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GIÙ NEL GARGAROZ SENTE IL DIAVOLOZ
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Il Mantra del Lettering di Daniele Tozzi



Muovere un pennello può portare a molteplici forme di espressione: alcune più astratte, che necessitano un’interpretazione empatica, altre più d’impatto, con un messaggio più nitido e netto.
Daniele Tozzi – aka Pepsy – si definisce “Lettering Artist. Disegno lettere: la differenza tra calligrafia e lettering è che la prima è scrivere lettere, la seconda è dipingere lettere. Io sono più nella seconda categoria, nello specifico faccio calligrammi che sarebbero appunto una composizione di parole che danno una forma, che può essere legata al concetto espresso nel testo oppure solamente una connessione emotiva o una connessione mia”.
Talvolta però si tende a confondere le varie arti: calligrafia e lettering sono due tecniche differenti. Infatti “Il lettering è meticoloso: i calligrammi per farli ci metti più ore, più giorni. La calligrafia è molto più veloce e a volte più espressiva. Un calligramma è più studiato; è come fare un cruciverba: incroci le lettere e fai prove su prove”.

Un’arte che dai segni nati in strada si sviluppa ed evolve trasferendosi su un foglio come racconta Daniele Tozzi “La mia crew nella scena writing romana è sempre stata un po’ marginale: non eravamo i bomber così hardcore da fare metro su metro, treni su treni; avevamo il nostro gioco: qualche treno, lungo linea, i blocconi, i muri… Eravamo un po’ più tranquilli. Verso i trent’anni mi sono stufato, perché non ci trovavo più niente d’interessante. Non mi piaceva più la scena. L’hip hop è un trampolino per le idee: non puoi fermarti e fare solo e sempre quello per quarant’anni. Nella mia visione è giusto evolversi e prendere il meglio da quello che hai fatto per poi cambiare percorso e migliorarsi. Così sono tornato su carta e penna”.
Ha cominciato a “Decorare le lettere non più stile graffiti, ma con un approccio tecnico al lettering, studiato da professionista. Da ormai cinque anni, ogni sera scrivo o disegno lettere. Ad oggi comincio a vedere qualche risultato. È una passione totale e diventa anche uno stile di vita: ho le mani sempre sporche d’inchiostro, giro sempre con le penne appresso, perché appena ho un attimo scrivo… Diventa una bellissima mania”.
Con la stessa enfasi degli inizi, l’artista crea un disegno, che si riempie non solo di colore, ma di un significato immediatamente comprensibile attraverso delle parole a loro volta tramutate in una rappresentazione a sé stante. Una matrioska di immagini e significato, che non stimola esclusivamente la comprensione estetica, ma si modella in una silohuette che già sola lancia un messaggio, mentre integrandone un altro all’interno di esso approfondisce la cognizione del labirinto dell’emblema illustrato.

La prima ispirazione è stata appunto quella strada in cui “Vent’anni fa quando ho visto le prime lettere per strada a quindici anni. La gente che stava nel mio quartiere è stata la mia ispirazione: i Rome Zoo. Mi piaceva quello stile, quel throw up, quei tags: lettere costruite. Andando avanti ho trovato spunti anche nella grafica, nella comunicazione: Bob Noorda, ad esempio. Arrivando poi all’ispirazione più moderna della calligrafia e del lettering: Luca Barcellona, in primis – sia come graffiti, che come calligrafia -”.

Adesso, le strade si stanno sempre più riducendo e i muri stanno lentamente diventando tele, esposti in gallerie, che alcuni hanno e continuano a rifiutare, disprezzando il mercato dell’arte e tutto ciò che concerne quell’ambito, ma Daniele Tozzi pensa che “Sono due mondi che esistono: come chi fa calligrafia e chi fa calligraffiti. Sono due cose diverse. Chi fa calligrafia da trent’anni e capisce solo i pennini col calamaio ha una tecnica assurda e non comprende la calligrafia fatta con gli scopettoni sui muri, ma anche quella esiste, perché il mondo si è evoluto”.

La condizione della street art è appunto tra i temi più dibattuti degli ultimi tempi e Daniele esclama che “Questa street art va un casino quest’anno [ride]”, chiarendo la sua posizione a riguardo: “Io non sono né a favore, né contro: anche io adesso faccio dei muri, facciate, serrande su commissione. In realtà la trovo una cosa fichissima, perché fare un disegno su un foglio è bello, ma farlo su un muro di venti metri è ancora più bello. La differenza è che questa è arte urbana, non mi sento di chiamarla street art”. La conclusione è che chiunque sarebbe fiero di riuscire a sostenersi sfruttando la propria passione e se qualcuno ci riesce “Penso che abbia vinto su tutto. Io non mi devo svegliare alle 6 del mattino e fare lo spazzino. Mi sveglio quando voglio, faccio i miei disegni e con quelli ci alzo uno stipendio. Ci sono arrivato dopo cinque anni: non sono uno che si è venduto, sono solo fortunato. Me lo sono creato io”.

Daniele Tozzi si staglia dal panorama dell’arte urbana grazie alla sua tecnica personale, che riconosci non dalla lettura del suo nome sull’artefatto, ma dalla composizione stessa e questo è il risultato di un percorso in cui “Per arrivare ad avere uno stile tuo, impari una tecnica, poi la rompi per arrivare ad esprimere un tuo stile personale. Non puoi iniziare subito a fare lettere matte, perché non vengono bene. Ci metti anni e quando sei soddisfatto delle lettere che riesci a creare, le rompi aggiungendo qualcosa di tuo. Al giorno d’oggi è sempre più difficile, perché con internet si vede di tutto e di più, però uno cerca ispirazione continuamente”.

E lo stimolo costante che rende possibile una continua produzione di linee e segni attentamente plasmati è “La musica rap: dai Roots, Nas, Mos Def, Erykah Badu, Lauryn Hill; poi il rap italiano: Sangue Misto, Colle Der Fomento, Cor Veleno. Disegno ciò che ascolto: è un mantra. Ascolti mentre disegni e disegni ciò che ascolti. Un anno e mezzo fa ho fatto un’intera mostra alla Galleria Varsi su questo tema: Wordplay. Il rap è un gioco di parole e il lettering lo stesso, quindi mi sembrava perfetto per unire le due forme. Diciannove tele create tutte su citazioni delle mie canzoni preferite di rapper italiani. Ho riascoltato per tre mesi tutti i brani che ascoltavo quindici anni fa, ritrovando i versi che volevo per poi riportarli sulla tela”.

Dagli anni Novanta, in cui Daniele frequentava il liceo e ascoltava rap, sprofondando in una cultura che dall’ascolto, l’ha portato alla breakdance e infine ai graffiti, che sarebbero stati l’imbocco per la sua strada, i suoi calligrammi sono stati frutto di questa fruizione.

“Un giorno magari leggerò un libro di filosofia e realizzerò concetti più interessanti: per il momento la mia ispirazione è l’hip hop”.

Ma qual è l’obiettivo nel fare questa cosa?

“Conquistare il mondo. [ride]
Io sono molto critico e quando riesci invece ad essere soddisfatto di quello che hai fatto, hai raggiunto il tuo scopo: questo è ciò che cerco di fare”
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