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CI SI SENTE PROPRIO BENE DOPO UNA BELLA CACATA
MUSIC

Rubrica fantasma# Nick Cave and the Bad Seeds forever LIVE



 

Lucca, ore 21 e 15. Solo e leggermente ubriaco volteggio tra le strette vie del compresso centro Lucchese. E’ presto, certo. Sul mio biglietto c’è scritto che il concerto comincia alle 21 e 30. Tra mezz’ora minimo cominceranno i cori e applausi in trepidazione sotto il palco.

Un’altra birra? Un caffe? Un bagno? Si, decisamente bagno.

Questi pensieri sorgono nella mia mente, quasi deconcentrandomi dai fischi che sorgono dalla vicina Piazza Napoleone, le mani che battono sempre più eccitate. Qualcuno urla. Un altro! Che ore sono? 21 e 25. Possibile?

Mi lancio in fila per l’ingresso alla piazza, strappo il biglietto, lancio via la bottiglia di Bud, mi spingo vicino il palco. Qualcuno ha visto qualcosa, qualcuno ha intravisto. Sono le 21 e 30. Si accendono gli schermi, si accendono i fari in lampi vibranti, ed ecco seguire il tuono: Nick Cave sale sul palco con le braccia alzate. In orario come il diavolo stesso.

Nick Cave si porta all’orlo più estremo del palco, quasi pesta le mani tremanti dei fortunati spiaccicati alle transenne, eretto come un falco pronto a cavare gli occhi ad un elefante,  un attimo di silenzio, si volta verso la folla composta da tutte le possibili età, nella maggioranza esaltati crucchi e commossi rosebif, ma ecco! Cave stende le braccia in uno scatto, e parte un attacco.

Possibile. Possibile? Oh Dio sì, Nick Cave and the Bad Seeds.

Descrivere il resto del concerto, cosa è successo e come è come trovare aggettivi precisi degustando un Brunello di Montalcino riserva di Altesino. E’ semplicemente tutto troppo potente, troppo esperto, non si trovano le parole, si sa che esiste qualcun’altro molto più adatto, molto più saggio che se ne intende. Sarò all’altezza? Inoltre sai che dietro c’è un tale senso esperto di questo musicista, una tale motivazione, una tale energia passionale di follia e gioia da non esser altro in confronto che un piccolo verginello timido e brufoloso che sbircia con un telescopio tra le finestre della Villa D’Arcore.

Eppure Nick Cave con il suo abito nerissimo, luccicante di sudore e luci blu si sta dimenando di fronte a questa gente che sorride e si lecca le labbra ipnotizzata, ammaliata, allucinata. Cave si avvicina alla folle, pesta le spalle ad una bestia della sicurezza, tende la mano a quei ragazzi, quelle ragazze, quelle signore, quei bambini, che da sotto lo guardano divorandosi di stima e orgoglio. Gli stringono la mano, gli carezzano le scarpe. Cave sussurra nel microfono, sputa di lato, salta a destra, si gira a sinistra, tende la mano di nuovo, lascia via il microfono, e scatta sulla tastiera del pianoforte immergendosi nelle note, come fossero lui stesso, come se la sua persona fosse la nota, la sinfonia, dentro la sinfonia, e si fonda nel suono.

Ma ecco altre canzoni: “ What would you like to hear?” chiede con un sorriso. Risponde al richiamo, intona i versi, li altera, li plasma, incita la fresca folla a seguire il ritmo.

“ Did it sound good?!” chiede dopo: ne volete un’altra simile? Va bene.  Ma seguitemi. Non la canzone in se che è difficile. Ma tutti in coro per il ritornello, dice. E via con ‘God is the House.”

Dopo, senza esitazione, solo un bercio disperato di richiamo per dell’acqua fresca, si rilancia in mezzo alla folla, dedica la prossima canzone, ‘Deanna’ ad una vicina ragazza, si china, la bacia sulla guancia, e poi si rimette a volteggiare. Volteggia, salta, si dimena, poi tira fuori dei misteriosi foglietti dalla tasca e li lancia al pubblico.

A questo punto si toglie la giacca, la camicia è un unico velo fradicio attaccato al suo secco corpo, continua i suoi ondeggi di bacino e calci a terra con le catene gli anelli che gli luccicano addosso come occhi di mille diabolici gatti. Segue ‘Mercy Seat’ e si distende di schiena del tutto sul pubblico abbracciando, stringendo, carezzando mani braccia guance volti capelli e passioni.

 

Ma siamo a fine. Dopo l’ultimo verso del delirante di ‘Red Right Hand’, Nick Cave riprende fiato: “This is Nick Cave and I love you”; la band mette a terra gli strumenti, la folla sorride ed applaude tra grida e ululati. Le luci si abbassano. Piedi battono e cori si alzano. Passano due minuti eccitati, dopodiche Cave ed la band tornano sorridenti per l’atteso bis.

 

Parte Push the Sky Away e l’ultima tenebrosa ‘Real Cool’. Cave si stende nuovamente sui fan, lancia di nuovo via il microfono, abbraccia i membri della band, da buona notte a tutti, e si nascondono in uno scroscio incessante di applausi, cori e flash.

Si alza la musica di sottofondo, la gente comincia a telefonare agli amici, si avvia verso l’uscita, ma ecco che sorgono delle grida, qualcuno, vicino al palco ricomincia a battere le mani. Nick Cave and The Bad Seeds sono risaliti sul palco per la terza volta. Cave stringe in microfono:

“ One last one that you can whistle on the way home”.

E riparte la magia, riparte quell’energia incomprensibile, ineguagliabile, infinita. Questo gruppo attivo dai prima anni 80 riparte, ricomincia, continua, continua, continua con la musica, con la folle ed incredibile energia, con la irripetibile sinfonia, la poesia.

Cave fa il giro finale di tutto il palco, dall’ala estrema sinistra a quella destra. Stringe le mani a chissà quante persone,  chissà quante passioni, quante lacrime. La Sicurezza del festival quasi impazzisce cercando di tenerlo in equilibrio sulle transenne, ma lui ondeggia, ancora ondeggia, stringe, abbraccia, si dimena, e finalmente, all’apice della magia, alla notte delle notte, alla poesia delle poesie, Cave alza le braccia e saluta per l’ultima, definitiva e perfetta volta, il pubblico di Lucca.

Ah, quanto mi sarebbe piaciuto se foste stati li a condividere tutto questo con me.

nick cave