Il giorno dopo l’anteprima romana di Generazione Fumetto, per una congiunzione astrale inaspettata, c’era una replica pomeridiana del nuovo spettacolo di Paolo Calabresi “Tutti gli uomini che non sono”, ispirato dal libro omonimo, e prima di tornare a Firenze, sono stato con Margherita a vederlo.
Premetto che è uno spettacolo che attendevo con ansia, perché ebbi la fortuna di parlarne proprio con Paolo in seguito alla lettura del suo libro, perché mi sarebbe piaciuto farci qualcosa in VR o in forma documentario, ma ovviamente non ero stato il primo a pensarci e alla fine il discorso non venne portato avanti perché appunto c’erano altre situazioni in ballo.
Beh, devo dire che la forma teatrale, così come l’ho vista è probabilmente la trasposizione perfetta di un libro strepitoso, ma ancor più di una storia incredibile.
Ma riconciamo dall’inizio. Tutto si basa su una cosa semplice: fingere di essere qualcun altro nella vita vera. Non sul palco, nella vita vera.

Tutto parte da una foto di Giorgio Strehler e ci torna, quasi a chiudere un cerchio.
Una domenica qualunque, sfruttando una vaga somiglianza con Nicolas Cage, entra gratis a San Siro. I telegiornali quella sera danno la notizia: Nicolas Cage è stato visto alla partita. Funziona così bene che non riesce a smettere.
Quello che inizia come un escamotage per entrare gratis allo stadio diventa presto qualcosa di più intimo: recitare nella vita reale, all’insaputa di tutti, come modo per esorcizzare dei lutti (aveva perso entrambi i genitori oltre a il suo maestro Giorgio Strehler) e sublimare l’amore per il proprio mestiere. Seguono il principe di Monaco, un cardinale honduregno, John Turturro ai David di Donatello, Marylin Manson al Galà della pubblicità, e molti altri.

In mezzo a tutti questi personaggi, tutti assolutamente credibili in tempi pre smartphone, c’è soprattutto lui, Paolo Calabresi, accompagnato sul palco dalla bravissima Carolina Di Domenico, che interpreta Fiamma, sua moglie.
Ogni storia sembra impossibile fino a quando arriva quella dopo, che la rende quasi ragionevole.
È uno spettacolo comico e malinconico insieme, che fa ridere per la precisione artigianale dell’inganno e fa pensare su cosa significa recitare, e su quanto siamo tutti disposti a credere a quello che vogliamo vedere.
Lo spettacolo è accompagnato da materiali d’archivio inediti (e forse difficilmente utilizzabili in altri medium), una scenografia semplice ma veramente ben realizzata e tra una risata e l’altra, esattamente come il libro, ti porta da altre parti, a riflettere sulle relazioni familiari, sulla percezione della realtà (tema a me carissimo) e, come dicevo prima, sull’elaborazione del lutto grazie all’arte.

È un’opera straordinaria che spero possa trovare anche altre riduzioni in altri linguaggi (sarebbe un sogno poter mettere le mani su un materiale così potente), sebbene ritenga che la sua forma teatrale sia pressoché perfetta e insuperabile.
In questi giorni le repliche romane sono andate tutte sold out, ma in autunno ripartirà la tournée e vi consiglio di fare il possibile per recuperarlo.