo una battuta”, “è solo un meme”, “è solo istigazione a delinquere per motivi razziali e religiosi”, “è solo un attentato a scuola”, “è solo un’informazione su dove reperire armi”, “è solo detenzione di materiale con finalità di terrorismo”.

Lentamente portano fuori dal videogioco, lasciando le armi. I casi si accumulano, e si accomunano. È un gioco! Sì. Un gioco che però domani potrebbe essere un mestiere, come ci insegna l’Ucraina e i suoi gamer-soldati con droni comandati da joystick.

Stanno chiedendo di scegliere dei nemici, con ogni arma che hanno a disposizione. E controllano, se il suggerimento fornito viene seguito.

Tutto può essere. Ma può anche essere che sia tutto talmente alla luce del giorno, da rimanere al buio.


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