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Mad in Italy Prendere o lasciare



Il dj fa partire una base, si contano le battute e poi il rapper si lancia improvvisando rime che mettano a fuoco un obiettivo che si è prefissato. Tutto avviene in pochissimo tempo, a volte meno di un minuto, ma per ottenere un minuto di freestyle efficace ci devono essere stati dei mesi, anche anni, di allenamenti, riflessioni, prove e affinamento di uno stile personale.

Mad in Italy è nato, in parte, con gli stessi presupposti, anche se non si tratta di un freestyle, ma di un lungometraggio.

Il film è nato come una reazione rabbiosa verso uno stato di cose, così come può nascere un brano rap di sfogo. Solo che fare un film è un processo che richiede ovviamente più tempo rispetto alla confezione di un pezzo musicale. Dalla prima stesura della sceneggiatura al termine delle riprese sono trascorsi almeno due anni, e poi un altro anno per la postproduzione, il montaggio, il sonoro. Non tutti i film indipendenti richiedono tempi così dilatati, ma per Mad in Italy è stato così, e forse è stato un bene. Il passare del tempo, inoltre, ha reso anche possibile l’entrata nel progetto di compagni di viaggio che hanno simpatizzato per il folle obiettivo, così come è successo con Gold, che con il trascorrere dei mesi ha capito che l’attitudine di fondo non è mai cambiata…la rabbia non è mai scesa…la tensione per la lavorazione non si è sopita, e la voglia di sbattere in faccia allo spettatore le situazioni messe in scena è rimasta la stessa di un rapper che si lancia in un freestyle senza rete di salvataggio. Il rischio di sbagliare è alto, ma quando si affronta un progetto così estremo forse non ha senso limitare i danni; inutile anche cercare formule compromissorie per tentare di strappare forse un applauso in più o aprirsi un varco nel già sterile panorama distributivo.

La storia è tratta da fatti realmente accaduti, ma stavolta non è uno slogan pubblicitario. Facendo delle ricerche mi sono imbattuto in alcune notizie di cronaca che mi hanno colpito: dalla scomparsa della ragazza, alla vicenda della polizia corrotta, fino ai moltissimi episodi verificatisi in tempi di crisi economica. Ho tentato di fonderli insieme in una sceneggiatura, ma nulla di quello proposto è inventato.

Sentivo l’urgenza di girare qualcosa che riuscisse a raccontare, attraverso una storia, la realtà che ci troviamo a vivere, ma non è stata mia intenzione attuare una critica sociale o far emergere giudizi su nessuna delle situazioni rappresentate. Penso, però, che il cinema di genere possa combinarsi benissimo con tematiche attuali che si vivono ogni giorno. Spesso sento dire da chi scrive e gira film che l’horror deve avere come unico scopo quello di divertire, che non deve far pensare troppo … ecco, invece a me piace pensare, e lo vorrei fare anche quando guardo un film.

L’obiettivo di Mad in Italy è quello di trasmettere la sensazione di rimanere senza soldi e senza soluzioni. Ciò che mi premeva, quindi, era di comunicare l’idea di un protagonista ormai abbandonato da tutti, isolato, senza apparenti vie d’uscita. La storia ha risvolti ambigui, poco definiti, perché mi piace l’idea che lo spettatore ricostruisca i fatti come meglio crede, traendo le proprie conclusioni, mentre lo stile che volevo era oscuro, sporco, diretto. Ho affrontato la lavorazione di Mad in Italy pensando a realizzare un film, senza concentrarmi troppo nel seguire degli stilemi appartenenti al genere horror o thriller. Lo considero un film molto personale, e se poi possiede degli elementi riconducibili al cinema di genere non posso che esserne contento perché da sempre sono un appassionato di thriller e noir.

Mad in Italy ha esordito pochissimi giorni fa al Fantafestival di Roma, e probabilmente, mentre scorrevano le immagini sullo schermo, nessuno di chi aveva partecipato alla lunga lavorazione, credeva davvero che si fosse arrivati a un punto conclusivo. Ma quello che conta è l’effetto sullo spettatore…e soprattutto su quelli che non sanno nulla della lavorazione o su quanto tempo si è speso a realizzarlo.

Vedere i volti straniati di spettatori frastornati uscire dalla sala è stato probabilmente la soddisfazione più grande, perché al di là dei limiti e dei difetti che un progetto simile porta irrimediabilmente con sè, vuol dire che l’attitudine da freestyle di cui si parlava prima non è svanita, l’efficacia è stata mantenuta.

Dopo la proiezione un ragazzo si è avvicinato e mi ha chiesto delucidazioni su alcuni risvolti della sceneggiatura, ma io (gentilmente, spero) ho preferito evitare di chiarire i suoi dubbi, però ho controbattuto domandando “Ma il film ti è piaciuto?” “Te lo dico domani” è stata la risposta “devo pensarci…devo far riposar un attimo il cervello…domani ti mando una mail e te lo dico.”

È stata la risposta che più mi ha gratificato.

Mad in Italy è così…prendere o lasciare.