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Fatt Mc e Santini: “Tape” e una poetica ignorante underground



Foto in alto: Fatt Mc e Santini

Fatt Mc è uno che racconta mentre rappa. Il suo flow procede per immagini, si avvita come una spirale di fumo, resta basso, underground. Si difende e contrattacca senza mai alzare la voce, tenendo insieme la strada e la cucina nella stanza a fianco. Il motto è: “Siamo fresh come sempre” e le strofe si muovono nell’aria, leggere come una chiacchierata confidenziale.

Questo è particolarmente evidente nel video di “Suona Fresco“, quinta traccia dell’album Tape, ultimo disco frutto di un lavoro con il produttore Santini – che più che un’uscita discografica suona come una dichiarazione d’intenti – dove Fatt Mc confessa di non avere programmi per l’estate, di poter restare con Santini a fare il Soul, a leggere testi di Mogol.

Fatt ha iniziato a rappare nei primi anni 2000 inserendosi nella scenda underground con una miscela di rap, reggae e dub. Un rap, si diceva, vicino alla chiacchierata e alla confessione, a tu per tu con le cose piccole e grandi della vita quotidiana. Mai lontano, però, dalla cultura.

E Tape in special modo ne è la prova. In “Dirty Dancing“, quarta traccia, Fatt vuole muovere culi. Tuttavia precisa: “non è reggaeton”. E poi tira in ballo – è proprio il caso di dirlo – i bboys e le bgirls, quasi un richiamo alle origini. E che dire del brano “Cultura“? Un titolo programmatico, dove la struggle di sempre e il senso di appartenenza fanno il paio: “due strofe non bastano a dirti quanto è stata dura / parole che si incastrano e omaggiano la mia cultura”.

Tutta la squadra presente in Tape di Fatt Mc e Santini

Fatt Mc vive da dieci anni a Barcellona. Ha 38 anni. La sua relazione con il rap inizia all’età di 14 anni. «Mi piaceva questa roba – racconta Fatt in collegamento dalla Spagna – ma non sapevo bene cos’era». A chiarire le sue idee arriva il dono provvidenziale di un’amica: «Tre dischi e una cassetta, fra cui Fritz Da Cat e Gatekeepaz, che mi hanno aperto la mente». Presto Fatt Mc scopre un talento nel freestyle. Originario di San Remo, si trasferisce a Savona. Dopo otto anni torna nella città natale, dove crea, assieme ad altri, il collettivo OverKill Army – ispirato allo stile dei DSA Commando – con cui produce un unico album: Teste di Nicchia.

A questo punto si trasferisce a Genova, dove sforna il suo primo disco solista, L’anello. La sua indole nomade è manifesta: dopo un po’ si sposta a Bologna. Il suo nome gira, diviene noto nei circuiti underground. Ma c’è un problema: «Mi drogavo un sacco – confessa Fatt – e questo mi ha precluso diverse buone occasioni».

Mtv organizza la prima stagione di Mtv Spit: «Qualcuno non si presentò –racconta Fatt – e mi chiamarono come riserva. Pensa che è successo lo stesso a Nitro!» Si reca a Milano per girare la sua sfida nella gabbia, ma la performance è un fiasco: «Ho perso quella sfida – spiega Fatt – per di più la partecipazione fu aspramente condannata da molti della mia cerchia, e ciò decretò la fine del gruppo». Forse non poteva andare diversamente: non tanto per la sconfitta, quanto per l’idea che esporsi fosse già un tradimento. Carico di desiderio di rivalsa, una settimana più tardi Fatt si presenta al Tecniche Perfette e sbaraglia gli avversari, strappando il titolo nell’ultima edizione, quella del 2013.

Fatt Mc

La storia di Fatt continua: «Avrei dovuto presentare una nuova trasmissione, chiamata Pass the Mic, ma mi tolsero l’incarico a causa di un errore commesso in stato alterato: avevo fumato un sacco! Accidenti, questa cosa mi fece terra bruciata attorno». Fatt molla tutto e si trasferisce a Edimburgo, dove fa il lavapiatti. È un periodo di disconnessione dal mondo del rap. Eppure, ancora una volta si presenta un’occasione: «Mi chiamarono a recitare in Zeta, il film di Cosimo Alemà del 2016». Un punto di svolta: «Per me è stata un’esperienza bellissima, e in quella circostanza ho conosciuto Santini». Fatt racconta che i DSA Commando bruciarono la locandina del film. Per lui fu un colpo al cuore: «Erano le miei radici, mi cascò il mondo addosso».

Questa, in sintesi, una parte del percorso di Fatt Mc aka James Bong. Oggi, riavvolto il nastro dei ricordi, con Santini pubblica Tape, un album creato «Ridendo» dicono i due, collegati da Barcellona e avvolti da una nuvola di fumo. La risata non deve tuttavia trarre in inganno: «A Genova, una città che mi ha segnato – spiega Fatt – devi saper scrivere bene, perché anche se fai rap hai alle spalle il lascito di nomi importanti come Gino Paoli o Fabrizio De André».

Di qui la cura per i contenuti, le rime e gli incastri del nuovo album. «Abbiamo cominciato a lavorarci un anno fa – racconta Santini – volevamo farlo uscire d’estate, poi abbiamo apportato modifiche, molti amici hanno espresso il desiderio di prendere parte al progetto e i tempi si sono dilatati». Summer Tape, Winter Tape… le stagioni passano, i due si comprano una piastra per registrare direttamente su cassetta – davvero old school – e allora ecco semplicemente Tape.

«Cerchiamo di rendere poetica un’immagine, un odore o un suono che normalmente è disprezzato oppure ha una connotazione negativa – specifica Fatt. – Io la definisco una “poetica ignorante”. La traccia “Montesilvia” è un esempio di buona scrittura che cerca di raggiungere chiunque, anche l’uomo o la donna di strada». Non per semplificare il mondo, ma per non doverlo spiegare dall’alto: «Siamo l’edicola con la Madonna dentro – cita Santini – una cosa vecchia scuola, quella che incontravi in campagna passeggiando con tua nonna». Ma anche l’edicola intesa come rivendita di giornali: «Siamo la news, una cosa nuova, con un credo all’interno, le radici e la cultura».

«Le puttane sono un elemento ricorrente nei miei testi» fa notare Fatt. Mentre Santini sottolinea: «Anche qua a Barcellona trovi la cinese all’angolo o la ragazza scappata di casa. Sono persone, a volte hanno dei figli e che ci piaccia o no sono parte della società, seppure ai margini: per questo le nominiamo». Santini parla poco, ma ogni volta sembra riportare il discorso a terra. Mentre Fatt accumula storie, lui misura, lima, sposta l’attenzione su punti che gli stanno a cuore. È uno che ascolta prima di intervenire, che lavora per sottrazione. Forse in Tape il suo ruolo è proprio questo: tenere insieme il caos senza addomesticarlo.

Nonostante la serietà, la coppia Santini-Fatt crea brani che uniscono leggerezza e spessore: «Sappiamo divertirci – dice Santini ridendo – immagina che collezioniamo carte Pokemon! Ma non ci facciamo mica i testi sopra». Per i due resta infatti di centrale importanza la street credibility. Questo non li colloca fra coloro che stigmatizzano le nuove leve del rap. Ciò che conta, ribadiscono, è la scrittura unita alla qualità dei contenuti.

«Oggi c’è una new wave underground di giovani che si ispirano a gruppi come Griselda, sembra di essere di fronte a un nuovo 2016, e questo è bello – chiarisce Fatt – perché ogni dieci anni cambiano le epoche dell’hip hop, ed è un modo per contrastare la musica di plastica sfornata dalle major e i tentativi di emulazione che ne conseguono». «Il rischio – aggiunge Santini – è la noia del già visto o l’assenza di concetti. Personalmente non sono mai riuscito ad apprezzare la trap, perché la trovo superficiale».

Santini e Fatt parlano da Barcellona, ridono, si interrompono, si capiscono al volo. Soprattutto Fatt è straripante, un’incessante flusso di aneddoti. Tape nasce così: da un lavoro a quattro mani e due menti, senza l’urgenza di stare dentro a un’epoca, ma con la necessità di dire qualcosa che suoni vero e che magari duri nel tempo. Nel mondo del rap italiano, dove troppa musica è ancora legata alla mera visibilità, Fatt Mc e Santini scelgono la scrittura. È una scelta che ha radici profonde.

Una poetica ignorante che non urla, ma lascia che siano le immagini a parlare per prime.