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La poesia, un gioco sconcertante



Il mio interesse nei confronti della poesia si è sempre scontrato con una sensazione viscerale di profondo disagio. La poesia mi angoscia, mi mette in difficoltà. Innanzi tutto perché sono incapace di produrre poesie. Ogni volta che tento di scrivere un verso mi sembra di vedere annullata tutta la musicalità dei miei pensieri; la mia fantasia mi sembra all’improvviso capace di ridursi e sterilizzarsi con le sue stesse armi. Inciampo. Mi inceppo. Incespico e mi incapponisco.

Ma non è questo il punto (il mio personale rapporto con la composizione poetica non ha alcun rapporto col disagio di cui vi sto parlando). Il fatto è che la poesia non permette classificazione, non ammette contenitore, rifiuta ogni esplicita spiegazione. La poesia non è discorsiva, non è prolissa. Non è come un romanzo, un racconto: scaturisce direttamente dal pensiero, dall’emozione, senza giri di parole. La poesia è pura parola. Puro significante e significato insieme. È uno sfogo, un grido liberatorio. Per questo, io che non riesco ad avvicinarmi ad un testo poetico senza tentare di motivarlo, di spiegarlo come farei con un racconto – ma non si affibbiano spiegazioni alle poesie, non si impongono vincoli ai versi. Essi sono liberi per natura – mi trovo immediatamente in una posizione inconfutabilmente scomoda.

Dunque, per cercare di cancellare una volta per tutte questa mia indole digressiva, ho cominciato ad avvicinarmi al testo poetico con un approccio a me estraneo. Ho cercato di seguire il profumo di un testo – anche di un singolo testo – piuttosto che il nome di un autore. Ho cercato di rinunciare alla consapevolezza – dato che con la poesia non serve davvero sapere esattamente dove si stiano mettendo le mani. Ho cominciato a leggere i testi che mi capitavano sottomano e a segnarmi i nomi degli autori (ma solo per poterli, un giorno, ritrovare). Ho provato a scivolare da un testo all’altro, a muovermi senza ordine, senza una guida da manuale. Ho cominciato a maturare il semplice gusto di leggere ogni giorno qualcosa di sconosciuto.

La poesia è un esperimento costante, frizzante, tagliente, aggressivo, audace. Ed io, adesso, leggo come se ogni verso fosse un esercizio di stile alla Queneau. Rotolo sulle parole come l’uomo che «colpito da improvviso malincuore, cade per terra e si rompe la rotula, che rotola via e cade in mare, essendo la strada un declivio che parte dal porto» ( Malincuore)… Leggo per giocare anche io al gioco delle parole.

Leggo così, come ha suggerito Montale, quando ha scritto:

L’angosciante questione
se sia a freddo o a caldo l’ispirazione
non appartiene alla scienza termica.
Il raptus non produce. Il vuoto non conduce,
non c’è poesia al sorbetto o al girarrosto.
Si tratterà piuttosto di parole
molto importune
che hanno fretta di uscire
dal forno o dal surgelante.
Il fatto non è importante. Appena fuori si guardano d’attorno e hanno l’aria di dirsi:

che sto a farci?

Leggo con l’unica consapevolezza che la cosa più importante è che la poesia esista e che sappia porsi delle domande. Che sappia giocare.